Educazione Digitale

Miss Manners nell'era digitale: il galateo della corrispondenza informatica

Dalla buona educazione della posta tradizionale alla netiquette di e-mail, chat e social


La tecnologia ha cambiato radicalmente il modo di comunicare, ma non ha cancellato una necessità antica: quella di sapere come rivolgersi agli altri con educazione. Se un tempo esistevano regole precise per scrivere una lettera, oggi gli stessi principi si applicano a e-mail, messaggi istantanei, social network e comunicazioni di lavoro.


È in questo passaggio che la figura di Miss Manners diventa particolarmente interessante. Il suo nome è diventato negli Stati Uniti quasi sinonimo di galateo e buone maniere, e può essere idealmente proiettato nel mondo digitale per comprendere come la tecnologia abbia trasformato anche le regole della comunicazione.


Chi era Miss Manners


Miss Manners è lo pseudonimo con cui la giornalista e scrittrice statunitense Judith Martin ha costruito una delle più celebri rubriche dedicate all'etichetta e alle buone maniere.


Nata nel 1938, Martin iniziò a occuparsi professionalmente di giornalismo e cultura prima di diventare famosa per la sua rubrica “Miss Manners”, apparsa per la prima volta nel 1978 e successivamente pubblicata da numerosi giornali negli Stati Uniti.


Il personaggio di Miss Manners non era però soltanto una dispensatrice di regole rigide. Attraverso un tono spesso ironico e raffinato, Judith Martin affrontava situazioni quotidiane nelle quali le persone non sapevano quale fosse il comportamento più appropriato: come rispondere a un invito, come comportarsi a tavola, come affrontare una situazione imbarazzante o come comunicare una notizia delicata.


Il successo della rubrica trasformò Miss Manners in una vera autorità popolare sull'etichetta. I suoi consigli vennero raccolti in numerosi libri e il personaggio divenne parte della cultura americana.


Con l'arrivo dell'era digitale, il concetto di galateo ha inevitabilmente trovato nuovi territori nei quali applicarsi.


Se Miss Manners avesse avuto una casella e-mail


Immaginare Miss Manners alle prese con un computer è quasi un esercizio di fantasia, ma permette di comprendere quanto siano cambiate le nostre abitudini.


La lettera tradizionale richiedeva tempo, attenzione e una certa ritualità. Chi scriveva doveva scegliere la carta, formulare il testo, firmare e imbustare. La comunicazione digitale ha eliminato quasi tutti questi passaggi.


Oggi bastano pochi secondi per scrivere e inviare un messaggio dall'altra parte del mondo. Questa straordinaria comodità, però, ha prodotto anche un effetto collaterale: spesso comunichiamo troppo velocemente.


Miss Manners probabilmente avrebbe qualcosa da dire sulle e-mail senza oggetto, sui messaggi scritti esclusivamente in maiuscolo, sulle risposte composte da una sola parola e sulle persone che inviano un “Ciao” senza spiegare perché stanno contattando il destinatario.

Il problema non è la tecnologia. È il modo in cui la utilizziamo.


Il galateo della posta elettronica


L'e-mail rappresenta forse il punto d'incontro più evidente tra la vecchia corrispondenza e la comunicazione digitale.


Un messaggio professionale dovrebbe avere un oggetto comprensibile, un saluto adeguato e un testo organizzato in modo chiaro. Anche la conclusione e la firma contribuiscono a definire il tono della comunicazione.


La velocità dell'e-mail non dovrebbe inoltre trasformarsi nell'aspettativa di una risposta immediata. Il fatto che un messaggio possa essere consegnato in pochi secondi non significa che il destinatario sia obbligato a rispondere nello stesso momento.

La buona educazione digitale consiste anche nel rispettare il tempo degli altri.


CC, Ccn e privacy


Anche strumenti apparentemente tecnici possono diventare questioni di galateo.


Inserire troppe persone in copia conoscenza può trasformare una comunicazione semplice in una cascata di messaggi inutili. Il campo Ccn, invece, dovrebbe essere utilizzato quando è necessario proteggere gli indirizzi dei destinatari, soprattutto nelle comunicazioni inviate a numerosi contatti.


In questo caso, la netiquette incontra direttamente la tutela della privacy.


La tecnologia offre gli strumenti per comunicare meglio, ma richiede anche la consapevolezza di come utilizzarli.


Allegati e inoltri: quando il messaggio diventa un peso


Un allegato molto pesante, un documento inviato senza spiegazioni o una lunga conversazione inoltrata senza contesto possono rendere una comunicazione digitale inutilmente complicata.


Ancora più problematici sono gli inoltri automatici di notizie, catene e contenuti di dubbia provenienza.


Prima di premere il pulsante “Inoltra”, una moderna Miss Manners probabilmente suggerirebbe di fermarsi un istante e chiedersi se il destinatario abbia davvero bisogno di ricevere quel contenuto.


La buona educazione digitale coincide spesso con una semplice forma di attenzione.


Il galateo entra nelle chat


Con smartphone e messaggistica istantanea il problema si è ulteriormente ampliato.


Scrivere a qualcuno alle tre del mattino, inviare dieci messaggi consecutivi invece di uno, pretendere una risposta immediata o trasformare ogni comunicazione in un messaggio vocale di diversi minuti possono essere comportamenti perfettamente accettabili in determinati rapporti, ma decisamente inopportuni in altri.


Il contesto diventa quindi fondamentale.



Una chat tra amici non segue le stesse regole di un gruppo di lavoro. Un messaggio privato non ha lo stesso peso di un commento pubblico. E una comunicazione professionale non può essere trattata sempre come una conversazione informale.


La netiquette come versione digitale del galateo


Il termine netiquette nasce dall'unione tra “network” ed “etiquette” e identifica l'insieme delle regole di comportamento che favoriscono una comunicazione corretta e rispettosa negli ambienti digitali.


Non è un codice immutabile. È cambiato insieme alla tecnologia e continua a evolversi con le piattaforme.


Dalle prime comunità online alle e-mail, dai forum ai social network, fino alle moderne applicazioni di messaggistica e agli strumenti basati sull'intelligenza artificiale, ogni nuova forma di comunicazione crea nuove situazioni alle quali applicare i principi della buona educazione.


Cosa direbbe oggi Miss Manners?


Se Judith Martin e il suo personaggio Miss Manners sono diventati simboli del galateo tradizionale, il loro insegnamento può essere sorprendentemente attuale anche nell'epoca digitale.


La domanda non è più soltanto come si scrive una buona lettera, ma come si comunica correttamente attraverso uno schermo.

Significa scegliere il tono adeguato, non confondere immediatezza con obbligo di risposta, rispettare la privacy, evitare di sovraccaricare gli altri di messaggi e verificare le informazioni prima di diffonderle.


In fondo, la tecnologia ha modificato il mezzo, non la persona che si trova dall'altra parte.


La vera lezione di Miss Manners applicata al digitale potrebbe quindi essere riassunta in un principio molto semplice: prima di inviare qualcosa, ricordarsi che dall'altra parte dello schermo c'è sempre qualcuno che dovrà leggerlo, ascoltarlo o interpretarlo.


Il galateo digitale non è nostalgia per le vecchie lettere. È la naturale evoluzione della buona educazione nell'epoca della comunicazione istantanea.


© 𝗯𝘆 𝗔𝗻𝘁𝗼𝗻𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗖𝗮𝗺𝗶𝗹𝗼𝘁𝘁𝗼

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Autore: Educazione Digitale 25 agosto 2026
Quando il telefono interrompe le relazioni e conquista la nostra attenzione: lo smartphone sempre al centro Lo smartphone è diventato una presenza quasi inseparabile dalla nostra quotidianità. Lo utilizziamo per comunicare, lavorare, informarci, orientarci, acquistare prodotti, fotografare e intrattenerci. È uno strumento estremamente utile, ma la sua presenza costante può trasformarsi in un'abitudine difficile da controllare. È proprio in questo spazio che nasce il phubbing, un fenomeno che descrive il comportamento di chi, invece di prestare attenzione alle persone presenti, si concentra sul proprio telefono. Il termine deriva dalla combinazione delle parole inglesi “phone” e “snubbing”, cioè telefono e snobbare, ignorare. Non si tratta necessariamente di un uso prolungato dello smartphone. A volte è sufficiente interrompere ripetutamente una conversazione per controllare una notifica, rispondere a un messaggio o verificare un aggiornamento sui social network. Piccole interruzioni che, sommate, possono cambiare profondamente la qualità di un rapporto. Presenti fisicamente, assenti mentalmente Una delle caratteristiche più interessanti del phubbing è la contraddizione che rappresenta. Due persone possono trovarsi nello stesso luogo, sedute allo stesso tavolo o sullo stesso divano, ma avere l'attenzione rivolta verso mondi completamente diversi. Lo smartphone crea una sorta di “seconda presenza” che compete con la persona reale. Una notifica può interrompere una conversazione; un messaggio può diventare improvvisamente più importante di ciò che qualcuno sta raccontando; una semplice occhiata allo schermo può trasformarsi in diversi minuti trascorsi tra social, video e applicazioni. Il risultato è una forma di assenza parziale: siamo fisicamente presenti, ma la nostra attenzione è altrove. Perché è così difficile resistere? Lo smartphone è progettato per attirare e mantenere l'attenzione. Notifiche, messaggi, aggiornamenti, contenuti personalizzati e sistemi di ricompensa tipici delle piattaforme digitali contribuiscono a creare un flusso continuo di stimoli. Ogni suono, vibrazione o indicatore luminoso può generare il desiderio di controllare immediatamente il dispositivo. Anche quando non arriva alcuna notifica, molte persone prendono comunque il telefono per abitudine, quasi senza rendersene conto. Questo comportamento può diventare automatico. Il gesto di sbloccare lo schermo, controllare le applicazioni e richiuderlo può ripetersi decine di volte nell'arco della giornata senza che vi sia una reale necessità. Il phubbing nasce anche da questo meccanismo: non sempre scegliamo consapevolmente di ignorare qualcuno. A volte è lo smartphone a essere diventato il principale punto di riferimento della nostra attenzione. Quando il telefono entra nelle relazioni Il fenomeno assume particolare rilevanza nelle relazioni personali. Una conversazione richiede ascolto, attenzione e partecipazione. Se una delle due persone interrompe continuamente questo processo per controllare il telefono, l'altra può percepire il comportamento come una forma di disinteresse. La sensazione può essere ancora più forte quando il phubbing si ripete nel tempo. Un episodio occasionale può essere facilmente compreso, soprattutto se esiste una reale necessità. Un comportamento costante, invece, può generare frustrazione e distanza. Nelle coppie, tra amici o all'interno della famiglia, il problema può quindi diventare significativo. Il telefono non è più soltanto un oggetto utilizzato durante la conversazione, ma un vero e proprio concorrente dell'interlocutore. Il paradosso della connessione permanente Il phubbing mette in evidenza uno dei paradossi della società digitale: gli strumenti che ci permettono di essere sempre connessi possono, in alcune circostanze, renderci meno presenti nelle relazioni reali. Possiamo comunicare istantaneamente con persone che si trovano dall'altra parte del mondo, ma contemporaneamente ignorare chi è seduto accanto a noi. La tecnologia non è necessariamente la causa del problema. Il punto è il modo in cui viene utilizzata. Uno smartphone può facilitare la comunicazione, ma può anche frammentare l'attenzione quando ogni interruzione viene considerata urgente. Essere sempre raggiungibili non significa necessariamente essere sempre disponibili all'ascolto. Il phubbing e la qualità dell'ascolto Prestare attenzione a una persona significa molto più che ascoltare le sue parole. Il linguaggio del corpo, lo sguardo, le espressioni del volto e le reazioni immediate contribuiscono alla comunicazione. Quando l'interlocutore guarda continuamente il proprio smartphone, questi elementi vengono inevitabilmente compromessi. La persona che parla può avere la sensazione di non essere realmente ascoltata. Anche chi utilizza il telefono può perdere parti importanti della conversazione. L'alternanza continua tra schermo e interlocutore obbliga il cervello a spostare ripetutamente l'attenzione, rendendo più difficile seguire con continuità ciò che viene detto. Non è necessario demonizzare la tecnologia Parlare di phubbing non significa sostenere che lo smartphone sia un nemico delle relazioni. Il problema non è possedere un telefono o utilizzarlo frequentemente, ma lasciare che il dispositivo stabilisca continuamente dove deve essere indirizzata la nostra attenzione. Ci sono situazioni nelle quali rispondere a una chiamata o controllare un messaggio è perfettamente normale. Esistono anche motivi di lavoro, esigenze familiari o situazioni urgenti che rendono necessario mantenere il telefono a portata di mano. La differenza sta nella consapevolezza. Se ogni notifica viene considerata più importante della persona con cui stiamo parlando, forse è il momento di fermarsi e riflettere sulle nostre abitudini digitali. Come ridurre il phubbing Ridurre il fenomeno non richiede necessariamente grandi cambiamenti. Alcune semplici regole possono aiutare a recuperare una maggiore presenza nelle relazioni quotidiane. Durante i pasti, per esempio, si può scegliere di lasciare gli smartphone lontani dal tavolo. Durante una conversazione importante è possibile disattivare temporaneamente le notifiche o mettere il telefono in modalità silenziosa. Anche stabilire alcuni momenti della giornata completamente privi di smartphone può essere utile. Non si tratta di una rinuncia alla tecnologia, ma di una scelta consapevole su quando utilizzarla e quando, invece, metterla da parte. Un altro aspetto importante è imparare a riconoscere il comportamento negli altri senza trasformarlo immediatamente in un'accusa. Dire semplicemente “mi piacerebbe che mi ascoltassi senza guardare il telefono” può essere più efficace di una contestazione aggressiva. Recuperare il valore della presenza Il phubbing ci costringe a porci una domanda apparentemente semplice: a cosa stiamo prestando davvero attenzione? In un mondo caratterizzato da notifiche continue, messaggi istantanei e contenuti sempre disponibili, la capacità di concentrarsi su una sola persona è diventata una risorsa preziosa. Mettere da parte lo smartphone durante una conversazione non significa essere meno tecnologici. Significa, al contrario, utilizzare la tecnologia in modo più consapevole, decidendo quando deve avere spazio e quando deve lasciarlo alle relazioni. Il vero equilibrio digitale non consiste nell'abbandonare gli strumenti tecnologici, ma nel fare in modo che siano ancora le persone a decidere dove indirizzare la propria attenzione. Perché il rischio del phubbing non è semplicemente passare troppo tempo davanti a uno schermo. È arrivare al punto in cui lo schermo diventa più importante di chi abbiamo davanti.
Autore: News 25 agosto 2026
WhatsApp introduce un pacchetto di aggiornamenti dedicati alla sicurezza degli account. La novità più significativa riguarda le passkey: su Android e iOS è ora possibile associarne più di una allo stesso account, rendendo più semplice l'accesso sicuro da dispositivi diversi attraverso impronta digitale, Face ID o codice di sblocco, senza ricorrere agli SMS. Cambia anche la verifica in due passaggi. Il precedente PIN numerico di sei cifre viene sostituito da una vera password, che può contenere lettere, numeri e caratteri speciali. Una protezione più robusta, pensata per rendere più difficile la presa di controllo dell'account anche nel caso in cui un malintenzionato riesca a ottenere un codice monouso. Infine, su Android arriva una maggiore quantità di informazioni per le chiamate provenienti da numeri sconosciuti. Prima di rispondere, WhatsApp può indicare se il numero appartiene a un altro Paese e se condivide gruppi con l'utente. L'obiettivo è fornire elementi utili per valutare una chiamata prima di accettarla, soprattutto considerando l'impiego crescente delle telefonate nelle truffe digitali. Le nuove funzioni confermano quindi la direzione intrapresa da WhatsApp: ridurre la dipendenza dai codici temporanei, rafforzare l'autenticazione e offrire agli utenti più strumenti per riconoscere possibili tentativi di frode. 
Autore: News 25 agosto 2026
WhatsApp si prepara ad ampliare le proprie funzioni con un sistema di pagamenti integrato direttamente nell’applicazione. La novità è stata individuata nel codice della versione beta 26.33.10.70 per iOS, distribuita tramite TestFlight, e secondo le informazioni disponibili tra i Paesi interessati figurerebbe anche l’Italia.  La nuova area “Pagamenti” dovrebbe raccogliere diverse funzioni. Gli utenti potrebbero selezionare un contatto, indicare l’importo e trasferire denaro, oltre a registrare carte di credito o debito e le relative informazioni di fatturazione. Sarebbe inoltre possibile gestire i dati memorizzati, scaricandoli o eliminandoli quando necessario. Una sezione distinta dovrebbe invece contenere le informazioni utili alle spedizioni, come indirizzo e-mail, numero di telefono e indirizzo fisico. L’obiettivo sembra quindi essere quello di trasformare WhatsApp non soltanto in uno strumento di comunicazione, ma in una piattaforma capace di integrare anche alcune operazioni finanziarie e commerciali. Il progetto è comunque ancora in una fase preliminare e la funzione non risulta disponibile nemmeno per i beta tester. Non è quindi possibile stabilire quando arriverà nella versione stabile dell’app. WhatsApp dispone già di sistemi di pagamento in alcuni Paesi, ma con modalità differenti a seconda delle infrastrutture locali: in India viene utilizzato UPI, in Brasile PIX e a Singapore PayNow attraverso una collaborazione con Stripe. L'eventuale estensione all'Italia rappresenterebbe dunque un ulteriore passo verso un sistema di pagamenti più internazionale e integrato nell'app.
Autore: News 22 agosto 2026
Le imprese dell’Asia centrale e del Caucaso stanno accelerando sull’intelligenza artificiale, arrivando a un livello di adozione industriale più che doppio rispetto alla media mondiale. Secondo il KPMG Tech Report 2026, il 53% delle aziende della regione utilizza già l’IA su scala industriale con risultati misurabili, contro il 24% a livello globale. Il fenomeno riguarda diversi settori e si traduce in applicazioni concrete. In Kazakistan, per esempio, Kazakhtelecom ha introdotto sistemi di IA in aree come assistenza clienti, risorse umane, finanza e amministrazione. Altre realtà impiegano invece la computer vision per controllare macchinari e supportare le attività estrattive. A favorire questa rapida diffusione è soprattutto un atteggiamento più orientato alla sperimentazione: il 44% delle aziende regionali dichiara di seguire un approccio proattivo, contro il 21% delle imprese a livello globale. Tuttavia, dietro la velocità di adozione emerge un punto debole. Solo il 34% delle società dispone di una strategia formale sull’IA, rispetto al 76% globale, mentre appena il 25% ha strutture dedicate alla governance, contro il 69% mondiale. Il risultato è quindi un paradosso: la regione corre nell’applicazione dell’intelligenza artificiale, ma deve ancora rafforzare le regole, le strategie e i modelli organizzativi necessari per gestirne la crescita in modo strutturato. 
Autore: Focus 21 agosto 2026
L’intelligenza artificiale continua a evolversi rapidamente, ma la fiducia delle persone non sembra crescere allo stesso ritmo. I dati più recenti mostrano infatti un atteggiamento sempre più prudente nei confronti di una tecnologia che sta entrando in modo capillare nella vita quotidiana, dal lavoro all’istruzione, dall’intrattenimento alla comunicazione. Negli Stati Uniti il fenomeno appare particolarmente evidente. Secondo un’indagine del Pew Research Center, il 52% degli adulti afferma oggi di essere più preoccupato che entusiasta per la diffusione dell’IA, contro il 37% registrato nel 2021. Soltanto il 9% manifesta un atteggiamento prevalentemente positivo. La diffidenza è ancora più accentuata tra gli under 30: per la prima volta, il 55% di questa fascia d’età dichiara di essere più preoccupato che entusiasta. La sfiducia, però, non riguarda soltanto gli strumenti di IA. Si estende anche alle persone e alle aziende che stanno guidando questa trasformazione. Un sondaggio CNBC Generation Lab, condotto su 1.088 partecipanti, ha rilevato che la maggioranza degli intervistati non considera affidabile nessuno dei nove principali dirigenti del settore valutati. Satya Nadella, CEO di Microsoft, ha ottenuto il risultato relativamente migliore, ma anche nei suoi confronti il 65% degli intervistati ha espresso diffidenza. Alex Karp, alla guida di Palantir, registra invece il dato peggiore, con l’81% che dichiara di non fidarsi di lui. Dario Amodei di Anthropic e Sundar Pichai di Alphabet si collocano intorno al 75% di sfiducia. Anche in Europa il rapporto con l’intelligenza artificiale è tutt’altro che privo di tensioni. Uno studio EY del 2025 indica che il 42% dei lavoratori europei teme che l’IA possa mettere a rischio la propria occupazione. Un’indagine Verian realizzata per la Commissione europea mostra inoltre che il 66% della popolazione ritiene possibile che l’intelligenza artificiale finisca per eliminare più posti di lavoro di quanti ne crei. Il quadro europeo, tuttavia, è più sfumato. Circa la metà degli intervistati riconosce all’IA un possibile ruolo nella soluzione di grandi problemi globali, mentre il 55% prevede un impatto positivo sulla vita quotidiana nei prossimi vent’anni. Sul lavoro, il 62% considera favorevolmente l'impiego dell’IA. Allo stesso tempo, l’84% chiede che intelligenza artificiale e robot siano sottoposti a controlli rigorosi, soprattutto per proteggere la privacy e garantire maggiore trasparenza. Un elemento significativo è anche la scarsa conoscenza dei rischi: oltre il 60% degli europei dichiara di non sentirsi sufficientemente informato sulle possibili conseguenze dell’IA nella ricerca scientifica. La cautela, quindi, potrebbe essere alimentata non soltanto dalla paura, ma anche dalla difficoltà di comprendere una tecnologia sempre più complessa. Negli Stati Uniti, intanto, la resistenza si manifesta anche concretamente nei confronti dei nuovi data center destinati all’intelligenza artificiale. In molte comunità l’opposizione nasce dalla percezione che queste infrastrutture producano costi e trasformazioni locali senza offrire vantaggi immediatamente visibili ai cittadini. Il problema, in definitiva, sembra essere diventato soprattutto quello della fiducia. L’IA è passata dall’essere uno strumento relativamente circoscritto, come un motore di ricerca evoluto o un chatbot, a una tecnologia presente in televisione, musica, posta elettronica, scuola e piattaforme digitali. Questa diffusione, però, non è sempre associata a esperienze positive: dagli studenti che utilizzano l’IA per aggirare le regole agli artisti preoccupati per l’utilizzo delle proprie opere nei sistemi di addestramento.  La sfida per il settore non sarà quindi soltanto rendere l’intelligenza artificiale più potente. Sarà anche dimostrare che può essere utilizzata in modo trasparente, responsabile e realmente vantaggioso per le persone. Senza questa fiducia, la velocità dell’innovazione rischia di procedere molto più rapidamente della sua accettazione sociale.
Autore: Educazione Digitale 21 agosto 2026
Una ricerca dell’Università del Massachusetts Amherst rivela una vulnerabilità nei pagamenti contactless: in determinate condizioni, una carta scaduta può essere fatta apparire come ancora valida a un terminale POS, aprendo la strada a possibili transazioni fraudolente. La data di scadenza stampata sulla carta dovrebbe rappresentare il confine oltre il quale il supporto fisico non è più utilizzabile. Eppure, secondo una nuova ricerca presentata alla conferenza USENIX Security 2026, questo meccanismo non è sempre applicato in modo uniforme dai sistemi di pagamento. I ricercatori Raja Hasnain Anwar, Gerard DeCunha e Muhammad Taqi Raza, dell’Università del Massachusetts Amherst, hanno dimostrato una tecnica capace di trasformare una vecchia carta contactless in una sorta di “carta zombie”. Il problema nasce dal modo in cui viene gestita la data di scadenza durante una transazione. La carta contiene informazioni che permettono di comunicare con il terminale POS attraverso la tecnologia NFC, ma la data utilizzata dal terminale per stabilire se la carta sia ancora valida non risulta adeguatamente protetta crittograficamente in alcune configurazioni. Questo crea una discrepanza tra ciò che il terminale considera valido e le informazioni effettivamente associate alla carta. Per dimostrare la vulnerabilità, i ricercatori hanno realizzato un sistema basato su due normali smartphone e software specifico. Un telefono comunica con la carta scaduta, mentre l'altro si presenta al terminale POS e modifica durante il trasferimento la data di scadenza, facendola apparire futura. In determinate condizioni, il terminale può quindi considerare valida una carta che in realtà ha già superato la propria scadenza. La sperimentazione è stata condotta con diverse carte e configurazioni di pagamento, coinvolgendo circuiti Visa, Mastercard e Discover, terminali POS e carte emesse da cinque importanti banche statunitensi. I ricercatori hanno inoltre verificato la tecnica in ambienti reali, dimostrando che l'attacco può funzionare senza ricorrere a hardware particolarmente sofisticato. Un aspetto particolarmente interessante riguarda il fatto che la scadenza della carta fisica non coincide necessariamente con la scadenza delle credenziali digitali utilizzate per proteggere le transazioni. I ricercatori hanno infatti rilevato che alcuni certificati e meccanismi crittografici possono rimanere validi più a lungo della carta stessa. Il problema, quindi, non consiste nel “rompere” la crittografia della carta, ma nello sfruttare una lacuna nel modo in cui i diversi componenti del sistema verificano la sua validità. Il rischio principale riguarda una carta rubata o smarrita dopo la sua scadenza. L’utente potrebbe infatti considerarla ormai inutilizzabile e liberarsene senza prestare particolare attenzione. In realtà, in presenza delle condizioni necessarie, un aggressore potrebbe tentare di sfruttare la vecchia carta per effettuare pagamenti non autorizzati. È importante sottolineare, però, che non tutte le carte risultano vulnerabili allo stesso modo e che la ricerca non dimostra che qualsiasi carta scaduta possa essere utilizzata fraudolentemente.  Anche i portafogli digitali come Apple Pay e Google Pay hanno mostrato caratteristiche di sicurezza aggiuntive che li rendono più resistenti a questo specifico attacco, pur non essendo necessariamente immuni da altre tipologie di vulnerabilità. La scoperta mette in evidenza un problema più generale della sicurezza dei pagamenti elettronici: la protezione non dipende da un singolo elemento, ma dalla collaborazione tra chip della carta, terminale, circuito di pagamento e banca emittente. Se uno di questi componenti applica controlli differenti dagli altri, possono crearsi margini di attacco. Per gli utenti, la raccomandazione resta semplice: una carta scaduta non dovrebbe essere considerata automaticamente innocua. Va distrutta in modo da rendere inutilizzabili chip, banda magnetica, numeri e altri dati presenti sul supporto. È inoltre consigliabile continuare a controllare i movimenti del conto e segnalare immediatamente alla banca eventuali operazioni non riconosciute. La ricerca sulle “zombie cards” non significa quindi che le carte scadute possano normalmente continuare a essere utilizzate. Dimostra piuttosto come una particolare combinazione di tecnologie, controlli distribuiti e procedure di autorizzazione possa creare una falla inaspettata. Un promemoria importante in un settore nel quale velocità e comodità dei pagamenti devono necessariamente procedere insieme alla sicurezza.
Autore: Educazione Digitale 20 agosto 2026
La verifica dell’età per accedere ai contenuti riservati agli adulti nasce da un obiettivo condivisibile: impedire che i minori possano raggiungere facilmente materiale non adatto alla loro età. Il problema emerge quando, per raggiungere questo risultato, agli utenti adulti viene chiesto di fornire informazioni personali particolarmente delicate. Il paradosso è evidente. Un sistema pensato per aumentare la sicurezza online rischia infatti di creare un nuovo problema di riservatezza: per dimostrare di essere maggiorenni, gli utenti potrebbero dover passare attraverso procedure che coinvolgono documenti, identità digitali, intermediari o tecnologie di riconoscimento. La questione diventa quindi non soltanto "come verificare l'età?", ma soprattutto "chi può sapere che una determinata persona sta accedendo a contenuti per adulti?". La direzione scelta dall'Unione europea punta proprio a ridurre questo rischio. La Commissione ha sviluppato una soluzione che consente di dimostrare il superamento di una determinata soglia d'età senza comunicare al sito l'identità dell'utente, né la sua età esatta. Il sistema è progettato per confermare soltanto il requisito necessario, ad esempio essere maggiorenni, lasciando fuori dal processo altre informazioni personali. L'obiettivo è creare una sorta di "prova anonima dell'età", separando la verifica dell'identità dalla navigazione. In questo modo il sito dovrebbe ricevere esclusivamente la conferma necessaria per consentire l'accesso, senza poter associare direttamente quella verifica alla persona. La questione è particolarmente importante perché i dati relativi alla navigazione possono rivelare informazioni estremamente personali. Un sistema centralizzato o poco trasparente potrebbe trasformare la verifica dell'età in uno strumento di tracciamento, mentre una soluzione realmente rispettosa della privacy dovrebbe impedire di ricostruire quali contenuti vengono consultati. Il tema non riguarda soltanto la pornografia. La stessa tecnologia può essere utilizzata per limitare l'accesso a gioco d'azzardo, acquisto di alcolici e altri servizi soggetti a limiti di età. La Commissione europea indica inoltre il 31 dicembre 2026 come termine entro il quale gli Stati membri dovrebbero rendere disponibili strumenti solidi e rispettosi della privacy. La sfida, dunque, consiste nel trovare un equilibrio tra due esigenze entrambe legittime: proteggere i minori e preservare l'anonimato degli adulti. Una verifica efficace non dovrebbe richiedere di conoscere tutto dell'utente per accertare soltanto una cosa: se ha raggiunto l'età richiesta.  È proprio questo il punto centrale del paradosso: per rendere Internet più sicuro, non si dovrebbe finire per renderlo meno privato.
Autore: Educazione Digitale 20 agosto 2026
Quando il navigatore suggerisce una strada chiusa, conduce verso una ZTL o indica un vicolo troppo stretto, è facile attribuire la colpa al GPS. In realtà, il funzionamento dei sistemi di navigazione è più complesso: il GPS determina principalmente la posizione del dispositivo, mentre la scelta del percorso viene effettuata dall’app sulla base di mappe digitali, informazioni sul traffico, restrizioni e algoritmi di calcolo. Il primo passaggio consiste quindi nel localizzare con la maggiore precisione possibile smartphone o automobile. Le coordinate vengono successivamente associate alla rete stradale presente nella mappa. Ogni tratto può contenere informazioni relative a sensi di marcia, limiti, pedaggi, caratteristiche della strada e restrizioni. L’algoritmo confronta poi le diverse possibilità e determina quello che considera il percorso più conveniente. La distanza, però, non è l’unico parametro. Un itinerario più corto può essere meno vantaggioso di uno leggermente più lungo se comprende semafori, traffico, strade lente o particolari limitazioni. Sistemi come Google Maps e Waze combinano infatti numerosi dati per stimare tempi e condizioni del viaggio. Uno dei principali motivi degli errori è il divario tra la realtà e la sua rappresentazione digitale. La rete stradale cambia continuamente: possono comparire nuove rotonde, modificarsi i sensi unici, aprirsi o chiudersi accessi e iniziare lavori stradali. Anche quando le mappe vengono aggiornate attraverso dati provenienti da autorità, partner, sistemi automatici e utenti, alcune modifiche possono essere recepite con ritardo. Ancora più difficili da gestire sono le restrizioni temporanee. Un divieto potrebbe infatti essere valido soltanto in determinati giorni, fasce orarie o per specifiche categorie di veicoli. Il sistema deve quindi conoscere non soltanto l'esistenza della limitazione, ma anche le condizioni alle quali si applica. Un'altra fonte di problemi è la precisione della localizzazione. In condizioni favorevoli il GPS degli smartphone può raggiungere una precisione di pochi metri, ma edifici alti, ponti, alberi, strutture coperte e riflessioni del segnale possono peggiorarla. Le applicazioni possono inoltre combinare GPS, reti cellulari, Wi-Fi, Bluetooth e altri dati per determinare la posizione. Un piccolo errore può essere sufficiente per collocare virtualmente il veicolo sulla carreggiata sbagliata o oltre un'intersezione, provocando un nuovo calcolo dell'itinerario. Esiste poi un problema meno evidente: il percorso può essere corretto secondo i dati disponibili, ma poco adatto nella realtà. Una strada stretta, una salita impegnativa o un accesso privato possono apparire perfettamente percorribili nella rappresentazione digitale. L'algoritmo, però, non osserva direttamente ciò che accade sul posto e potrebbe non avere informazioni aggiornate sulle condizioni effettive della strada. Anche la destinazione può creare difficoltà. Un indirizzo identifica un punto sulla mappa, ma non necessariamente l'ingresso corretto. Un hotel, un parcheggio o un grande edificio possono avere l'accesso carrabile su un lato diverso da quello individuato dal segnaposto. Per questo l'ultimo tratto del viaggio merita particolare attenzione. Per ridurre il rischio di errori è utile controllare le impostazioni prima della partenza. La modalità di trasporto deve essere quella corretta e conviene osservare l'intero itinerario, prestando particolare attenzione al primo e all'ultimo tratto. Google Maps consente, tra le altre opzioni, di evitare pedaggi, autostrade e traghetti; Waze offre impostazioni specifiche anche per evitare ZTL, mentre Apple Mappe permette di escludere pedaggi e autostrade. Quando la posizione indicata appare instabile o molto imprecisa, può essere utile attendere qualche secondo in uno spazio aperto. Prima di raggiungere una destinazione complessa, soprattutto nei centri storici o in zone montane, è inoltre consigliabile controllare la mappa, le immagini stradali o le indicazioni fornite direttamente dalla struttura. Infine, una regola rimane fondamentale: il navigatore è uno strumento di assistenza e non un pilota automatico. La segnaletica stradale, i semafori, le transenne e le indicazioni delle autorità hanno sempre la precedenza sulle istruzioni visualizzate sullo schermo. 
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