by Antonello Camilotto

Le otto pioniere dell'informatica al femminile


Sono molte le donne che hanno fatto la storia dell’informatica ma le cui teorie, idee e invenzioni fondamentali a stento vengono oggi nominate e studiate.


 Ada Lovelace Byron

Nata nel 1815 e morta a soli 36 anni, Ada venne concepita nel breve e infelice matrimonio fra il poeta George Gordon Byron e la nobile matematica Anne Isabella Milbanke. La madre la portò via dopo la separazione dal marito, e indirizzò la sua educazione verso le materie scientifiche con un occhio di riguardo per la matematica. La donna temeva infatti che Ada avrebbe potuto ricalcare i passi fallimentari del padre nel mondo della poesia.


Fin dai primi anni, caratterizzati da una salute cagionevole, Ada si rivelò una bimba prodigio. Grandi studiosi e matematici assunti da sua madre, ne seguirono e incoraggiarono attivamente gli studi fin dall’infanzia.


A 17 anni, durante un ricevimento, conobbe il matematico Charles Babbage, inventore che influenzò molto i suoi studi futuri. L’uomo le parlò del suo ultimo progetto, la Macchina Analitica, uno dei tasselli fondamentali della storia dell’informatica. Tale macchina era sostanzialmente il primo prototipo di computer meccanico, anche se non venne mai effettivamente completata. Babbage vedeva nel suo progetto solo una sfaccettatura limitata, ossia quella di un semplice calcolatore. Per l’epoca era comunque un progetto estremamente all’avanguardia.


Fu proprio Ada ad intravedere però le potenziali applicazioni ben più complesse e futuristiche di tale macchina, prevedendo che avrebbe cambiato le sorti dell’umanità in ambito scientifico, e prefigurando il concetto di intelligenza artificiale. Dalla collaborazione fra i due, e la corrispondenza col giovane ingegnere italiano Luigi Federico Menabrea, Ada elaborò un algoritmo per la Macchina Analitica, che le avrebbe consentito di calcolare i numeri di Bernoulli. Tale lavoro è stato riconosciuto al giorno d’oggi come il primo vero e proprio programma mai scritto per un computer. Ada Lovelace Byron è stata dunque a tutti gli effetti la prima programmatrice della storia dei computer, nonché la visionaria che intravide i primi abbozzi di un futuro informatico non troppo lontano.


Suor Mary Kenneth Keller

Nata nel 1913 e morta nel 1985 fu una donna di fede ma anche una pioniera dell’informatica.


Dopo aver preso i voti e ben due lauree in matematica e fisica, Mary fu la prima donna nella storia degli Stati Uniti ad ottenere un PhD in informatica, ossia un dottorato. La sua tesi trattava degli algoritmi necessari alla soluzione analitica di equazioni differenziali.


Nel 1958 partecipò allo sviluppo del BASIC, un linguaggio di programmazione ad alto livello. Nel 1965 invece, iniziò una brillante carriera nel campo dell’insegnamento al Clarke College di Dubuque nell’Iowa. Qui fondò il Dipartimento di Informatica del College e lo resse per ben vent’anni. La sua visione come informatica e soprattutto educatrice, era volta ad offrire grande importanza al processare e rendere fruibile la mole di informazioni già all’epoca disponibili, soprattutto per facilitarne l’apprendimento.


 Hedy Lamarr

Nata nel 1914 e morta nel 2000, oltre ad essere una diva del cinema, fu anche una grande inventrice. L’ex studentessa di ingegneria a Vienna, ha sviluppato insieme al compositore George Antheil un sistema di guida a distanza per siluri. Il brevetto consiste in un sistema di modulazione per la codifica di informazioni da trasmettere su frequenze radio, verso un’entità che li riceverà nello stesso ordine con il quale sono state trasmesse. La sua invenzione contribuì in modo decisivo alla sconfitta dei nazisti ed è alla base di tutte le tecnologie di comunicazione senza fili che usiamo oggi, dal wi-fi al Gps.


 Karen Spärck Jones

Nata nel 1935 e morta nel 2007, fu figlia dell’insegnante di chimica Owen Jones e della norvegese Ida Spärck. Dopo la laura in Filosofia e una breve carriera come insegnante, si dedicò del tutto al mondo dei computer. Divenne docente di informatica alla prestigiosa Cambridge, e fu per tutta la sua vita una forte sostenitrice dell’avvicinamento delle donne all’intero campo tecnologico.


Karen fu l’ideatrice del sistema alla base dei moderni motori di ricerca, con la creazione della cosiddetta funzione di peso td-idf. Questa funzione era capace di misurare la rilevanza e importanza di uno specifico termine in relazione ad uno o più documenti. Karen presentò questo lavoro in un articolo nel 1972 “A statistical interpretation of term specificity and its application in retrieval”, che venne poi concretizzato da Mike Burrows nel 1994 con la creazione del motore di ricerca Alta Vista. Un’opera essenziale per rendere più facilmente consultabili numerosissimi documenti destinati a moltiplicarsi e ammucchiarsi esponenzialmente nei decenni a venire.


 Grace Murray Hopper

Nata nel 1906 e morta nel 1992, questa donna esile e minuta fu una brillante matematica, informatica ed anche una militare statunitense. Dopo aver ottenuto un PhD in matematica nel 1934 a Yale, insegnò per due anni al Vassar College e in seguito si arruolò nella Riserva della Marina nel ’43. La sua genialità le offrì un posto in Marina nonostante non rientrasse negli standard minimi fisici, a causa della sua bassa statura. Per permetterle ciò venne persino emessa una deroga fatta su misura per lei.


A Grace la storia dell’informatica deve molto, in quanto fra le tante cose, il suo ruolo fu essenziale nella programmazione del COBOL, linguaggio adoperato ancora oggi in software commerciali di tipo bancario. A Grace dobbiamo anche l’utilizzo del termine bug per definire un malfunzionamento di un computer, e le relative operazioni di debugging.


 Radia Perlman

Nata nel 1951, è ancora oggi una celebre informatica soprannominata affettuosamente “la madre degli switch“. Dopo una laurea in matematica ed un dottorato in informatica al prestigioso Massachusetts Institute of Technology (MIT), Radia ha donato al progresso informatico un contribuito storicamente essenziale, senza la quale oggi non avremmo internet così come lo conosciamo. Radia, fra i suoi numerosi contributi, è celebre per aver concepito l’algoritmo alla base del protocollo spanning tree, essenziale nel networking.


 Adele Goldberg

Nata nell’Ohio nel 1945, è tutt’ora una celebre informatica statunitense. Laureata in matematica con un master in informatica, ha ottenuto il PhD in scienze dell’informazione. È stata per diversi anni operativa presso il PARC, il Centro di ricerca Xerox a Palo Alto ed è stata la co-fondatrice della ParcPlace-Digitalk. I suoi contributi al mondo dell’informatica sono stati riconosciuti e premiati nel corso degli anni, ed è nota in particolare per il lavoro di sviluppo del linguaggio di programmazione Smalltalk, in collaborazione con Alan Kay.


 Anita Borg

Nata nel 1949 e morta nel 2003, l’informatica statunitense è stata colei che ha dato forse l’impulso maggiore a beneficio delle donne in campo informatico e tecnologico. Un apporto essenziale e ancora oggi estremamente attuale, atto ad incoraggiare la presenza femminile in un mondo che vede le donne ancora troppo assenti se non direttamente escluse da studio e lavori legati alle discipline tecnologiche.


Celebre per i suoi lavori come ricercatrice e programmatrice, la Borg fondò nel 1987 Systers, una rete di email per donne che lavoravano e studiavano nell’ambito della tecnologia con un’alta formazione a livello tecnico. Tale rete consentiva un ricco scambio di consigli ed esperienze nel campo, ma costituì anche il terreno fertile per piccole ma rilevanti lotte sociali. Una delle poche argomentazioni non tecniche che vennero trattate in Systers riguardò ad esempio l’uscita nel 1992 da parte di Mattel, di una Barbie che recitava una battuta come “l’ora di matematica è tosta“. Tale giocattolo, per quanto apparentemente innocuo, si sarebbe potuto rivelare piuttosto dannoso per la formazione delle bambine, alimentando fin dall’infanzia lo stereotipo che vuole la matematica come materia naturalmente più indirizzata ai maschi. La protesta sorta da Systers portò alla rimozione di quella frase dai microchip della celebre bambola.


Fra le imprese più grandi di Anita Borg sempre in ambito femminile, vi furono la creazione della Grace Hopper Celebration of Women in Computing nel 1994 e la fondazione dell’Institute for Women and Technology nel 1997. La Grace Hopper, in omaggio alla celebre informatica militare statunitense, fu una conferenza che fondò in collaborazione con la collega Telle Whitney, allo scopo di radunare un gran numero di donne del campo della tecnologia. Durante la prima conferenza nel 1994 a Washington DC ottennero una partecipazione di 500 donne.


L’Institute for Women and Technology invece, è una compagnia che venne creata da Anita ricalcando i suoi valori principali in merito alla diffusione e potenziamento dei mestieri tecnologici fra le donne. L’istituto che nel tempo si è accresciuto acquisendo rilevanza internazionale, svolge ancora oggi un ruolo importante nel consentire sviluppo, connessione e opportunità di accrescimento del ruolo delle donne che lavorano in campo tecnologico. Non mancano dunque incentivi alla formazione o premi come il Technical Leadership Abie Award. Un compenso di ben 20.000 dollari, assegnato durante le celebrazioni in onore di Grace Hopper, alle donne che hanno contribuito a creare e progettare prodotti o servizi tecnologici di grande rilevanza in campo sociale, del business o di grande impatto per la comunità femminile nella tecnologia. All’istituto è stato oggi aggiunto il nome della celebre informatica, in un omaggio importante di cui avere sempre memoria.



© 𝗯𝘆 𝗔𝗻𝘁𝗼𝗻𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗖𝗮𝗺𝗶𝗹𝗼𝘁𝘁𝗼

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Autore: News 20 giugno 2026
La Consob (Commissione nazionale per le società e la Borsa) ha pubblicato il nuovo Quaderno FinTech intitolato “La comunicazione finanziaria tramite il canale digitale”, un documento che analizza i rischi ai quali sono esposti gli investitori retail nell’attuale ecosistema informativo online. Lo studio individua quattro categorie di operatori digitali che, in alcuni casi, possono sfruttare le vulnerabilità comportamentali degli utenti o addirittura essere coinvolti in attività fraudolente. L’Autorità sottolinea come la diffusione di contenuti finanziari attraverso social network, piattaforme video e community online sia cresciuta in modo significativo negli ultimi anni. Accanto agli intermediari tradizionali sono emersi nuovi soggetti che spesso agiscono al di fuori dei consueti schemi regolamentari, influenzando in maniera rilevante le decisioni di investimento. Tra questi figurano i finfluencer, ovvero creator che condividono contenuti, opinioni e suggerimenti in materia finanziaria tramite i social media. Molti di loro non possiedono qualifiche professionali specifiche e, in alcuni casi, potrebbero non dichiarare eventuali conflitti di interesse legati a compensi, sponsorizzazioni o vantaggi economici personali. La Consob richiama l’attenzione anche sulle financial web communities, gruppi di utenti che si confrontano e condividono analisi, strategie e idee di investimento su piattaforme come Reddit, Telegram e WhatsApp. Un’altra categoria è rappresentata da neobroker e piattaforme di trading, operatori tecnologici che offrono servizi di investimento e che trasformano le proprie piattaforme in veri e propri strumenti di comunicazione e coinvolgimento degli utenti. Completano il quadro le Academy, realtà che propongono corsi e percorsi di formazione finanziaria, spesso presentati come gratuiti. Secondo la Consob, alcune di queste iniziative non svolgono una reale attività didattica, ma vengono utilizzate come strumento per attrarre nuovi utenti promettendo guadagni facili o incentivando il passaggio dal trading simulato a quello reale tramite le cosiddette Prop Firm, che consentono di operare in ambienti di prova a fronte del pagamento di una quota di accesso.  Per aumentare l’attrattiva delle proprie proposte, questi soggetti ricorrono spesso a tecniche tipiche dell’intrattenimento digitale, come la gamification. Inoltre, stanno diventando sempre più frequenti l’utilizzo di celebrity virtuali create con l’intelligenza artificiale e la diffusione di deepfake che riproducono l’immagine di personaggi noti con l’obiettivo di ingannare gli investitori e indurli a compiere operazioni finanziarie.
Autore: News 20 giugno 2026
L’Estonia si prepara a diventare il primo Paese al mondo a dotare gli agenti di intelligenza artificiale di una vera e propria identità digitale. Il governo di Tallinn ha annunciato l’introduzione degli “AI ID codes”, codici che consentiranno agli agenti di operare per conto di cittadini, imprese e organizzazioni entro limiti e autorizzazioni prestabiliti. Gli agenti di IA sono sistemi capaci di raccogliere informazioni, prendere decisioni e svolgere autonomamente attività specifiche per raggiungere determinati obiettivi. Le principali aziende del settore, tra cui OpenAI, Anthropic, Google e Microsoft, hanno già integrato questa tecnologia nei propri chatbot e assistenti digitali. Secondo il governo estone, il nuovo sistema servirà a garantire trasparenza e responsabilità nell’utilizzo degli agenti artificiali. «In futuro, l’IA svolgerà sempre più compiti digitali per nostro conto, compilando report, preparando dichiarazioni o interagendo con i sistemi informatici», ha dichiarato il primo ministro Kristen Michal. «Per questo deve essere chiaro chi agisce per conto di chi, con quali diritti e chi è, in ultima istanza, responsabile». L’iniziativa punta inoltre a evitare che cittadini e organizzazioni siano costretti a concedere agli assistenti basati sull’intelligenza artificiale un accesso indiscriminato ai propri dati, servizi e autorizzazioni digitali. L’ufficio del primo ministro ha sottolineato la necessità di creare un quadro di regole che permetta agli agenti di operare in modo sicuro e controllato. L’annuncio arriva mentre cresce il dibattito sulla governance dell’intelligenza artificiale. Recenti studi hanno evidenziato come gli attuali sistemi di identificazione digitale, compresa l’autenticazione a più fattori utilizzata per accedere a servizi bancari e piattaforme online, non siano stati progettati per gestire agenti capaci di agire, prendere decisioni ed effettuare transazioni alla velocità delle macchine. L’Estonia è considerata uno dei Paesi più avanzati al mondo sul fronte della digitalizzazione. Secondo la classifica OCSE del 2026, si colloca al quinto posto tra gli Stati più evoluti digitalmente, al pari di Norvegia, Irlanda e Danimarca. Negli ultimi anni il Paese baltico ha costruito una solida infrastruttura di governo digitale basata sul sistema di identità elettronica statale (e-ID), che consente ai cittadini di accedere online a numerosi servizi pubblici. A questo si aggiunge il programma e-Residency, grazie al quale anche cittadini stranieri possono gestire imprese digitali utilizzando la stessa identità digitale mobile messa a disposizione dei residenti estoni. 
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Autore: News 20 giugno 2026
Arte o semplice prompt? È la domanda che anima il dibattito creativo da quando l’intelligenza artificiale generativa è entrata sulla scena. Da oggi, quel confronto ha anche una sede fisica: si chiama Dataland ed è il primo museo interamente dedicato all’arte AI. Lo spazio apre il 20 giugno all’interno del Grand LA, il complesso progettato dall’architetto Frank Gehry nel cuore di Los Angeles. Con una superficie di 2.300 metri quadrati e alimentato dai modelli Gemini di Google, il museo ospita opere che vengono generate in tempo reale e si trasformano in base alla presenza e alle interazioni dei visitatori. In altre parole, Google ha scelto di prendere posizione nel dibattito sull’arte generata dall’intelligenza artificiale. E lo ha fatto costruendo uno spazio permanente dedicato a questa nuova forma espressiva. La mostra inaugurale, intitolata “Machine Dreams: Rainforest”, ruota attorno a un modello AI addestrato su un vasto archivio di dati provenienti dal mondo naturale. Il sistema produce in tempo reale immagini per un totale di 1,2 miliardi di pixel, creando opere sempre diverse invece di affidarsi a video preregistrati o contenuti statici. L’esperienza è completata da paesaggi sonori generati dinamicamente, rilevamento emotivo dei visitatori e fragranze create attraverso algoritmi. L’infrastruttura tecnologica che alimenta il museo risiede nei data center AI di Google: le opere vengono elaborate da remoto e trasmesse in streaming agli spazi espositivi tramite Google Cloud, separando il luogo della creazione da quello della fruizione. Dietro il progetto c’è anche Refik Anadol, artista che collabora con Google dal 2016 e che negli ultimi anni è diventato uno dei principali volti dell’arte generativa. Dataland rappresenta l’evoluzione permanente del suo linguaggio artistico fatto di sculture di dati, installazioni immersive e superfici digitali in continua trasformazione. 
Autore: Educazione Digitale 19 giugno 2026
Negli ultimi anni il concetto di "Social Rating" ha iniziato a suscitare crescente interesse e preoccupazione. Sebbene spesso venga associato a scenari futuristici o a sistemi di controllo sociale particolarmente invasivi, il principio alla base è già una realtà: ogni nostra attività online contribuisce a costruire una reputazione digitale che può influenzare opportunità personali e professionali. Cos'è il Social Rating? Con il termine Social Rating si intende la valutazione di un individuo sulla base dei suoi comportamenti digitali. Post pubblicati sui social network, commenti, fotografie, interazioni con altri utenti e persino le informazioni condivise pubblicamente possono essere utilizzati per creare un profilo dettagliato della persona. In alcuni contesti, queste informazioni vengono analizzate da aziende, datori di lavoro, istituti finanziari o piattaforme digitali per valutare affidabilità, credibilità e comportamenti degli utenti. La reputazione digitale conta sempre di più Molte persone tendono a considerare i social network come spazi privati, dimenticando che gran parte dei contenuti pubblicati può essere facilmente accessibile e conservata nel tempo. Un commento scritto impulsivamente, una foto inappropriata o la diffusione di informazioni false possono lasciare tracce permanenti. Sempre più aziende effettuano verifiche online prima di assumere nuovi dipendenti. Allo stesso modo, professionisti, imprenditori e figure pubbliche sono costantemente valutati attraverso la loro presenza digitale. I rischi della condivisione eccessiva La condivisione incontrollata di informazioni personali può comportare diversi rischi: Perdita della privacy. Furto d'identità. Danni alla reputazione personale o professionale. Possibili discriminazioni basate su opinioni o comportamenti espressi online. Utilizzo dei dati personali per finalità commerciali o di profilazione. Molti utenti non sono pienamente consapevoli della quantità di informazioni che rendono pubbliche ogni giorno attraverso fotografie, geolocalizzazioni, preferenze e interazioni. Come proteggere la propria immagine online Per gestire in modo responsabile la propria reputazione digitale è consigliabile adottare alcune semplici precauzioni: Riflettere prima di pubblicare qualsiasi contenuto. Controllare regolarmente le impostazioni della privacy dei propri account. Evitare la diffusione di dati sensibili. Verificare l'affidabilità delle informazioni prima di condividerle. Monitorare periodicamente ciò che compare online associato al proprio nome.  Una buona regola è chiedersi se il contenuto che si sta per pubblicare potrebbe creare problemi tra cinque o dieci anni. Se la risposta è sì, è meglio non condividerlo. Il futuro del Social Rating L'evoluzione dell'intelligenza artificiale e delle tecnologie di analisi dei dati renderà sempre più sofisticata la capacità di valutare il comportamento degli utenti online. Per questo motivo, la consapevolezza digitale diventa una competenza fondamentale per cittadini, studenti e professionisti. Internet offre straordinarie opportunità di comunicazione e crescita, ma richiede anche responsabilità. Ogni contenuto pubblicato contribuisce a definire la nostra identità digitale e può influenzare il modo in cui veniamo percepiti dagli altri. In un mondo sempre più connesso, il messaggio è semplice: prima di condividere, fermatevi a riflettere. La vostra reputazione digitale potrebbe valere molto più di un semplice "like".
Autore: Educazione Digitale 19 giugno 2026
I dark pattern sono tecniche di progettazione delle interfacce digitali utilizzate per influenzare il comportamento degli utenti in modo non trasparente, spingendoli a compiere azioni che potrebbero non essere nel loro interesse. Si trovano spesso in siti web, app, servizi in abbonamento e piattaforme di e-commerce. Il termine è stato coniato dal ricercatore Harry Brignull nel 2010 per descrivere schemi di design intenzionalmente ingannevoli. Con il tempo, il fenomeno è diventato sempre più rilevante perché molte aziende digitali li hanno adottati per aumentare conversioni, iscrizioni o tempo di permanenza sulle piattaforme. Come funzionano i dark pattern I dark pattern sfruttano bias cognitivi e automatismi decisionali. In pratica, non obbligano l’utente, ma lo guidano verso una scelta specifica attraverso pressione psicologica o confusione. Alcuni esempi comuni: Countdown falsi o urgenti: timer che suggeriscono una scadenza imminente per spingere all’acquisto Opzioni nascoste: pulsanti per rifiutare più difficili da trovare rispetto a quelli per accettare Abbonamenti difficili da annullare: percorsi di cancellazione complessi o poco intuitivi Aggiunte automatiche al carrello: servizi o prodotti inclusi senza esplicita scelta Linguaggio fuorviante: testi che confondono il significato reale di un’azione (per esempio “continua” invece di “paga”) Queste tecniche non si limitano all’e-commerce. Anche social network e app mobile possono usarle per aumentare il coinvolgimento, ad esempio rendendo più difficile disattivare notifiche o limitare l’uso dell’app. Tipologie principali Nel tempo sono state classificate diverse categorie di dark pattern. Tra le più note: Sneaking: l’utente viene indotto ad accettare qualcosa che non voleva (ad esempio costi aggiuntivi nascosti) Roach motel: facile entrare in un servizio, difficile uscirne Confirmshaming: linguaggio che fa sentire l’utente in colpa se rifiuta un’opzione Forced continuity: rinnovi automatici poco evidenti dopo un periodo gratuito Trick questions: domande formulate in modo ambiguo per ottenere consenso Effetti sugli utenti I dark pattern possono avere conseguenze pratiche ed economiche. L’utente può: spendere più del previsto attivare servizi non desiderati perdere tempo per annullare abbonamenti sentirsi manipolato o frustrato Oltre all’impatto individuale, c’è anche un tema di fiducia: quando le persone percepiscono un’interfaccia come ingannevole, diminuisce la fiducia verso piattaforme digitali e servizi online in generale. Regolamentazione e contrasto Negli ultimi anni, diversi enti regolatori hanno iniziato a occuparsi del problema. Nell’Unione Europea, il quadro normativo sta diventando più rigoroso grazie a regolamenti come il Digital Services Act, che punta a limitare pratiche manipolative online. Anche la Federal Trade Commission negli Stati Uniti ha avviato azioni contro aziende che utilizzano pratiche ingannevoli nelle interfacce digitali. Parallelamente, cresce l’attenzione della community UX e dei designer etici, che promuovono il concetto di “ethical design”, cioè progettazione trasparente e centrata sull’utente. Come difendersi Per gli utenti, riconoscere i dark pattern è il primo passo. Alcuni segnali utili: pulsanti “accetta” molto evidenti rispetto a “rifiuta” informazioni importanti nascoste in piccolo o in fondo alla pagina difficoltà nel trovare opzioni di cancellazione urgenze eccessive o non verificabili In caso di dubbio, è sempre utile leggere con attenzione i dettagli e cercare recensioni o informazioni esterne prima di accettare abbonamenti o acquisti. I dark pattern rappresentano un punto critico nel rapporto tra design e etica digitale. Se da un lato possono aumentare le performance di un servizio, dall’altro rischiano di compromettere la trasparenza e la fiducia degli utenti. La sfida attuale è trovare un equilibrio tra obiettivi commerciali e rispetto delle persone che utilizzano i servizi digitali.
Autore: News 17 giugno 2026
L’effettiva portata dell’impiego dell’intelligenza artificiale nelle forze armate cinesi rimane in gran parte sconosciuta, nonostante le numerose dimostrazioni pubbliche di droni autonomi, sistemi navali basati sull’IA e cani robotizzati. Lo sottolineano diversi esperti del settore, mentre Pechino accelera l’integrazione delle tecnologie intelligenti nel proprio apparato militare. Secondo quanto riportato dai media cinesi, la Cina sta incorporando l’intelligenza artificiale in numerosi ambiti delle operazioni militari, con l’obiettivo di trasformare le capacità di comunicazione, guerra elettronica e combattimento. Un articolo pubblicato all’inizio del mese dal South China Morning Post (SCMP) evidenzia come il Paese stia portando avanti la strategia denominata “AI Plus”, finalizzata all’introduzione di tecnologie avanzate nei sistemi di guerra elettronica (EW) per contrastare e confondere le contromisure nemiche. In base al rapporto, l’intelligenza artificiale consentirebbe ai ricercatori cinesi di prevedere e ottimizzare le tecniche di disturbo contro i droni a distanze fino a 5.000 chilometri, senza fare affidamento sui satelliti. Una capacità che potrebbe rivelarsi particolarmente preziosa in scenari caratterizzati da tempeste solari o da intensi attacchi elettronici. L’IA sarebbe inoltre impiegata per simulare il comportamento delle onde radio negli ambienti aerei e marittimi, una tecnologia che potrebbe favorire comunicazioni quasi istantanee tra piattaforme autonome come droni e sottomarini, secondo quanto riferito dal quotidiano di Hong Kong. La Cina è oggi considerata il principale rivale degli Stati Uniti nella competizione globale per lo sviluppo e l’adozione dell’intelligenza artificiale, inclusi gli impieghi nel settore della difesa e della sicurezza nazionale. 
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