Il Blog di Akam
Oltre il Mainstream - Un Blog fuori dal Blog

C'è una notte all'anno in cui tutti si travestono per sembrare qualcun altro. Il problema è che, per molti, non servirebbe nemmeno il costume: recitano una parte da così tanto tempo che ormai non ricordano più quale sia il loro vero volto. Ad Halloween spuntano vampiri, streghe, zombie e mostri di ogni genere. Ma la cosa curiosa è che, terminata la festa, gran parte di queste creature non scompare affatto. Le ritroviamo puntualmente nella vita quotidiana, perfettamente integrate nella società. Ci sono quelli che sorridono davanti e pugnalano alle spalle, i professionisti della falsità, gli esperti di manipolazione e quelli che cambiano personalità a seconda di chi hanno davanti. Poi ci sono i fenomeni da social: vite meravigliose, sorrisi impeccabili, felicità ostentata e un bisogno disperato di dimostrare al mondo quanto siano speciali. Dietro lo schermo, però, spesso si nasconde un'altra storia. E non dimentichiamo i cosiddetti giudici universali: persone che distribuiscono sentenze su tutto e tutti, convinte di possedere la verità assoluta, possibilmente senza aver mai approfondito nulla. Insomma, Halloween è una festa divertente, soprattutto perché per una sera permette a tutti di indossare una maschera senza dover inventare troppe giustificazioni. Peccato che il 1° novembre si torni alla normalità: i costumi finiscono nell'armadio, il trucco viene rimosso e i mostri tornano a circolare liberamente. Con una differenza: quelli veri non hanno bisogno di aspettare Halloween per spaventare qualcuno.

Il Ponte sullo Stretto è ormai l'opera d'arte contemporanea più concettuale d'Italia: esiste ovunque nei render, nei decreti, nelle conferenze stampa e nei proclami politici, tranne che nel posto in cui dovrebbe sorgere. Una straordinaria installazione artistica sospesa tra Sicilia e Calabria, dove l'unica cosa realmente visibile è il dibattito infinito sulla sua realizzazione. Da decenni assistiamo a un fenomeno scientificamente inspiegabile: cambiano i governi, si aggiornano i progetti, si rinnovano le promesse, ma il ponte continua a rimanere rigorosamente virtuale. Ogni tanto ricompare come una fenice, accompagnato da miliardi di euro, annunci trionfali e rendering talmente spettacolari da far sembrare già inaugurata persino l'area di servizio. Nel frattempo, si discutono costi, autorizzazioni, impatti ambientali, espropri e problemi geologici. Insomma, tutto procede secondo programma, almeno sulla carta. Perché tra una conferenza e un tavolo tecnico, il cantiere più attivo sembra essere quello delle dichiarazioni politiche. Eppure, bisogna riconoscere al progetto un merito straordinario: è riuscito a collegare generazioni di italiani, accomunati dalla stessa esperienza. I nonni ne hanno sentito parlare, i genitori lo hanno aspettato e i nipoti probabilmente lo studieranno nei libri di storia come il più grande esperimento nazionale di costruzione dell'attesa. C'è chi sostiene che sarà un'infrastruttura strategica, chi lo considera uno spreco e chi teme che, una volta terminato, bisognerà costruire anche tutto il resto per renderlo davvero utile. Ma una certezza c'è: se l'obiettivo era dimostrare che in Italia si può discutere per decenni di un ponte senza attraversarlo, il risultato è già stato raggiunto. A questo punto, perché avere fretta? Potremmo persino organizzare l'inaugurazione del ponte prima di costruirlo. Con tanto di taglio del nastro, autorità, fotografi e buffet. Naturalmente su entrambe le sponde, così nessuno dovrà affrontare il disagio di attraversarlo. D'altronde, in Italia anche le grandi opere hanno bisogno di tempo. E il Ponte sullo Stretto, più che un collegamento tra due regioni, sembra ormai un collegamento diretto tra la promessa elettorale e l'eternità.

La notizia circola nei sacri uffici celesti: il vero peccato originale non fu la mela, ma l'incomprensione cosmica sul menù dell'Eden. Riflettiamoci. Adamo ed Eva si sono beccati l’esilio eterno, le spine, la calura e il sudore della fronte solo per aver addentato un frutto proibito. Un gesto green, a chilometro zero, rigorosamente cruelty-free e a impatto climatico zero. Praticamente i pionieri del veganesimo. Eppure, nessuno è mai stato fulminato per aver sognato una fiorentina. La storia è piena di patriarchi dediti ad arrosti di agnello e barbecue biblici, accolti nei cieli con tappeti rossi e lodi sperticate. Insomma, il Creatore pare soffrire di una sottile forma di pregiudizio frutticolo. Mangi una mela? Cacciato a calci in culo. Ti speli mezza fauna locale per una grigliata domenicale tra patriarchi? "Fedele servitore". Viene da chiedersi se l'onnipotenza divina non celi un segreto rancore verso il settore ortofrutticolo. Forse la mela aveva un valore sentimentale, o forse lassù c'è un cartello nascosto che recita: "Vietato toccare i frutti dell'albero della conoscenza, ma per le costine di maiale fate pure, basta che siano ben cotte". Vegani di tutto il mondo, tremate: la teologia dimostra che il paradiso non gradisce la vostra insalata. Volete la salvezza eterna? Accendete il grill.

La comunità LGBTQIA+ ha raggiunto un livello di inclusione e frammentazione tale che ormai il vero paradosso non è più farsi accettare dalla società, ma riuscire a fare l'appello a una cena tra amici senza rischiare un incidente diplomatico internazionale. Ecco serviti i tre grandi paradossi del politicamente corretto arcobaleno: ▪️ Il paradosso della classificazione infinita: Più lottiamo per abbattere le etichette binarie e rigide della società, più ne inventiamo di nuove, iper-specifiche e microscopiche. Siamo passati dal "vivi e lascia vivere" a dover scaricare un PDF di 400 pagine solo per capire se il tuo partner è un demisessuale aromantico non-binario con tendenze fluttuanti verso il lunedì. ▪️ Il paradosso dell'inclusione esclusiva: Per essere sicuri di non lasciare nessuno indietro, l'acronimo si sta allungando così tanto che presto servirà un mutuo solo per comprarne la maglietta. Più lettere aggiungiamo, più rischiamo di creare una torre di Babele identitaria dove chi non si ritrova esattamente nella lettera giusta si sente... beh, escluso dall'inclusione. ▪️Il paradosso della trasparenza opaca: Lottiamo da decenni per gridare al mondo: "Siamo persone normali, smettetela di ridurci solo a quello che facciamo a letto!". Poi, puntualmente, organizziamo i Pride sfilando seminudi su carri sonori grandi come condomini, urlando slogan sessualmente espliciti. Un ottimo modo per spiegare alla sciura Maria che siamo molto più dei nostri genitali, mentre ce li sventoliamo in faccia a ritmo di techno. Insomma, volevamo la libertà di essere chiunque volessimo, e ci siamo riusciti così bene che adesso non sappiamo più neanche chi siamo noi, figuriamoci gli altri.

Le aziende moderne hanno finalmente superato la fisica classica. Oggi la ricerca del personale si basa sui principi della meccanica quantistica: il candidato ideale esiste ed è in cento posti diversi contemporaneamente, ma collassa in un disoccupato non appena si parla di stipendio. L'ultimo annuncio apparso sui portali di recruiting parla chiaro. Si cerca una figura mitologica: età massima 24 anni, ma con almeno 5 anni di esperienza comprovata su tecnologie inventate ieri mattina. È richiesta la padronanza di tre lingue (di cui una aliena), una mentalità talmente flessibile da poter fare yoga con i propri organi interni, la gestione autonoma di tre intelligenze artificiali e la disponibilità a trasferte intergalattiche 24/7. Il tutto condito da un entusiasmo inarrestabile per il lavoro di squadra, rigorosamente in presenza e con scadenze fissate per ieri. Il vero mistero, tuttavia, si cela alla voce "retribuzione". Qui il paradosso quantistico raggiunge vette inesplorate: a fronte di competenze che farebbero impallidire la NASA, l'offerta economica si muove in una dimensione parallela fatta di "importanti opportunità di crescita", un rimborso spese basato sulla generosa emissione di visibilità astrale, o, nei giorni di estrema munificenza, un contratto di tre mesi con buoni pasto nominali utilizzabili solo per l'acquisto di aria fritta. Insomma, un affare imperdibile: tu metti la tua anima, il tuo tempo e le tue competenze da ingegnere quantistico; l'azienda ci mette il cartello "Cercasi personale" e la certezza che, alla fine del mese, il tuo conto in banca rimarrà saldamente ancorato al nulla cosmico. Candidature aperte: hai già lucidato la tua aura di visibilità?

Vuoi sbarcare il lunario e diventare l'idolo delle masse? Mettiti l’anima in pace: la competenza è un fastidioso incidente di percorso. Oggi, per assurgere all'olimpo della popolarità, la ricetta è infallibile quanto spietata: devi essere fieramente mediocre. Basta con anni di studio, fatica e talento. Il pubblico contemporaneo, giustamente spaventato da chi sa fare qualcosa, cerca l'amico rassicurante nello specchio: qualcuno che non lo faccia sentire in colpa per la propria ignoranza. La regola aurea è semplice: più il tuo contenuto è privo di contenuto, più viralità otterrai. Se parli di fisica quantistica, scateni il panico; se recensisci un bicchiere d'acqua del rubinetto con la stessa enfasi di una scoperta archeologica, sei già un influencer da milioni di visualizzazioni. L’apice si raggiunge commettendo errori grammaticali grossolani nei sottotitoli: scatenerai un esercito di indignati che commenterà furioso, spingendo l'algoritmo a premiarti. In fondo, la mediocrità è l'unica vera forma democratica rimasta: livella tutti verso il basso, ma con il wi-fi acceso. Tu cosa ne pensi: hai già pronto il tuo prossimo video in cui spieghi l'acqua calda, o preferisci prima fare un corso di diseducazione civica?

C'è un nuovo allarme sociale che sta sconvolgendo i bar di periferia e i talk show: gli stranieri non rubano più solo i posti di lavoro tradizionali, quelli umili e faticosi. No, si sono spinti molto oltre. Hanno iniziato a fare quella mansione usurante, sottopagata e ormai snobbata dai locali: votare a sinistra. Sì, perché mentre il cittadino autoctono medio, armato di aperitivo e frustrazione, ha deciso che l'unica alternativa accettabile è fluttuare verso destre sempre più cosmiche ed esoteriche, i nuovi arrivati cascano nel vecchio tranello democratico. Arrivano in Italia pieni di speranza, sognando un futuro migliore, e finiscono dritti nelle braccia di un programma elettorale incentrato su diritti civili, welfare universale e ZTL. Un vero cortocircuito culturale. Gli italiani volevano braccia per l'agricoltura, la cura della persona e l'edilizia; si ritrovano con elettori affezionati che leggono programmi politici lunghi e credono ancora nella redistribuzione della ricchezza. Insomma, un paradosso imperdibile: l'unico settore in cui c'è ancora pieno inserimento lavorativo è proprio l'opposizione parlamentare. E mentre la sinistra cerca di capire come intercettare il nuovo elettorale, viene da chiedersi: se continuano così, chi farà il lavoro sporco di votare per i partiti di governo? E tu, hai già trovato il tuo straniero di fiducia che ti spiega la mozione congressuale?

Nuova era, nuovi disagi: la Generazione Z ha finalmente scoperto il brivido di spegnere lo smartphone per abbracciare la Low-Social Life. Basta algoritmi, basta notifiche, largo alle passeggiate solitarie nei boschi, ai libri di carta polverosi e ai silenzi contemplativi. Peccato che l'illuminazione mistica arrivi rigorosamente in formato reel da novanta secondi, girato con anello luminoso e voice-over sussurrato. L’autenticità offline non vale nulla se non viene rigorosamente documentata online. Ecco quindi il manifesto della decrescita digitale: un carousel di dodici foto in bianco e nero, rigorosamente curate con filtri vintage, che urlano disperate al mondo: "Ehi, guardate quanto sono distaccato dai social!". Il guru del low-profile pubblica tre video al giorno per spiegare come ha imparato a ignorare le notifiche, raccogliendo orde di fan plaudenti che commentano: "Sei un'ispirazione, anch'io voglio disconnettermi!", rigorosamente senza staccarsi dallo schermo. Insomma, un capolavoro di coerenza: la nuova frontiera dell'anti-marketing è fondare una religione sul "non esserci", purché si faccia il botto di visualizzazioni. Dopotutto, se un eremita va nei boschi e nessuno mette un cuoricino, l'eremita è davvero esistito?

In Italia, il termometro della rivolta sociale ha una taratura scientificamente bizzarra. Se aumentano le tasse, se la sanità pubblica implode o se il costo della vita supera la soglia della fantascienza, la reazione nazionale è un flebile sospiro sui social. Massimo sforzo concesso: un tweet indignato mentre si guarda la TV. Ma basta che la Nazionale di calcio superi i quarti di finale di un torneo minore per assistere a un risveglio collettivo degno della Presa della Bastiglia. All'improvviso, il Paese si scopre barricadero. Milioni di persone scendono in strada sventolando bandiere grandi come lenzuola, bloccando il traffico con caroselli di utilitarie scassate e clacson impazziti. È la nostra peculiare forma di democrazia emotiva: ignoriamo le riforme costituzionali, ma siamo pronti a mobilitarci in massa per festeggiare un rigore all'ultimo minuto. Del resto, perché perdere tempo a manifestare per il futuro dei propri figli quando si può intonare "Fratelli d'Italia" in mutande sopra una capote alle tre del mattino? In fondo, la patria ha un cuore semplice: pane, voluttà e un fuorigioco fischiato a favore.

Quell'incredibile fenomeno inspiegabile per cui un politico, non appena si siede sulla poltrona ministeriale, viene colto dall'amnesia che gli fa dimenticare le promesse elettorali. La scienza ha risolto i più grandi misteri dell'universo: i buchi neri, la materia oscura, persino il motivo per cui le cuffie del telefono si annodano in tasca. Eppure, un enigma resiste a qualsiasi legge fisica: l'Amnesia Ministeriale Post-Insediamento (AMPI). Il fenomeno è sempre identico. Fino al giorno prima, il candidato solcava i palchi con la verve di un predicatore rock, urlando contro i privilegi, le tasse ingiuste e i disastri del governo precedente. Prometteva mari, monti e pure la luna in saldo. Poi, il miracolo istituzionale. Appena le natiche toccano la poltrona in pelle di vitello del ministero, si compie la metamorfosi biologica. Le sinapsi dedicate ai programmi elettorali implodono in un elegante sbuffo di fumo. Il giorno dopo, di fronte ai microfoni, l'ex tribuno del popolo appare smarrito: "Promesse? Quali promesse? Ah, intendeva la metafora poetica del 'paese dei balocchi'? No, guardi, i vincoli di bilancio parlano chiaro. C'è da fare i conti con la realtà". La realtà, ovviamente, è la sedia. Gli specialisti consigliano di non cercare cure. L'amnesia ministeriale non è una malattia, è un superpotere: permette di restare al governo per anni.

La giustizia ha vette di finezza filosofica che noi umili mortali non possiamo cogliere. Prendiamo il capolavoro concettuale della pena di morte: un omicidio di Stato commesso per insegnare al reo, in modo definitivo, che uccidere è sbagliato. È un metodo pedagogico formidabile. Funziona più o meno come tirare un ceffone a un bambino spiegandogli che le mani non si alzano, oppure dare fuoco a una casa per dimostrare l'importanza della prevenzione antincendio. Un paradossale inghippo logico così perfetto che persino Aristotele, se fosse vivo, si dimetterebbe dalla facoltà di filosofia per manifesta inferiorità. Il messaggio educativo è cristallino: "Uccidere è un crimine orribile, disumano e inaccettabile. Perciò lo faremo anche noi, ma con la benedizione della legge, così impari". Praticamente la stessa coerenza di un medico che cura l'obesità strozzando i pazienti a colpi di lasagne. La bellezza di questo paradosso sta tutta nel contrappasso. Vuoi dimostrare il valore sacro della vita umana? Semplice: sopprimila. Geniale. Un cortocircuito morale così potente che la coerenza logica si è data alla macchia. Del resto, quale modo migliore per promuovere la pace universale se non aggiungendo altri cadaveri al computo totale? Chiudi il cerchio, spegni il cervello e goditi lo spettacolo della coerenza giustizialista.

In Italia abbiamo un superpotere formidabile: sappiamo stanziare miliardi di euro con la stessa naturalezza con cui si ordina un caffè. Peccato che l'istante successivo scatti un terrore atavico, ancestrale e paralizzante: la paura di compilare male il modulo F24 della transizione ecologica. Così, mentre l'Europa immagina ponti del futuro e boschi verticali, i nostri fondi fanno una fine magnifica e immobile. Si ibernano nei cassetti, protetti da una sacra muraglia di veti incrociati. È una partita a scacchi tra Ministeri ipocondriaci, Regioni in vena di melina, Comuni ribelli e Soprintendenze che porrebbero il vincolo storico pure a un monopattino. Il risultato? Miliardi di euro ibernati nello spazio-tempo burocratico. Lì, fermi e intonsi, generano un'ansia da prestazione collettiva talmente forte che nessuno osa toccarli per timore di finire sotto inchiesta per aver asfaltato una zolla protetta dal WWF. Siamo l'unico Paese al mondo in cui i soldi ci sono, ma spenderli è considerato reato di lesa lentezza. E allora viva la stasi! Non si costruisce nulla, non si sbaglia nulla, e l'unica infrastruttura che funziona davvero è il nostro eterno, inossidabile e formidabile blocco mentale.

L’Italia ha fatto enormi passi avanti verso il futuro digitale: abbiamo lo SPID, il domicilio digitale, la PEC e documenti con QR code dinamici che cambiano a ogni battito di ciglia. Ma c’è un drago implacabile che la tecnologia non è ancora riuscita a sconfiggere: l’impiegato pubblico e la sua insaziabile fame di cellulosa. Ti presenti allo sportello con il tuo bel PDF munito di codice crittografato che attesta la tua esistenza in vita, i tuoi redditi e persino le tue colpe passate. Il funzionario, con la grazia di un notaio mediorientale, posa lo sguardo su uno schermo da 32 pollici ad altissima definizione. Potrebbe verificare tutto in un nanosecondo. Invece, sospira. "Sì, vabbè, il QR code... ma dov’è la copia cartacea?". E qui si consuma il dramma mistico. La tecnologia ti offre l'immortalità nel cloud, ma il burocrate vuole il cadavere cartaceo. Il motivo è di una logica inattaccabile: "Se non stampi, io dove lo metto il timbro?". Il timbro tondo, viola, in gomma consumata, è il vero totem della Repubblica. Senza di esso, un documento non esiste. Non importa se è criptato con la chiave di volta del Pentagono: se l'inchiostro non sporca la scrivania e non impregna almeno due fogli di carta intestata, per lo Stato tu sei un ologramma abusivo. Così, stampiamo file digitali per portarli in uffici dove verranno scansionati di nuovo da un impiegato che li rimetterà in un computer. E noi restiamo qui, sospesi tra il 3000 avanti Cristo e il duemilaemai.

La semplificazione in Italia è quel processo miracoloso in cui, per togliere un foglio di carta dalla scrivania, bisogna prima piantarne una foresta di decreti attuativi. C’era una volta la "semplificazione". Una nobile chimera, un miraggio giuridico che ogni governo sventola come una reliquia laica per promettere il paradiso burocratico: meno moduli, meno file, più libertà. Peccato che in Italia ogni volta che lo Stato decide di snellire un procedimento, si attivi una legge cosmica per cui semplificare fa rima con complicare esponenzialmente. Il meccanismo è diabolico quanto perfetto. La nuova legge taglia due passaggi? Subito partono dodici decreti attuativi, trentacinque circolari esplicative e un apposito modulo in formato PDF non editabile. Ma non basta. Per dimostrare che non stai compilando quel modulo con dolo, ti tocca allegare tre autocertificazioni, una perizia asseverata e il bollo virtuale. Risultato? Imprese e professionisti passano le giornate a produrre montagne di carta per certificare l'avvenuta riduzione della carta. È il paradosso quantistico della burocrazia: la scartoffia si espande per occupare tutto lo spazio disponibile nella casella PEC. In fondo, che gusto c'è a vivere in un Paese efficiente se non puoi morire soffocato da un timbro?

L'Italia è un Paese diviso in due: da un lato la modernità spaziale, dall'altro la dimensione parallela dei regionali. Da un lato spendiamo cifre record per volare a trecento chilometri all'ora su linee avveniristiche, proiettati verso un futuro cyberpunk dove il caffè al bar della carrozza costa come un lingotto d'oro. Un trionfo di ingegneria, velocità e steward in giacca e cravatta che sorridono mentre sfrecci tra le nuvole. Dall'altro, sulla rete dei treni regionali, vige una mistica d'altri tempi. Un ritardo di venti minuti non è un disservizio: è un bollettino meteorologico, un evento atmosferico inevitabile come la pioggia o l'allineamento dei pianeti. La motivazione ufficiale? Un onnipresente "guasto tecnico" o, la mia preferita, l'iconica "foglia sui binari". Sì, una foglia. Un singolo, subdolo arbusto autunnale capace di paralizzare un'intera tratta interregionale e di costringere migliaia di pendolari a interrogarsi sul senso della vita stipati su un carro bestiame del 1982. In fondo è un servizio terapeutico: mentre l'alta velocità ti porta a destinazione in un lampo lasciandoti lo stress intatto, il regionale ti insegna la pazienza buddista. Salire su un locale non è viaggiare, è un'esperienza mistica di sopravvivenza. E voi vi lamentate.

Avete presente l'eroe solitario che tiene in piedi il pilastro del tempio mentre tutti gli altri fanno il picnic intorno? Quello siamo noi. O meglio, quel 30% di italiani che, con stoica resilienza (e una vistosa tachicardia), continua a dichiarare un reddito reale. La matematica non è un'opinione, ma in Italia è una barzelletta: una ristretta minoranza di contribuenti paga quasi il 79% dell'Irpef totale. Il restante 21% viene generosamente sponsorizzato da un esercito di circa 25 milioni di cittadini che, stando alle dichiarazioni, vivono d'aria, amore o forse di scambi di figurine. La scena è degna di una commedia all'italiana: 30 persone al ristorante ordinano aragosta, champagne e tartufo per tutti, ma al momento del conto fanno colletta solo in tre. Gli altri 25 guardano il soffitto fischiettando l'Inno di Mameli, giurando di non aver mai toccato cibo, pur avendo il tovagliato legato al collo. Insomma, il welfare state italiano è un miracolo laico: tutti ricevono cure, strade e pensioni, ma a fare la colletta è sempre la solita cerchia ristretta. Se l'onestà fiscale fosse una medaglia, costoro avrebbero il petto così pieno da rischiare il collasso gravitazionale. Per gli altri? Beh, beati i poveri di spirito ... e di dichiarazione.

Mentre i visionari della Silicon Valley urlano alla rivoluzione digitale e all'automazione totale dei processi aziendali, c'è un dettaglio che sfugge ai loro supercomputer: in Italia, il PIL non si regge sui server in cloud, ma sui residui di caffè solubile della macchinetta del corridoio. I guru della tecnologia promettono un futuro in cui l'Intelligenza Artificiale prenderà ogni decisione strategica, azzerando le inefficienze umane. Peccato che l'unico vero consiglio di amministrazione a basso costo e ad alto tasso di polemica si tenga rigorosamente in piedi, davanti a uno sportello di plastica che eroga un liquido bollente dal sapore vagamente catramoso. È lì, tra una monetina da cinquanta centesimi inceppata e lo zuccherino dimenticato sul fondo, che si decide il destino dell'azienda. Mentre l'IA elabora petabyte di dati con algoritmi predittivi complessi, la segretaria Maria, brandendo una palettina di legno, ha già previsto il fallimento del nuovo piano industriale semplicemente guardando come il capo si è vestito di lunedì. L'automazione potrà pure sostituire i report trimestrali e le email passive-aggressive, ma non potrà mai replicare il pettegolezzo strategico delle dieci e mezza. In fondo, la vera superintelligenza non risiede in un processore quantistico, ma nella capacità collettiva di sopravvivere a otto ore di riunioni inutili grazie a una dose massiccia di caffeina e cinismo. L'Era Digitale può pure avanzare: finché la macchinetta accetta le monete, il vero server centrale siamo noi.

Il bollettino quotidiano dell’Homo Sapiens Digitale si apre sempre allo stesso modo: un sospiro profondo, l’ennesimo articolo bollato come «fake news» e la solenne promessa di tornare a informarsi sulla carta stampata. Subito dopo, però, il pollice riprende a scorrere vertiginosamente sullo schermo dello smartphone. Il dramma dell’informazione moderna non è la carenza di notizie, ma la nostra allergia al secondo paragrafo. Pretendiamo il rigore accademico della Treccani, ma pretendiamo anche che stia comodamente dentro un tweet di centoquaranta caratteri. Il meccanismo è oliato alla perfezione: leggiamo un titolo urlando al complotto planetario, ci indigniamo ferocemente nei commenti senza aver aperto il link, e infine condividiamo il tutto per denunciare «la stampa asservita». È il perfetto cortocircuito cognitivo: detestiamo il sensazionalismo, ma ne siamo i finanziatori ufficiali tramite i nostri click di puro panico. In fondo, approfondire è faticoso. Molto meglio vivere in un eterno carosello di titoli apocalittici, dove la realtà è sempre riducibile a un meme e la nostra unica certezza è il prossimo, inevitabile, sdegno da smartphone.

Siamo nell’era in cui un’app sa persino quante volte sbatti le palpebre, eppure la burocrazia statale vive in un loop temporale fermo al 1800. Vivi il tuo momento di estasi cibernetica: SPID attivato con selfie acrobatico, CIE configurata via NFC e l'app IO che ti avvisa persino quando respiri. Ti senti un cyborg della pubblica amministrazione. Poi, il dramma. Il sistema digitale si blocca. Compare l'inevitabile scritta: "Per completare la pratica, recarsi allo sportello". Inizi la ricerca dello sportello come Indiana Jones. Lo trovi: si trova al terzo piano di un edificio senza ascensore, in fondo a un corridoio che odora di muffa e carta bollata. Orari di apertura al pubblico? Ovviamente il martedì, dalle 10:15 alle 12:00, a patto che non piova o che l'operatore non sia in permesso sindacale. Arrivi lì dopo aver preso ferie. Ti siedi davanti all'impiegato, un saggio monaco amanuense circondato da torri di faldoni polverosi. Gli porgi fiero lo smartphone aperto sul QR code. Lui ti guarda con compassione mista a disprezzo, solleva la cornetta di un telefono grigio a rotella e ti dice: "Il computer non va. Mi stampi la ricevuta in triplice copia e me la riporti giovedì". La transizione digitale è servita: la tecnologia avanza veloce, ma la carta bollata sa sempre come metterti in ginocchio.

Hai presente quando arrivi a fine giornata con la sensazione di aver scalato l'Everest, pur avendo solo fatto zapping con il telecomando? Niente paura, la tecnologia è qui per moltiplicare il nulla cosmico: arrivano le app salva-tempo. Il geniale paradosso è cristallino: scarichi un software per ottimizzare la vita, e finisci per passare quarantacinque minuti a configurare i widget, scegliere la tonalità di verde pastello per la lista della spesa e sincronizzare il calendario atomico con il tuo frigorifero intelligente. Nel frattempo, la lavatrice gira da sola e tu stai studiando un grafico a barre per scoprire che dedichi l'87% del tuo esistente a "gestire le notifiche delle app che gestiscono le notifiche". È il progresso, bellezza. Un circuito chiuso in cui l'unico tempo effettivamente salvato è quello che avresti potuto impiegare per riposare il cervello, ora felicemente intasato da promemoria motivazionali e grafiche minimaliste che ti urlano di "essere produttivo". Risultato? Sei così indaffarato a organizzare il tuo tempo libero che finisci per aver bisogno di un'altra app per sopravvivere allo stress del risparmio temporale. Geniale. Quante app inutili hai installato solo nell'ultima settimana?