Viaggio nell’Informatica Quantistica

L’informatica quantistica è una tecnologia in rapida ascesa che sfrutta le leggi della meccanica quantistica per risolvere problemi complessi per i computer classici. Queste macchine sono molto diverse dai computer classici che esistono da oltre mezzo secolo.


L’informatica quantistica utilizza particelle subatomiche, come elettroni o fotoni. I bit quantistici, o qubit, consentono a queste particelle di esistere in più di uno stato (cioè 1 e 0) allo stesso tempo. In teoria, i qubit collegati possono “sfruttare l’interferenza tra i loro stati quantistici ondulatori per eseguire calcoli che altrimenti richiederebbero milioni di anni”.


Oggi i computer classici utilizzano un flusso di impulsi elettrici (1 e 0) in modo binario per codificare le informazioni in bit. Questo limita la loro capacità di elaborazione rispetto all’informatica quantistica.


Limitazioni dei supercomputer


Per alcuni problemi, i supercomputer non sono poi così super. Quando scienziati e ingegneri trovano problemi altamenti complessi, si rivolgono ai supercomputer. Si tratta di computer classici molto grandi, spesso dotati di migliaia di core di CPU e GPU. Tuttavia, anche i supercomputer faticano a risolvere alcuni tipi di problemi.


Se un supercomputer si blocca, probabilmente è perché gli è stato chiesto di risolvere un problema con un alto grado di complessità. I problemi complessi sono problemi con molte variabili che interagiscono in modi complicati. Modellare il comportamento dei singoli atomi in una molecola è un problema complesso, a causa di tutti i diversi elettroni che interagiscono tra loro. Anche stabilire le rotte ideali per alcune centinaia di petroliere in una rete di navigazione globale è complesso.


L’informatica quantistica ha la capacità di vagliare un numero enorme di possibilità e di estrarre potenziali soluzioni a problemi e sfide complesse. Mentre i computer classici memorizzano le informazioni sotto forma di bit con 0 o 1, i computer quantistici utilizzano i qubit. I qubit trasportano le informazioni in uno stato quantistico che impegna 0 e 1 in modo multidimensionale.


Questo enorme potenziale di calcolo e le dimensioni del mercato previste per il suo utilizzo hanno attirato l’attenzione di alcune delle aziende più importanti. Tra queste, IBM, Microsoft, Google, D-Waves Systems, Alibaba, Nokia, Intel, Airbus, HP, Toshiba, Mitsubishi, SK Telecom, NEC, Raytheon, Lockheed Martin, Rigetti, Biogen, Volkswagen e Amgen.


Usi e benefici del calcolo quantistico



L’informatica quantistica potrebbe contribuire enormemente ai settori della sicurezza, della finanza, degli affari militari e dell’intelligence, della progettazione e della scoperta di farmaci, della progettazione aerospaziale, dei servizi di pubblica utilità (fusione nucleare), della progettazione di polimeri, dell’apprendimento automatico, dell’intelligenza artificiale (IA), della ricerca di Big Data e della fabbricazione digitale.


I computer quantistici potrebbero essere utilizzati per migliorare la condivisione sicura delle informazioni. Oppure per migliorare i radar e la loro capacità di rilevare missili e aerei. Un’altra area in cui si prevede che l’informatica quantistica sarà utile è l‘ambiente e il mantenimento dell’acqua pulita con sensori chimici.


Ecco alcuni potenziali vantaggi dell’informatica quantistica: Le istituzioni finanziarie potrebbero utilizzare l’informatica quantistica per progettare portafogli di investimento più efficaci ed efficienti per i clienti retail e istituzionali. Potrebbero concentrarsi sulla creazione di migliori simulatori di trading e migliorare l’individuazione delle frodi.


Il settore sanitario potrebbe utilizzare l’informatica quantistica per sviluppare nuovi farmaci e cure mediche geneticamente mirate. Potrebbe anche alimentare una ricerca più avanzata sul DNA.


Per una maggiore sicurezza online, l’informatica quantistica può aiutare a progettare una migliore crittografia dei dati e modi per utilizzare i segnali luminosi per rilevare gli intrusi nel sistema.


L’informatica quantistica può essere utilizzata per progettare sistemi di pianificazione del traffico e degli aerei più efficienti e sicuri.


Caratteristiche dell’informatica quantistica


La superposizione e l’entanglement sono due caratteristiche della fisica quantistica su cui si basa questa nuova scienza. Esse consentono ai computer quantistici di eseguire operazioni a velocità esponenzialmente superiori a quelle dei computer convenzionali e con un consumo energetico molto inferiore.


Superposizione

Secondo IBM, l’aspetto più rilevante è quello che un qubit può fare piuttosto che quello che è. Un qubit pone l’informazione quantistica che contiene in uno stato di sovrapposizione. Si tratta di una combinazione di tutte le possibili configurazioni del qubit. “Gruppi di qubit in superposizione possono creare spazi computazionali complessi e multidimensionali. I problemi complessi possono essere rappresentati in modi nuovi in questi spazi”.


Entanglement

L’entanglement è parte integrante della potenza di calcolo quantistico. È possibile far sì che coppie di qubit diventino entangled. Ciò significa che i due qubit esistono in un unico stato. In questo stato, la modifica di un qubit influisce direttamente sull’altro in modo prevedibile. Gli algoritmi quantistici sono progettati per sfruttare questa relazione per risolvere problemi complessi. Mentre il raddoppio del numero di bit in un computer classico raddoppia la sua potenza di elaborazione, l’aggiunta di qubit comporta un aumento esponenziale della potenza e della capacità di calcolo.


Decoerenza

La decoerenza si verifica quando il comportamento quantistico dei qubit decade. Lo stato quantico può essere disturbato istantaneamente da vibrazioni o variazioni di temperatura. Questo può causare la caduta dei qubit dalla sovrapposizione e la comparsa di errori nel calcolo. È importante che i qubit siano protetti da queste interferenze, ad esempio con frigoriferi superraffreddati, isolanti e camere a vuoto.


Limitazioni del calcolo quantistico


Il calcolo quantistico offre un enorme potenziale per lo sviluppo e la risoluzione di problemi in molti settori. Tuttavia, attualmente presenta dei limiti. La decoerenza, o decadimento, può essere causata dal minimo disturbo nell’ambiente del qubit. Ciò comporta il collasso delle computazioni o l’insorgere di errori. Come già detto, un computer quantistico deve essere protetto da qualsiasi interferenza esterna durante la fase di calcolo.


La correzione degli errori durante la fase di calcolo non è stata perfezionata. Questo rende i calcoli potenzialmente inaffidabili. Poiché i qubit non sono bit di dati digitali, non possono beneficiare delle soluzioni convenzionali di correzione degli errori utilizzate dai computer classici.


Il recupero dei risultati dei calcoli può corrompere i dati. Sviluppi come un particolare algoritmo di ricerca di database che garantisce che l’atto della misurazione faccia decadere lo stato quantistico nella risposta corretta sono promettenti.


Software quantistico


Il software implementa algoritmi quantistici unici utilizzando circuiti quantistici. Un circuito quantistico è una routine di calcolo che definisce una serie di operazioni logiche quantistiche sui qubit sottostanti. Gli sviluppatori possono utilizzare vari strumenti di sviluppo software e librerie per codificare gli algoritmi.


Sicurezza e crittografia quantistica


La mancanza di qubit impedisce ai computer quantistici di essere all’altezza del loro potenziale di utilizzo.


La crittografia classica – come l’algoritmo Rivest-Shamir-Adleman (RSA), ampiamente utilizzato per proteggere la trasmissione dei dati – si basa sulla fattorizzazione dei numeri interi o i logaritmi discreti. Molti di questi problemi possono essere risolti in modo più efficiente utilizzando i computer quantistici.


Questo naturalmente comporta che dovranno essere sviluppati sistemi di crittografia “quantum resistant” Secondo il leader mondiale dell’energia Iberdola, “i computer quantistici devono avere una pressione atmosferica quasi nulla, una temperatura ambiente vicina allo zero assoluto (-273°C) e un isolamento dal campo magnetico terrestre per evitare che gli atomi si muovano, si scontrino tra loro o interagiscano con l’ambiente. Inoltre, questi sistemi funzionano solo per intervalli di tempo molto brevi, per cui le informazioni si danneggiano e non possono essere conservate, rendendo ancora più difficile il recupero dei dati”.


Va da se che al momento la stabilità del sistema quantistico è un problema tutto da risolvere.


© 𝗯𝘆 𝗔𝗻𝘁𝗼𝗻𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗖𝗮𝗺𝗶𝗹𝗼𝘁𝘁𝗼

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La chiocciola, oggi onnipresente negli indirizzi di posta elettronica, non è affatto un’invenzione moderna né tantomeno un simbolo nato con l’informatica. La sua storia affonda le radici in un passato sorprendente, in cui l’uso del carattere era completamente diverso da quello che conosciamo. Prima di diventare l’elemento distintivo delle email, il simbolo era impiegato in contesti commerciali e contabili. In documenti antichi, soprattutto di area anglosassone, veniva utilizzato come abbreviazione per indicare una tariffa o un prezzo unitario, con il significato di “al costo di”. Questa funzione pratica permetteva ai mercanti di annotare più velocemente quantità e valori nelle proprie registrazioni. Altre tradizioni attribuiscono alla chiocciola un ruolo nelle trascrizioni medievali: alcuni amanuensi europei l’avrebbero utilizzata come variante grafica della preposizione latina “ad”, che esprimeva un moto a luogo o un rapporto tra quantità. La forma arrotondata e avvolgente che conosciamo oggi potrebbe essersi evoluta proprio da tali abbreviazioni, frutto dello stile di scrittura del tempo. Fu solo negli anni Settanta del Novecento che la chiocciola venne scelta dal programmatore Ray Tomlinson come simbolo ideale per distinguere il nome dell’utente dal dominio all’interno del primo sistema di posta elettronica della storia. Un carattere poco utilizzato, privo di significati ambigui e presente nelle tastiere: le ragioni pratiche del suo impiego finirono per trasformarlo nella vera e propria icona del mondo digitale. Oggi la chiocciola è molto più di un semplice segno grafico: rappresenta comunicazione, connessione e presenza online. Eppure, dietro la sua apparente modernità, si nasconde un lungo percorso storico che attraversa mercati, manoscritti e rivoluzioni tecnologiche. 
Autore: by Antonello Camilotto 11 dicembre 2025
Nel corso degli ultimi anni la Chiesa si è trovata immersa in un contesto profondamente trasformato dalla rivoluzione digitale. Social network, piattaforme di streaming, intelligenza artificiale e nuovi linguaggi comunicativi hanno modificato non solo il modo in cui si diffondono informazioni e opinioni, ma anche le modalità con cui le istituzioni religiose possono dialogare con fedeli e non credenti. Il processo di digitalizzazione, accelerato dalla pandemia, ha costretto molte diocesi ad adottare strumenti fino a poco prima considerati marginali: messe trasmesse in diretta, catechesi via webinar, incontri parrocchiali su piattaforme online. Sebbene inizialmente tutto ciò sia sembrato un ripiego, l’esperienza ha invece mostrato un potenziale inatteso. Il digitale può diventare un ponte, un luogo di incontro che supera distanze geografiche e barriere sociali. Non mancano tuttavia le sfide. La comunicazione online richiede nuovi codici: immediatezza, sintesi, capacità di intercettare dinamiche spesso lontane dal linguaggio tradizionale ecclesiale. La presenza della Chiesa nei social deve dunque confrontarsi con il rischio della superficialità, delle polarizzazioni e della diffusione di informazioni non verificate. In questo contesto, la credibilità diventa un elemento essenziale: un messaggio evangelico tradotto in forme moderne non può prescindere da una testimonianza coerente. Accanto alle difficoltà emergono anche nuove opportunità pastorali. Le piattaforme digitali aprono spazi di ascolto particolarmente preziosi per chi vive ai margini della comunità o fatica ad avvicinarsi alle istituzioni religiose. Gruppi di preghiera online, percorsi formativi multimediali, progetti missionari sui social diventano strumenti capaci di raggiungere pubblici che in passato rimanevano invisibili. La domanda che si pone oggi non è più se la Chiesa debba abitare l’ambiente digitale, ma come farlo in modo responsabile, creativo e fedele alla propria identità. La sfida consiste nel trasformare il web da semplice canale di comunicazione in uno spazio reale di relazione, dialogo e annuncio. Una sfida che, sempre più, rappresenta uno dei fronti decisivi per il futuro della comunità cristiana. 
Autore: by Antonello Camilotto 11 dicembre 2025
Quando oggi pensiamo alla messaggistica istantanea, ci vengono in mente WhatsApp, Telegram, Messenger o Signal. Ma l’idea di comunicare in tempo reale tramite una rete di computer è molto più antica di quanto si possa immaginare. Prima degli smartphone, prima di Internet, e persino prima dei PC come li conosciamo oggi, qualcuno aveva già inventato la chat istantanea. Era il 1973. E quello strumento si chiamava Talkomatic. Le origini: PLATO e la nascita di un’idea rivoluzionaria Talkomatic nasce all’interno del progetto PLATO (Programmed Logic for Automatic Teaching Operations), un sistema educativo computerizzato sviluppato presso l’Università dell’Illinois. PLATO è ricordato per molte innovazioni pionieristiche: display al plasma, giochi multiplayer, forum, email e, appunto, la chat in tempo reale. Nel 1973 gli sviluppatori Doug Brown e David R. Woolley crearono Talkomatic, una piattaforma di comunicazione dove più utenti potevano entrare in "canali" tematici e digitare messaggi che comparivano sullo schermo degli altri lettera per lettera, in tempo reale. A differenza delle chat moderne, dove il messaggio viene inviato solo quando si preme “Invio”, con Talkomatic gli utenti vedevano ciò che gli altri scrivevano istantaneamente, carattere dopo carattere. Un’esperienza di comunicazione sorprendentemente “dal vivo”, quasi paragonabile a una conversazione vocale. Un successo inatteso In poco tempo Talkomatic divenne una delle funzioni più popolari dell’intero sistema PLATO. Venne usato dagli studenti, dagli insegnanti e persino dai tecnici che lavoravano sui server. Nonostante le limitazioni tecnologiche dell’epoca — computer costosissimi, accesso remoto tramite linee telefoniche lente — il bisogno umano di comunicare in modo immediato trovò spazio in questa innovazione. La lenta scomparsa e la rinascita Con la fine del progetto PLATO e l’arrivo dei nuovi sistemi informatici, Talkomatic scomparve gradualmente. Ma la sua eredità continuò a vivere, influenzando le prime chat IRC, i messenger degli anni ’90 e, più in generale, l’intero concetto di messaggistica istantanea moderna. Nel 2014, uno dei suoi creatori, David R. Woolley, decise di riportarlo in vita online, ricreando una versione accessibile via web basata sul funzionamento originale: stanze di chat pubbliche, messaggi che scorrono lettera per lettera, interfaccia minimalista e un sapore fortemente retro. Perché oggi ha ancora un fascino particolare Oggi Talkomatic sopravvive come una sorta di museo vivente di Internet. È un pezzo di storia interattiva, che permette di fare un salto nel passato e provare cosa significasse comunicare ai primissimi giorni delle reti digitali. Il fascino di Talkomatic risiede proprio nella sua semplicità: nessuna criptazione o sticker animati; nessuna registrazione o profilo; solo utenti che digitano e vedono digitare gli altri. È un’esperienza che, paradossalmente, appare più “umana” di molte forme di comunicazione moderne. Un’eredità che continua Parlare di Talkomatic significa raccontare la nascita di una delle funzioni più utilizzate al mondo: la chat. Oggi decine di miliardi di messaggi vengono scambiati ogni giorno, ma tutto è iniziato da un esperimento universitario, un terminale al plasma e la visione di due programmatori.  A 52 anni dalla sua creazione, Talkomatic non è solo un cimelio tecnologico: è un promemoria di quanto la necessità di comunicare sia alla base di ogni evoluzione digitale.
Autore: by Antonello Camilotto 11 dicembre 2025
Quando oggi parliamo di chatbot, assistenti virtuali e intelligenze artificiali conversazionali, è facile dimenticare che tutto ebbe inizio negli anni Sessanta, ben prima dell’era dei computer personali e di Internet. In quell’epoca pionieristica nacque ELIZA, considerata il primo chatbot della storia: un software sorprendentemente moderno per il suo tempo, capace di simulare una conversazione con un essere umano. Le origini: Joseph Weizenbaum e il MIT ELIZA fu sviluppata nel 1966 da Joseph Weizenbaum, informatico e ricercatore del MIT. Il suo obiettivo iniziale non era creare un sistema intelligente, bensì dimostrare quanto potesse essere ingannevolmente semplice simulare la comprensione linguistica tramite un insieme di regole. Il programma analizzava il testo inserito dall’utente e cercava determinate parole chiave. In base a queste, sceglieva una risposta costruita secondo schemi predefiniti. Non “capiva” realmente ciò che veniva detto, ma imitava abilmente uno stile conversazionale coerente. Il celebre script: DOCTOR Tra i vari script che Weizenbaum implementò, il più famoso fu DOCTOR, una simulazione di uno psicoterapeuta rogersiano. Questo approccio psicologico, basato sull’ascolto attivo e sulla riformulazione delle frasi del paziente, si prestava perfettamente alla logica del programma. Esempio tipico: Utente: "Sono triste perché litigo spesso con mia madre." ELIZA: "Mi parli di sua madre." La forza di DOCTOR stava proprio nel restituire all’utente le sue parole, ponendole in forma di domanda. Una tecnica semplice, ma capace di creare l’illusione di un dialogo empatico. La reazione delle persone Weizenbaum rimase lui stesso sorpreso dalla reazione che ELIZA suscitò. Molti utenti, pur sapendo che si trattava di un programma, tendevano a instaurare un rapporto emotivo con esso. Alcuni suoi colleghi arrivarono a chiedergli di lasciare la stanza per parlare con ELIZA “in privato”. Questa risposta emotiva spinse Weizenbaum a riflettere profondamente sui rischi psicologici e sociali dell’affidarsi alle macchine per conversazioni sensibili, ponendo le basi per un dibattito etico ancora attuale. Perché ELIZA è ancora importante Sebbene elementare rispetto ai sistemi moderni, ELIZA rappresenta una pietra miliare per diversi motivi: È il primo esempio di elaborazione del linguaggio naturale applicato a una conversazione. Ha mostrato come la forma del linguaggio possa creare illusione di comprensione, anche senza intelligenza reale. Ha inaugurato il filone dei dialog systems, precursori dei chatbot contemporanei. Ha sollevato domande etiche fondamentali sulla relazione uomo-macchina. L’eredità di ELIZA Oggi assistenti come ChatGPT, Alexa o Siri usano tecniche immensamente più avanzate, ma il principio che ELIZA introdusse — la possibilità di interagire con una macchina attraverso il linguaggio naturale — resta centrale. ELIZA rimane un simbolo dell’inizio di un percorso che continua a trasformare il nostro rapporto con la tecnologia. In un’epoca in cui i chatbot partecipano a conversazioni complesse, generano testi e persino emozioni, ricordare ELIZA significa riconoscere il punto di partenza di una delle rivoluzioni più affascinanti della storia dell’informatica.
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