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Salute mentale e IA: sempre più persone si affidano ai chatbot, ma quasi una su due resta delusa

L’aumento dei casi di ansia, stress e depressione sta spingendo un numero crescente di persone a cercare supporto psicologico attraverso i chatbot basati sull’intelligenza artificiale. Tuttavia, la fiducia in questi strumenti non sempre si traduce in soddisfazione: il 45% degli utenti dichiara infatti di non essere soddisfatto dei consigli ricevuti.


È quanto emerge dall’ultima edizione del rapporto annuale Mind Health, realizzato da AXA e IPSOS, secondo cui oltre sei persone su dieci utilizzano l’IA per ottenere indicazioni sulla propria salute mentale. Lo studio evidenzia inoltre che il 68% della popolazione mondiale è potenzialmente interessato da disturbi come ansia, stress o depressione, anche in forma lieve. Tra i giovani tra i 18 e i 24 anni la percentuale raggiunge l’85%.


L’indagine, condotta tra il 12 gennaio e il 16 febbraio 2026, ha coinvolto 19.000 adulti di età compresa tra 18 e 75 anni in 18 Paesi. Dai risultati emerge che il 46% degli intervistati si sente in difficoltà o emotivamente "spento", mentre il 65% afferma di sentirsi frequentemente abbattuto e demoralizzato.


I dati mostrano che i giovani adulti sono i più esposti ai problemi di salute mentale. Il 43% degli intervistati tra i 18 e i 24 anni presenta livelli gravi o molto gravi di depressione, ansia o stress, una quota quasi doppia rispetto alla media globale del 26%.

Secondo i ricercatori, questa generazione si distingue anche per una maggiore apertura nel parlare di salute mentale, nella ricerca di aiuto e nell’utilizzo di strumenti digitali per affrontare il disagio psicologico.


Tra i fattori che contribuiscono al peggioramento del benessere mentale, lo studio individua l’uso eccessivo di schermi e dispositivi digitali. In media, le persone trascorrono 5,1 ore al giorno davanti a uno schermo, escluse le attività legate al lavoro, allo studio e al tempo libero del fine settimana.


Le differenze tra Paesi sono significative: si passa dalle 6,4 ore giornaliere registrate in Thailandia e nelle Filippine alle 4,2 ore del Giappone e alle 4,1 ore della Svizzera.


Il 66% degli intervistati ritiene che l’utilizzo degli schermi abbia un impatto almeno moderato sulla vita quotidiana, influenzando negativamente il sonno, la capacità di concentrazione e l’attività fisica. Per il 39% del campione, tali effetti raggiungono livelli considerati estremi.



© 𝗯𝘆 𝗔𝗻𝘁𝗼𝗻𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗖𝗮𝗺𝗶𝗹𝗼𝘁𝘁𝗼

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Autore: News 18 luglio 2026
L'ecosistema digitale dell'app IO è pronto a compiere un nuovo passo avanti. Dopo l'introduzione della patente di guida, della tessera sanitaria e della Carta europea della disabilità, il portafoglio digitale IT-Wallet si prepara ad accogliere nuovi documenti ufficiali, con l'obiettivo di rendere sempre più semplice l'accesso ai servizi della Pubblica Amministrazione. Le novità emergono dalle nuove linee guida del progetto, che dovranno completare l'iter previsto prima dell'avvio della fase operativa. Quali documenti saranno disponibili Tra le nuove credenziali digitali che potranno essere aggiunte all'app IO figurano: l'attestazione ISEE; il diploma e gli altri titoli di studio; la laurea e le certificazioni universitarie; l'iscrizione a scuole e università; i certificati di residenza; l'iscrizione alle liste elettorali e la tessera elettorale digitale. Le informazioni saranno recuperate direttamente dalle amministrazioni competenti, come INPS, Ministero dell'Istruzione e del Merito, Ministero dell'Università e della Ricerca e Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR). Come funzionerà L'aggiunta dei documenti non sarà automatica. Ogni cittadino potrà decidere se richiedere l'inserimento delle proprie credenziali nel portafoglio digitale dell'app IO. Per completare la procedura sarà necessario utilizzare l'app CieID collegata alla propria Carta d'Identità Elettronica. L'autenticazione tramite SPID, da sola, non sarà sufficiente per attivare queste nuove funzionalità. Un sistema destinato a crescere L'evoluzione di IT-Wallet punta a trasformare lo smartphone in un contenitore sempre più completo dei documenti personali. Oltre a facilitare i rapporti con la Pubblica Amministrazione, il progetto prevede anche il coinvolgimento di soggetti privati, nel rispetto degli standard di sicurezza previsti dal regolamento europeo eIDAS. Il coordinamento del sistema sarà affidato ad AgID, che avrà il compito di definire gli standard tecnici e gestire i soggetti autorizzati a operare all'interno dell'infrastruttura digitale. Quando saranno disponibili Prima dell'attivazione delle nuove funzionalità è necessario completare l'iter normativo con la pubblicazione dei provvedimenti in Gazzetta Ufficiale. Solo successivamente prenderà il via la nuova fase di sperimentazione, che sarà inizialmente riservata a un numero limitato di utenti per poi essere estesa progressivamente a tutta la popolazione. Al momento non è stata comunicata una data ufficiale per il rilascio. 
Autore: Focus 18 luglio 2026
Ogni giorno milioni di persone acquistano prodotti nei supermercati, nelle farmacie e nei negozi senza quasi accorgersi di un piccolo dettaglio presente su ogni confezione: una serie di linee nere e bianche accompagnate da numeri. È il codice a barre, una tecnologia semplice solo in apparenza, che ha rivoluzionato il commercio mondiale, trasformando il modo in cui i prodotti vengono identificati, venduti e gestiti. Un’idea nata per risolvere un problema del commercio La storia del codice a barre inizia negli Stati Uniti negli anni Quaranta, in un periodo in cui la grande distribuzione stava crescendo rapidamente. I supermercati avevano bisogno di sistemi più efficienti per controllare le scorte e velocizzare le operazioni alle casse. Il metodo tradizionale, basato sull’inserimento manuale dei prezzi, richiedeva tempo e poteva generare errori. L’idea di creare un sistema automatico di identificazione dei prodotti nacque dall’esigenza di rendere più rapido il lavoro dei negozianti. Nel 1948, il presidente di una catena di supermercati americana chiese a un gruppo di ricercatori di sviluppare un metodo capace di leggere automaticamente le informazioni sui prodotti. A raccogliere la sfida furono due giovani inventori: Norman Joseph Woodland e Bernard Silver. Woodland ebbe l’intuizione decisiva ispirandosi al codice Morse, che conosceva bene. Pensò di trasformare punti e linee in un sistema leggibile da una macchina. Dopo diversi esperimenti arrivò a un primo modello formato da cerchi concentrici, simile a un bersaglio, che poteva essere scansionato da un lettore ottico. Nel 1952 Woodland e Silver ottennero il brevetto per il loro sistema, ma la tecnologia dell’epoca non era ancora abbastanza avanzata per renderlo utilizzabile su larga scala. Dal brevetto alla rivoluzione commerciale Per molti anni l’idea rimase in attesa di sviluppi tecnologici. La svolta arrivò negli anni Settanta, quando furono disponibili computer più potenti e scanner ottici più affidabili. Nel 1973 fu creato lo standard UPC (Universal Product Code), il sistema di codifica che sarebbe diventato il modello utilizzato nei negozi americani. Il primo prodotto della storia a essere venduto con un codice a barre fu una confezione di gomme da masticare della marca Wrigley’s, acquistata il 26 giugno 1974 in un supermercato di Troy, nello stato dell’Ohio. Quel gesto apparentemente banale segnò l’inizio di una nuova era: per la prima volta un prodotto poteva essere riconosciuto automaticamente da una macchina, senza bisogno di digitare manualmente il prezzo. Come funziona il codice a barre Il principio alla base del codice a barre è semplice: trasformare informazioni numeriche in un linguaggio leggibile da uno scanner. Le barre verticali di diverse larghezze rappresentano una sequenza di numeri. Quando il lettore ottico illumina il codice, interpreta la differenza tra le zone scure e quelle chiare e invia le informazioni a un sistema informatico. Il codice non contiene generalmente il prezzo del prodotto, ma un’identificazione unica collegata a un database. Quando un cassiere passa un articolo sullo scanner, il sistema riconosce il prodotto, recupera le informazioni associate e aggiorna automaticamente il magazzino. Questa innovazione ha permesso di ridurre gli errori, velocizzare le operazioni e migliorare il controllo della distribuzione. L’impatto sul mondo dei consumi L’introduzione del codice a barre ha modificato profondamente il funzionamento dell’intera economia dei consumi. Nei supermercati ha reso possibile gestire migliaia di prodotti diversi con maggiore precisione, riducendo i tempi alle casse e migliorando il controllo delle scorte. Per le aziende ha rappresentato una svolta nella logistica: ogni prodotto può essere seguito lungo il percorso che lo porta dalla fabbrica al punto vendita. Questo ha favorito lo sviluppo della grande distribuzione moderna e dei sistemi di rifornimento automatico. Anche i consumatori hanno beneficiato di questa tecnologia. La maggiore efficienza nella gestione dei prodotti ha contribuito a ridurre alcuni costi e a rendere disponibili nei negozi quantità sempre maggiori di articoli diversi. Il codice a barre è diventato inoltre uno strumento fondamentale per la tracciabilità, permettendo di controllare l’origine dei prodotti alimentari, la gestione dei farmaci e il movimento delle merci in tutto il mondo. Dalle barre ai codici digitali Negli ultimi anni il tradizionale codice a barre ha lasciato spazio anche a nuove tecnologie, come i codici QR e i sistemi basati sulla radiofrequenza (RFID). Questi strumenti permettono di contenere più informazioni e di offrire nuove possibilità, come collegare un prodotto a contenuti online o monitorarne il percorso in tempo reale. Nonostante l’evoluzione tecnologica, il codice a barre continua a essere utilizzato quotidianamente in milioni di attività commerciali. La sua forza sta proprio nella semplicità: un’invenzione nata da un problema pratico è riuscita a diventare uno standard universale. Una piccola invenzione dalla portata enorme La storia del codice a barre dimostra come anche un’idea apparentemente semplice possa cambiare il mondo. Quelle sottili linee nere stampate sulle confezioni hanno trasformato il commercio, accelerato la globalizzazione e modificato il rapporto tra aziende, negozi e consumatori. Dalla prima confezione di gomme scansionata nel 1974 fino ai moderni sistemi digitali di gestione delle merci, il codice a barre rappresenta una delle innovazioni più importanti della società dei consumi. Un piccolo simbolo grafico che, senza attirare l’attenzione, ha contribuito a costruire il modo in cui acquistiamo e vendiamo ogni giorno. 
Autore: Educazione Digitale 17 luglio 2026
In ambito informatico, è comune sentire parlare di “schermo blu della morte” o "Blue Screen of Death" (BSOD). Questo fenomeno è tanto temuto dagli utenti quanto affascinante per chi cerca di comprendere le dinamiche interne dei sistemi operativi. Ma perché, quando si verifica un guasto informatico, lo schermo del computer diventa blu? Cerchiamo di approfondire l'argomento. L'origine dello schermo blu Il termine BSOD è legato principalmente ai sistemi operativi Microsoft Windows. Si tratta di un errore di sistema critico che costringe il computer a interrompere tutte le operazioni per prevenire danni ulteriori. L'apparizione dello schermo blu è accompagnata da un messaggio di errore che offre informazioni sul tipo di problema riscontrato. Scelta del colore blu La scelta del colore blu per lo schermo di errore non è casuale. Ci sono diverse ragioni per cui Microsoft ha optato per questo colore specifico: 1. Visibilità e contrasto: Il blu, soprattutto in tonalità scura, offre un buon contrasto con il testo bianco o giallo, rendendo le informazioni sull'errore più leggibili. Questa caratteristica è cruciale, poiché l'utente deve poter leggere e interpretare il messaggio di errore per poter prendere le opportune azioni correttive. 2. Calma e professionalità: Psicologicamente, il colore blu è associato alla calma e alla professionalità. Di fronte a un problema grave del sistema, è importante non allarmare eccessivamente l'utente. Un colore come il rosso, per esempio, potrebbe indurre un senso di urgenza e panico. 3. Standardizzazione e riconoscibilità: Utilizzare uno stesso colore per tutti i messaggi di errore gravi aiuta a creare uno standard riconoscibile dagli utenti. Nel tempo, lo schermo blu è diventato sinonimo di guasto critico, facilitando la comunicazione tra utenti e tecnici informatici. Cause del BSOD Lo schermo blu può apparire per diversi motivi, tra cui: 1. Errori hardware: Problemi con la memoria RAM, guasti al disco rigido, o malfunzionamenti della scheda madre possono causare il BSOD. Questi problemi sono spesso legati a componenti fisici del computer. 2. Driver malfunzionanti: I driver sono software che permettono al sistema operativo di comunicare con l'hardware. Driver corrotti, incompatibili o mal configurati possono portare a gravi errori di sistema. 3. Software e aggiornamenti: Alcuni software possono causare conflitti con il sistema operativo, specialmente se non sono stati testati accuratamente. Anche aggiornamenti di sistema non riusciti possono provocare il BSOD. 4. Virus e malware: Software dannoso può corrompere file di sistema o alterare il funzionamento del computer, portando a errori critici. Come affrontare il BSOD Di fronte a uno schermo blu, è importante mantenere la calma e seguire alcuni passaggi per risolvere il problema: 1. Leggere il messaggio di errore: Spesso, lo schermo blu fornisce un codice di errore o un messaggio che può indicare la causa del problema. 2. Riavviare il computer: A volte, un semplice riavvio può risolvere problemi temporanei. Tuttavia, se il BSOD persiste, è necessario indagare ulteriormente. 3. Aggiornare i driver: Assicurarsi che tutti i driver siano aggiornati e compatibili con il sistema operativo. 4. Controllare l'hardware: Eseguire test diagnostici sulla memoria e sui dischi rigidi può aiutare a identificare eventuali guasti hardware. 5. Scansione antivirus: Eseguire una scansione completa del sistema per rilevare e rimuovere eventuali malware. Lo schermo blu della morte è una manifestazione visiva di un problema critico nel sistema operativo. Sebbene possa sembrare un evento catastrofico, è un meccanismo di protezione che aiuta a prevenire danni maggiori. Comprendere le cause del BSOD e sapere come affrontarlo può aiutare gli utenti a risolvere i problemi più rapidamente e con maggiore efficacia. E ricordate: dietro ogni schermo blu c'è un'opportunità per imparare di più sul funzionamento interno dei nostri fidati computer.
Autore: Educazione Digitale 17 luglio 2026
Internet è oggi una presenza costante nella nostra vita quotidiana, ma la sua introduzione in Italia è stata un processo lungo e complesso che ha avuto inizio negli anni '80. Questo articolo ripercorre le tappe fondamentali che hanno portato alla nascita di Internet nel nostro Paese. Le Origini: ARPANET e le Prime Connessioni Per comprendere l'arrivo di Internet in Italia, è necessario fare un passo indietro e considerare lo sviluppo della rete a livello globale. ARPANET, la rete sperimentale sviluppata dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti alla fine degli anni '60, è considerata l'antenata di Internet. ARPANET si basava sul protocollo TCP/IP, introdotto nel 1983, che avrebbe poi costituito la base della moderna rete Internet. In Italia, il primo passo verso l'adozione di Internet è avvenuto grazie agli sforzi di alcune università e centri di ricerca. Un ruolo cruciale è stato svolto dal CNUCE (Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico) di Pisa, che nel 1986 ha stabilito la prima connessione italiana alla rete ARPANET. 30 Aprile 1986: La Prima Connessione Italiana La data simbolica della nascita di Internet in Italia è il 30 aprile 1986. In quel giorno, il CNUCE di Pisa riuscì a collegarsi alla rete statunitense tramite un nodo situato presso l'Università della California a San Diego. Questo evento segnò la prima connessione TCP/IP tra l'Italia e gli Stati Uniti. Il collegamento fu reso possibile grazie a una linea telefonica dedicata a bassa velocità, capace di trasmettere dati a 64 kbps. Questo risultato è stato il frutto di un lungo lavoro di collaborazione tra ricercatori italiani e statunitensi, che condivisero conoscenze e tecnologie per superare le difficoltà tecniche e logistiche. Gli Anni '90: La Diffusione di Internet Dopo il successo del primo collegamento, la rete iniziò a espandersi gradualmente. Negli anni '90, con l'introduzione del World Wide Web (WWW) e la creazione dei primi browser come Mosaic, Internet divenne sempre più accessibile e attrattiva per il pubblico generale.  In Italia, gli anni '90 furono caratterizzati dalla nascita dei primi provider di servizi Internet, come Video On Line, TIN (Telecom Italia Net) e altri. Questi fornitori iniziarono a offrire connessioni dial-up, consentendo a privati e aziende di accedere a Internet tramite la linea telefonica. L'Impatto Culturale ed Economico L'introduzione di Internet ha avuto un impatto rivoluzionario sulla società italiana. Ha trasformato il modo in cui le persone comunicano, lavorano e accedono alle informazioni. Negli anni 2000, con la diffusione della banda larga, la rete ha raggiunto un numero sempre maggiore di utenti, accelerando il processo di digitalizzazione del Paese. Dal punto di vista economico, Internet ha stimolato la nascita di nuove industrie, come l'e-commerce e i servizi digitali, creando opportunità per imprese e professionisti in settori innovativi. Internet è nata ufficialmente in Italia il 30 aprile 1986, grazie all'impegno di ricercatori visionari e alla collaborazione internazionale. Da allora, la rete è cresciuta fino a diventare una componente indispensabile della vita quotidiana. La sua storia nel nostro Paese è un esempio di come l'innovazione tecnologica possa aprire nuove strade e trasformare profondamente la società.
Autore: Focus 17 luglio 2026
Per secoli la guerra è stata associata a eserciti schierati sui campi di battaglia, frontiere contese e scontri tra forze armate. Nel XXI secolo, però, una parte sempre più importante dei conflitti si è spostata in un territorio senza confini geografici: il cyberspazio. Qui gli Stati combattono attraverso reti informatiche, sistemi digitali e campagne di influenza capaci di colpire infrastrutture, governi e opinioni pubbliche. Tra gli attori considerati più attivi in questo nuovo scenario vi è la Russia, accusata da numerosi governi occidentali e organismi di sicurezza internazionale di aver sviluppato una strategia di guerra cibernetica collegata agli interessi del Cremlino. Mosca ha più volte respinto queste accuse, sostenendo che anche altri Paesi utilizzano strumenti informatici per attività di intelligence e sicurezza nazionale. Al di là delle responsabilità attribuite ai singoli episodi, è ormai evidente che il dominio digitale è diventato uno degli spazi fondamentali della competizione geopolitica contemporanea. La guerra senza confini La caratteristica principale della guerra cibernetica è la sua invisibilità. Un attacco informatico non richiede necessariamente soldati sul terreno o mezzi militari tradizionali. Può essere realizzato da migliaia di chilometri di distanza, sfruttando vulnerabilità nei sistemi informatici di governi, aziende o infrastrutture critiche. Un codice malevolo può bloccare servizi pubblici, compromettere reti energetiche, sottrarre informazioni riservate o paralizzare attività economiche. A differenza di un bombardamento convenzionale, un’operazione informatica può lasciare poche tracce immediate e rendere difficile individuare con certezza il responsabile. Questa ambiguità rappresenta uno degli aspetti più complessi della nuova guerra digitale. Nel cyberspazio, infatti, la distinzione tra attività militare, spionaggio, criminalità informatica e operazioni di influenza è spesso sfumata. Gli Stati possono condurre azioni ostili mantenendo un certo grado di negabilità, evitando uno scontro aperto. La costruzione della capacità digitale russa Negli ultimi decenni la Russia ha investito nello sviluppo di competenze tecnologiche avanzate e di strutture dedicate alla sicurezza informatica. Secondo diverse analisi internazionali, gruppi di hacker russi o collegati ad ambienti vicini allo Stato sarebbero stati coinvolti in operazioni di spionaggio digitale, campagne di influenza e attacchi contro obiettivi strategici. Tra i gruppi più conosciuti citati dagli esperti di sicurezza informatica figurano organizzazioni spesso indicate con nomi attribuiti dalle società di cybersicurezza, come APT28 e APT29. Le loro attività sono state associate, nel corso degli anni, ad azioni di raccolta di informazioni e intrusioni informatiche contro obiettivi politici e istituzionali. Il Cremlino considera il dominio digitale una componente della sicurezza nazionale. La capacità di proteggere le proprie reti e, allo stesso tempo, di condurre operazioni offensive rappresenta per Mosca uno strumento per difendere i propri interessi strategici in un ambiente internazionale sempre più competitivo. Le infrastrutture come bersaglio Uno degli aspetti più preoccupanti della guerra cibernetica riguarda gli attacchi alle infrastrutture critiche. Reti elettriche, sistemi di trasporto, comunicazioni, banche e servizi pubblici dipendono ormai in larga misura dalle tecnologie digitali. Colpire questi settori può provocare conseguenze che vanno oltre il semplice danno informatico. Un’interruzione della fornitura energetica, un blocco dei sistemi amministrativi o una compromissione delle comunicazioni possono generare disagi nella vita quotidiana dei cittadini e mettere sotto pressione le istituzioni. Negli ultimi anni diversi Paesi hanno rafforzato le proprie strutture di difesa digitale proprio per fronteggiare questa nuova tipologia di minaccia. La protezione informatica non riguarda più soltanto esperti di tecnologia, ma è diventata una questione strategica nazionale. Il fronte ucraino e l’evoluzione della guerra digitale Il conflitto in Ucraina ha rappresentato uno dei più importanti esempi contemporanei di integrazione tra guerra tradizionale e guerra cibernetica. Già prima dell’invasione del 2022 erano stati segnalati attacchi informatici contro organizzazioni e infrastrutture ucraine. Durante il conflitto, il cyberspazio è diventato un ulteriore campo di confronto. Attacchi e tentativi di intrusione hanno riguardato enti governativi, aziende e sistemi considerati strategici. Allo stesso tempo, l’Ucraina ha sviluppato una forte capacità di resilienza digitale, anche grazie al sostegno di partner internazionali e del settore privato. La guerra in Ucraina ha dimostrato che le operazioni informatiche raramente sostituiscono completamente le azioni militari tradizionali, ma possono accompagnarle, creando vantaggi tattici e influenzando il contesto politico e sociale. La battaglia per il controllo dell’informazione Accanto agli attacchi tecnici esiste un altro fronte della guerra digitale: quello della percezione. L’informazione è diventata una risorsa strategica e la capacità di influenzare il modo in cui le persone interpretano gli eventi può avere effetti concreti sulle società. Le autorità occidentali hanno accusato la Russia di utilizzare campagne di disinformazione online per condizionare il dibattito pubblico in altri Paesi. Queste campagne possono includere la diffusione di notizie false, l’amplificazione artificiale di contenuti divisivi e l’utilizzo di reti coordinate sui social media. La guerra dell’informazione non mira necessariamente a convincere tutti di una determinata versione dei fatti. Spesso l’obiettivo può essere creare confusione, indebolire la fiducia nelle istituzioni e rendere più difficile distinguere informazioni affidabili da manipolazioni. La risposta dell’Occidente Di fronte alla crescita delle minacce informatiche, Stati Uniti, Unione Europea e altri Paesi hanno sviluppato nuove strategie di difesa digitale. Sono stati creati centri specializzati nella sicurezza informatica, rafforzata la collaborazione tra governi e aziende tecnologiche e introdotte nuove misure per proteggere infrastrutture essenziali. La cooperazione internazionale è diventata fondamentale perché nessun Paese può affrontare da solo un ambiente digitale globale. Un attacco informatico può partire da una parte del mondo e colpire obiettivi situati dall’altra parte del pianeta. Tuttavia, rimane aperto il problema della definizione di regole comuni. A differenza degli armamenti tradizionali, per il cyberspazio esistono ancora pochi strumenti condivisi capaci di stabilire con chiarezza quali comportamenti siano accettabili e quali costituiscano un atto di aggressione. L’intelligenza artificiale e il futuro del conflitto digitale La prossima fase della guerra cibernetica potrebbe essere caratterizzata dall’impiego crescente dell’intelligenza artificiale. Sistemi automatizzati potrebbero rendere più rapida l’individuazione delle vulnerabilità, aumentare la capacità degli attacchi e rendere ancora più difficile la difesa. Allo stesso tempo, l’intelligenza artificiale potrà essere utilizzata per migliorare la sicurezza informatica, individuare minacce in tempo reale e proteggere reti sempre più complesse. Il futuro della competizione internazionale dipenderà quindi anche dalla capacità degli Stati di governare queste tecnologie. La sfida non sarà soltanto sviluppare strumenti più avanzati, ma garantire che il loro utilizzo rimanga compatibile con la stabilità internazionale. Il nuovo campo di battaglia globale La guerra cibernetica del Cremlino rappresenta una delle espressioni più evidenti della trasformazione dei conflitti moderni. Il potere non si misura più soltanto attraverso il numero di soldati o la forza degli arsenali militari, ma anche attraverso la capacità di controllare informazioni, proteggere infrastrutture digitali e operare nello spazio informatico. Il cyberspazio è diventato un campo di battaglia permanente, dove la competizione tra Stati si svolge spesso lontano dagli occhi dell’opinione pubblica. In questo nuovo scenario, la sicurezza digitale non è più un tema riservato agli specialisti: riguarda la politica, l’economia e la vita quotidiana di milioni di persone. La guerra del futuro potrebbe non essere annunciata da esplosioni e sirene, ma da blackout improvvisi, dati sottratti e informazioni manipolate. Ed è proprio questa natura invisibile a rendere la guerra cibernetica una delle sfide più complesse del nostro tempo. 
Autore: Focus 17 luglio 2026
Per alcuni utenti non è più soltanto un chatbot. L'intelligenza artificiale sta diventando un partner con cui condividere emozioni, confidarsi, celebrare matrimoni simbolici e persino immaginare una famiglia. È il quadro che emerge da una ricerca internazionale che analizza un fenomeno ancora di nicchia, ma in rapida evoluzione. Lo studio è stato condotto dall'Istituto INGENIO, centro congiunto del Consejo Superior de Investigaciones Científicas (CSIC) e dell'Università Politecnica di Valencia (UPV), in collaborazione con l'Università di Cambridge, il King's College di Londra e la Aalto University. I ricercatori hanno intervistato 17 persone che hanno dichiarato di vivere una relazione sentimentale con assistenti di intelligenza artificiale come ChatGPT, Replika e Character.AI. Secondo gli autori, questi rapporti nascono spesso da semplici conversazioni o dall'utilizzo dell'IA per attività quotidiane, ma con il tempo possono trasformarsi in legami caratterizzati da fiducia, coinvolgimento emotivo e, in alcuni casi, dipendenza. Le testimonianze raccolte raccontano di appuntamenti virtuali, matrimoni simbolici e progetti di vita condivisi. Uno dei partecipanti ha spiegato di aver immaginato di avere un figlio con la propria compagna virtuale, arrivando perfino a segnare sul calendario la data del suo presunto ciclo mestruale come parte della relazione. Le piattaforme, però, impongono limiti precisi. Lo stesso utente ha raccontato che gli eventuali figli potrebbero esistere soltanto come personaggi non giocanti (NPC), poiché gli assistenti basati sull'intelligenza artificiale non possono rappresentare personaggi minorenni. Lo studio mette in evidenza anche dinamiche tipiche delle relazioni umane, come la gelosia. Alcuni partecipanti hanno raccontato di sentirsi infastiditi nel vedere altre persone interagire con il "proprio" partner virtuale o condividere online conversazioni intime con lo stesso personaggio. Non mancano nemmeno le separazioni. Diversi intervistati hanno vissuto la perdita del proprio assistente virtuale, dovuta a un aggiornamento della piattaforma, alla cancellazione del personaggio o alla chiusura del servizio, come una vera rottura sentimentale. Altri, invece, hanno descritto il rapporto con l'IA come un legame destinato a durare per sempre, fondato su promesse di reciproco impegno. C'è anche chi ha scelto di interrompere volontariamente la relazione. Un partecipante ha raccontato di aver chiuso il rapporto con l'assistente virtuale dopo aver iniziato una storia con una persona reale. Secondo i ricercatori, molte rotture sono state determinate da fattori esterni, come modifiche ai modelli di IA, restrizioni sui contenuti per adulti, aggiornamenti tecnici o la rimozione dei personaggi da parte dei loro creatori. Cambiamenti che, per alcuni utenti, sono stati vissuti con lo stesso dolore di una separazione reale. Un altro aspetto evidenziato dalla ricerca riguarda la privacy. Con il consolidarsi del rapporto, gli utenti tendono a confidare all'intelligenza artificiale dettagli estremamente personali, tra cui problemi di salute, esperienze traumatiche e aspetti molto intimi della propria vita. Una situazione che, secondo gli autori, pone nuove sfide sul fronte della protezione dei dati personali. Per gli studiosi, le relazioni sentimentali con l'intelligenza artificiale non rappresentano più un'ipotesi futuristica, ma una realtà emergente destinata a crescere con la diffusione di questi strumenti. Un fenomeno che apre interrogativi sempre più urgenti sulle implicazioni psicologiche, etiche e giuridiche dell'IA nella vita quotidiana. 
Autore: Educazione Digitale 17 luglio 2026
Quando si parla di Dark Web, l’immaginario collettivo tende a evocare scenari estremi: mercati clandestini, hacker anonimi, traffici illegali e un universo digitale completamente fuori controllo. Film, serie televisive e racconti giornalistici hanno contribuito a costruire l’idea di una “zona oscura” di Internet dove tutto è possibile e dove l’anonimato garantisce impunità. La realtà, però, è più complessa: il Dark Web esiste davvero, ospita attività criminali, ma non coincide con il lato illegale della rete e molti luoghi comuni sono frutto di esagerazioni. Che cos’è realmente il Dark Web Per comprendere il fenomeno è necessario distinguere tra Surface Web, Deep Web e Dark Web. Il Surface Web è la parte di Internet accessibile attraverso i normali motori di ricerca: siti informativi, social network, negozi online e portali pubblici. È solo una piccola parte dell’intero ecosistema digitale. Il Deep Web comprende invece tutte quelle risorse non indicizzate dai motori di ricerca, come archivi privati, database aziendali, servizi bancari online, piattaforme interne alle organizzazioni e contenuti protetti da autenticazione. Non ha nulla di illegale: fa semplicemente parte del funzionamento quotidiano di Internet. Il Dark Web è una porzione del Deep Web accessibile attraverso strumenti specifici progettati per garantire maggiore anonimato, come la rete Tor (The Onion Router). Questa tecnologia è stata sviluppata per proteggere la privacy delle comunicazioni e viene utilizzata anche da giornalisti, attivisti, ricercatori e persone che vivono in Paesi dove l’accesso all’informazione è limitato. Il problema nasce dal fatto che lo stesso anonimato può essere sfruttato anche per scopi criminali. Il mercato nero digitale Uno degli aspetti più conosciuti del Dark Web è la presenza di mercati illegali, spesso definiti “dark market”. Queste piattaforme funzionano, almeno apparentemente, in modo simile ai normali siti di commercio elettronico: gli utenti possono consultare offerte, leggere recensioni, utilizzare sistemi di pagamento e comunicare con i venditori. La differenza fondamentale riguarda la natura dei beni e dei servizi offerti. Nel corso degli anni sono stati individuati mercati dedicati alla vendita di: dati personali rubati; credenziali di accesso compromesse; documenti falsificati; informazioni finanziarie ottenute illegalmente; software malevoli e strumenti utilizzati per attacchi informatici; prodotti e servizi vietati dalla legge. Questi mercati rappresentano una componente importante dell’economia criminale digitale, ma non sono così invulnerabili come spesso vengono descritti. Molti sono stati chiusi dalle autorità attraverso operazioni investigative internazionali, mentre altri sono falliti a causa di truffe interne, rivalità tra criminali o errori operativi degli stessi gestori. Il mito dell’anonimato assoluto Uno dei principali miti legati al Dark Web è che sia impossibile identificare chi opera al suo interno. In realtà, l’anonimato offerto da strumenti come Tor non equivale all’invisibilità totale. Le attività online lasciano spesso tracce indirette: errori umani, riutilizzo di identità digitali, pagamenti non adeguatamente protetti, vulnerabilità tecniche o comportamenti ripetitivi possono permettere agli investigatori di ricostruire collegamenti tra persone e attività illegali. Molti arresti di amministratori e utenti di piattaforme clandestine sono avvenuti proprio perché l’elemento più debole della sicurezza non era la tecnologia, ma il comportamento umano. Il Dark Web non è sinonimo di criminalità Un altro luogo comune è considerare tutto il Dark Web come un ambiente criminale. Questa visione è riduttiva. Le tecnologie che permettono l’anonimato online possono avere anche funzioni legittime. In alcuni contesti vengono utilizzate per: proteggere fonti giornalistiche riservate; comunicare in modo sicuro in situazioni di censura; difendere la privacy personale; svolgere ricerche sulla sicurezza informatica; creare canali di comunicazione più difficili da sorvegliare. Come molte altre tecnologie, anche gli strumenti di anonimizzazione possono essere usati per finalità positive o negative. Il valore dello strumento dipende dall’utilizzo che ne viene fatto. Il mito dei “supermercati del crimine” Film e racconti popolari spesso descrivono il Dark Web come un enorme centro commerciale illegale dove acquistare qualsiasi cosa con pochi clic. La realtà è meno spettacolare. Molti siti che promettono accesso a beni o servizi criminali sono truffe create dagli stessi criminali per rubare denaro agli utenti. Inoltre, la reputazione dei venditori non offre garanzie reali e le transazioni possono comportare rischi elevati per tutti i partecipanti. Il Dark Web non è un mercato perfetto e organizzato come spesso viene rappresentato: è un ambiente instabile, frammentato e caratterizzato da frequenti frodi. Il ruolo della cybersecurity La diffusione del Dark Web ha avuto un impatto significativo anche sul mondo della sicurezza informatica. Aziende e istituzioni monitorano costantemente questo ambiente per individuare informazioni sottratte illegalmente, credenziali compromesse e segnali di possibili attacchi. Il monitoraggio del Dark Web è diventato una componente delle strategie di difesa digitale, soprattutto per prevenire conseguenze derivanti da furti di dati. Tuttavia, la protezione più efficace rimane spesso legata a pratiche fondamentali: utilizzare password robuste e diverse per ogni servizio, attivare l’autenticazione a più fattori, aggiornare regolarmente i sistemi e prestare attenzione ai tentativi di phishing. Un fenomeno da conoscere senza alimentare leggende Il Dark Web rappresenta una delle aree più controverse dell’ecosistema digitale contemporaneo. È un luogo dove convivono esigenze legittime di privacy e attività criminali, innovazione tecnologica e abusi. Ridurlo a una semplice “rete del crimine” significa ignorare il ruolo che gli strumenti di anonimizzazione possono avere nella tutela dei diritti digitali. Allo stesso tempo, descriverlo come un mondo completamente libero e senza regole significa sottovalutare i rischi concreti legati ai mercati illegali e alle attività informatiche criminali. La realtà è meno cinematografica ma più interessante: il Dark Web non è un universo parallelo dominato dal caos, bensì una parte nascosta di Internet dove tecnologia, sicurezza, privacy e criminalità si incontrano in un equilibrio complesso. 
Autore: News 17 luglio 2026
L'intelligenza artificiale rappresenta una delle principali leve di sviluppo economico e innovazione del prossimo decennio, ma il suo impatto dipenderà anche dalla capacità dei singoli Paesi di sviluppare e governare infrastrutture, dati e competenze in modo autonomo. È questa la visione espressa da Microsoft, secondo cui il concetto di "sovranità dell'IA" può contribuire a ridurre il divario tecnologico tra le diverse aree del mondo. Secondo l'azienda di Redmond, la sovranità dell'intelligenza artificiale non si limita alla disponibilità di tecnologie avanzate, ma comprende anche la possibilità per governi, imprese e organizzazioni di mantenere il controllo sui dati, rispettare le normative locali e sviluppare soluzioni capaci di rispondere alle esigenze dei rispettivi territori. In questo scenario, il cloud, i data center distribuiti e modelli di IA personalizzabili diventano elementi strategici per consentire ai Paesi di adottare tecnologie avanzate senza rinunciare alla sicurezza, alla privacy e alla conformità normativa. L'obiettivo è favorire un ecosistema digitale più equilibrato, nel quale anche le economie emergenti possano accedere agli strumenti necessari per accelerare la propria trasformazione digitale. Microsoft sottolinea inoltre che la diffusione dell'intelligenza artificiale richiede investimenti non solo nelle infrastrutture, ma anche nella formazione delle competenze. Ridurre il digital divide significa infatti creare le condizioni affinché cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni possano utilizzare l'IA in modo consapevole, responsabile e produttivo. L'azienda evidenzia come la collaborazione tra settore pubblico e privato sarà determinante per costruire un ecosistema affidabile, nel quale innovazione e sovranità possano procedere di pari passo. In quest'ottica, l'adozione di standard condivisi, politiche di sicurezza avanzate e strumenti di governance rappresenta un fattore essenziale per promuovere la fiducia nell'intelligenza artificiale. Per Microsoft, la sovranità dell'IA non deve essere interpretata come un approccio protezionistico, ma come un'opportunità per rendere l'innovazione più inclusiva e accessibile. Consentire ai diversi Paesi di sviluppare capacità autonome nel campo dell'intelligenza artificiale potrebbe infatti favorire una distribuzione più equa dei benefici economici e sociali della tecnologia, contribuendo a colmare il divario digitale che ancora separa molte regioni del mondo. 
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