Il mondo del cybercrime

L’uso sempre più diffuso delle tecnologie digitali ha aperto nuove opportunità per i criminali informatici che operano online, dando vita a un vero e proprio ecosistema del cybercrime. In questo contesto, esistono diverse figure che possono mettere a rischio la sicurezza informatica di privati, imprese e governi.


In questo articolo, ci concentreremo sulle tre principali categorie di crimini informatici, che agiscono per motivi di profitto, di hacktivismo utilizzando le loro abilità per scopi politici o sociali, e gli hacker di stato, che operano per conto di governi o organizzazioni statali.


Analizzeremo il modus operandi di ciascuna di queste figure, le loro motivazioni, i danni che possono causare e le conseguenze delle loro azioni sulla società e sulla politica internazionale. Inoltre, discuteremo delle leggi che regolano le attività degli hacker e delle misure che possono essere adottate per proteggere i dati e la privacy dei cittadini.


Differenza tra hacker e criminale informatico


La differenza tra “hacker” e “criminale informatico” è importante da capire prima di addentrarci a comprendere le differenze tra le tipologie di crimini informatici.


In generale, un hacker è una persona che vuole superare gli ostacoli con intelletto, arte e ingegno, spesso motivato da uno scopo etico e quindi migliorare le tecnologie con la quale si cimenta. L’hacker, quindi, può essere considerato un innovatore.


L’hacking, in questo senso, è presente in tutte le discipline, non solo nell’ambito informatico. Ad esempio, un hacker può essere un artista che utilizza materiali non convenzionali per creare opere d’arte, o un ingegnere che inventa nuovi modi per risolvere problemi tecnici o un musicista che crea un nuovo strumento per generare nuove melodie.


Il criminale informatico invece è un hacker che utilizza queste capacità per commettere reati, spesso a scopo di lucro. Questo può includere il furto di informazioni personali o finanziarie, il danneggiamento di sistemi informatici o la diffusione di virus informatici.

A differenza degli hacker etici, i criminali informatici cercano di violare i sistemi informatici per ottenere un proprio tornaconto, spesso economico, e non per generare valore per tutta la comunità.


In sintesi, l’hacking è una “capacità” che può essere utilizzata sia per fini nobili, che per fini illeciti.


Criminali informatici da profitto


I “criminali informatici da profitto” sono individui o gruppi che utilizzano le loro abilità informatiche per commettere reati a scopo di lucro. Questi criminali cercano di ottenere denaro o altri benefici attraverso l’accesso non autorizzato ai sistemi informatici o ai dati delle vittime.


Tra le attività più comuni svolte dai criminali informatici da profitto ci sono il furto di dati sensibili come numeri di carte di credito, password, informazioni finanziarie o personali, la diffusione di virus informatici, l’estorsione di denaro da parte delle vittime, il dirottamento di server web e l’utilizzo delle risorse computazionali delle vittime per attività illecite.


I criminali informatici da profitto possono agire da soli o in gruppi organizzati, spesso in modo nascosto e anonimo. Utilizzano tecniche sofisticate di hacking e di ingegneria sociale per ingannare le vittime e penetrare nei sistemi informatici. Il loro obiettivo principale è quello di ottenere un vantaggio finanziario, ma il danno causato alle vittime può essere significativo, sia a livello economico che di reputazione.


National State Actors


I “national state actors” sono attori statali che utilizzano le proprie risorse e capacità informatiche per perseguire obiettivi di politica estera o di sicurezza nazionale attraverso attività di hacking e di spionaggio informatico. Questi attori includono governi, agenzie di intelligence e militari, che cercano di acquisire informazioni riservate (come la proprietà intellettuale) o di danneggiare le infrastrutture critiche dei loro avversari.


I “national state actors” utilizzano tecniche sofisticate di hacking e di ingegneria sociale per compromettere i sistemi informatici dei loro obiettivi, e possono agire sia in modo nascosto e furtivo che in modo aperto e dichiarato. Le loro attività di hacking possono includere il furto di informazioni sensibili, la manipolazione di dati, l’intercettazione di comunicazioni, il sabotaggio di infrastrutture critiche e altre attività di spionaggio informatico.


I “national state actors” possono agire in modo indipendente o in collaborazione con altri attori statali o non statali. Le loro attività possono causare significativi danni alla sicurezza nazionale e alla privacy delle persone coinvolte.


Hacktivisti


Gli “hacktivisti” sono individui o gruppi di hacker che utilizzano le loro abilità informatiche per perseguire obiettivi di attivismo politico, sociale o culturale. Gli “hacktivisti” cercano di utilizzare le tecniche di hacking per promuovere la libertà di espressione, la trasparenza, la giustizia sociale e altri obiettivi politici attraverso l’azione diretta online.


La “dichiarazione di hacktivismo” dei CDC, o “Cult of the Dead Cow”, è stata una dichiarazione pubblicata nel 1996 svolta da un gruppo di hacker americani che ha contribuito a definire il concetto di “hacktivismo”. La dichiarazione ha stabilito una serie di principi fondamentali per l’azione hacktivista, tra cui la difesa della libertà di espressione e la protezione della privacy online.


Il movimento hacktivista è nato a metà degli anni ’90, quando il crescente accesso a Internet ha permesso a un numero sempre maggiore di persone di accedere a informazioni e di comunicare tra loro. Molti gruppi di hacker hanno iniziato a utilizzare le loro abilità informatiche per promuovere obiettivi politici e sociali, come la lotta per la libertà di espressione, la trasparenza e la giustizia sociale.


Nel corso degli anni, il movimento hacktivista è cresciuto e si è evoluto, assumendo diverse forme e utilizzando diverse tattiche per raggiungere i propri obiettivi. Tra le attività svolte dagli hacktivisti ci sono il defacement di siti web, la diffusione di informazioni riservate, la creazione di software libero e l’organizzazione di proteste online.


Il movimento hacktivista ha generato un dibattito sulla legittimità e l’efficacia dell’azione diretta online, ma ha anche contribuito a porre l’attenzione su importanti questioni politiche e sociali.


Le leggi sul crimine informatico in Italia


In Italia, il crimine informatico è disciplinato dal Codice Penale e dalla legge 48/2008, che ha introdotto nuove disposizioni in materia di crimine informatico e di sicurezza informatica.


Il Codice Penale italiano prevede diverse fattispecie di reato informatico, tra cui accesso abusivo a un sistema informatico, violazione di segreti d’ufficio informatici, diffusione di virus informatici, frode informatica, danneggiamento informatico, truffa informatica, e altri reati informatici.


La legge 48/2008 ha introdotto il reato di “cyberstalking”, ovvero la persecuzione telematica di una persona, ed ha disciplinato la conservazione dei dati di traffico delle comunicazioni elettroniche, tra cui i dati relativi alla navigazione su Internet.


In Italia, le autorità competenti per le indagini e le azioni giudiziarie in materia di crimine informatico sono la Polizia Postale e delle Comunicazioni e la Procura della Repubblica presso il Tribunale competente.


È importante sottolineare che il crimine informatico è una realtà in continua evoluzione e che la normativa italiana si evolve di conseguenza, al fine di contrastare le nuove minacce e le nuove forme di reato informatico che emergono costantemente.


Conclusioni


Abbiamo visto che il mondo del cybercrime è composto da diversi attori, tra cui criminali informatici da profitto, hacktivisti e hacker di stato, ognuno con motivazioni e obiettivi diversi. Abbiamo anche analizzato le leggi sul crimine informatico in Italia, che si sono evolute negli anni al fine di contrastare le nuove minacce informatiche.


È evidente che la sicurezza informatica è diventata un tema di crescente importanza, sia per le imprese che per le istituzioni governative. È quindi essenziale che le aziende e gli enti governativi si dotino di adeguati strumenti e politiche per proteggere i loro sistemi informatici e i dati sensibili dei propri utenti.


Inoltre, è importante sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche della sicurezza informatica, al fine di prevenire il rischio di cadere vittima di attacchi informatici.


Solo attraverso una maggiore consapevolezza e attenzione alle questioni di sicurezza informatica, sarà possibile contrastare efficacemente la crescente minaccia del cybercrime.


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Autore: by Antonello Camilotto 3 aprile 2026
Il torrenting è una tecnologia che ha rivoluzionato il modo in cui condividiamo e scarichiamo file su Internet, consentendo a milioni di utenti di accedere a contenuti in maniera rapida ed efficiente. La sua storia è un intreccio di innovazione tecnologica, cultura della condivisione e controversie legali. Le origini del peer-to-peer La base del torrenting risale agli anni ’90 con l’avvento del file sharing peer-to-peer (P2P). Programmi come Napster (1999) hanno introdotto agli utenti la possibilità di condividere musica direttamente tra computer senza passare per server centrali. Nonostante il successo di Napster, le battaglie legali con le case discografiche hanno portato alla sua chiusura, aprendo la strada a soluzioni più decentralizzate. L’invenzione del protocollo BitTorrent Nel 2001, Bram Cohen , un programmatore americano, ha creato il protocollo BitTorrent, che ha introdotto un modo più efficiente di trasferire grandi quantità di dati. A differenza dei sistemi precedenti, BitTorrent divideva i file in piccoli pezzi e li distribuiva tra tutti gli utenti che li stavano scaricando, riducendo il carico su singoli server e accelerando il processo di download. Questa tecnologia ha rapidamente trovato applicazioni per software open source, video e altri file di grandi dimensioni. L’efficienza del sistema ha reso il torrenting particolarmente popolare tra chi cercava contenuti difficili da reperire attraverso canali tradizionali. Diffusione e cultura del torrent Negli anni 2000, siti web come The Pirate Bay e Mininova hanno reso il torrenting accessibile a un pubblico più ampio. La facilità con cui si potevano trovare film, serie TV, giochi e software ha alimentato una vera e propria cultura della condivisione digitale, spesso vista come una forma di resistenza contro il monopolio delle grandi case produttrici. Allo stesso tempo, questa diffusione ha attirato l’attenzione delle autorità e delle industrie creative. Molti governi e aziende hanno avviato campagne legali per chiudere siti di torrenting o limitare l’accesso ai contenuti protetti da copyright. L’evoluzione tecnologica e legale Con il tempo, il torrenting ha continuato a evolversi. Client come uTorrent e qBittorrent hanno migliorato l’esperienza utente, integrando funzioni come il download sequenziale, la limitazione della banda e la gestione dei file in coda. Parallelamente, molti siti hanno adottato misure di sicurezza, come l’uso di tracker privati e VPN, per proteggere gli utenti. Legalmente, alcune piattaforme hanno cercato di promuovere il torrenting per contenuti legali, come distribuzioni open source o materiale distribuito con licenze Creative Commons, dimostrando che la tecnologia in sé non è illegale, ma dipende dall’uso che se ne fa. Il torrenting oggi Oggi il torrenting rimane uno strumento potente per la condivisione di file, sia legali che pirata. Nonostante le battaglie legali e le chiusure di siti storici, la comunità del torrenting continua a prosperare, evolvendosi con nuove tecnologie come i client decentralizzati e i sistemi di streaming basati su P2P. Il torrenting ha quindi lasciato un segno indelebile nella storia di Internet: un esempio di come l’innovazione tecnologica possa democratizzare l’accesso all’informazione, sfidando al contempo le norme tradizionali sulla proprietà intellettuale.
Autore: by Antonello Camilotto 3 aprile 2026
La “phygital experience” è un concetto sempre più centrale nel modo in cui aziende e consumatori interagiscono. Il termine nasce dalla fusione delle parole “physical” (fisico) e “digital” (digitale) e descrive un’esperienza che integra perfettamente questi due mondi, eliminando i confini tra online e offline. In pratica, una phygital experience combina elementi tangibili – come un negozio, un evento o un prodotto reale – con tecnologie digitali che arricchiscono l’esperienza, rendendola più coinvolgente, personalizzata e interattiva. Uno degli esempi più semplici è quello dei negozi fisici che utilizzano strumenti digitali. Pensiamo a uno store dove puoi provare un prodotto, ma anche accedere a informazioni aggiuntive tramite QR code, schermi interattivi o app. Oppure alla possibilità di acquistare online e ritirare in negozio, creando un ponte diretto tra e-commerce e punto vendita. La phygital experience non riguarda solo il retail. È molto diffusa anche negli eventi, nel turismo e nei servizi. Ad esempio, durante una mostra, i visitatori possono usare la realtà aumentata per visualizzare contenuti extra sulle opere. Nei musei, nelle fiere o nei concerti, le tecnologie digitali trasformano la partecipazione in qualcosa di più immersivo. Un aspetto chiave della phygital experience è la personalizzazione. Grazie ai dati raccolti online, le aziende possono offrire esperienze su misura anche nel mondo fisico. Un cliente può ricevere suggerimenti personalizzati in negozio, offerte mirate o percorsi guidati in base ai propri interessi. Dal punto di vista delle aziende, il phygital rappresenta un’opportunità strategica. Permette di migliorare l’esperienza del cliente, aumentare il coinvolgimento e raccogliere dati utili per comprendere meglio i comportamenti. Inoltre, crea continuità tra i diversi canali, evitando che l’esperienza dell’utente sia frammentata. Per i consumatori, invece, significa vivere esperienze più fluide e intuitive. Non c’è più distinzione netta tra online e offline: si può iniziare un’interazione su uno smartphone, continuarla in un negozio e concluderla di nuovo online, senza interruzioni. In conclusione, la phygital experience rappresenta l’evoluzione naturale dell’esperienza utente nell’era digitale. Non si tratta solo di aggiungere tecnologia al mondo fisico, ma di creare un ecosistema integrato in cui ogni punto di contatto contribuisce a un’esperienza coerente, coinvolgente e centrata sulla persona. ๏ปฟ
Autore: by Antonello Camilotto 3 aprile 2026
Il phreaking è una pratica legata all’esplorazione e alla manipolazione dei sistemi telefonici, nata ben prima dell’era di Internet moderno. Il termine deriva dalla fusione delle parole “phone” e “freak” e identifica coloro che, per curiosità o per scopi illeciti, studiano il funzionamento delle reti telefoniche cercando di sfruttarne le vulnerabilità. Le origini del phreaking Il fenomeno del phreaking risale agli anni ’60 e ’70, quando le reti telefoniche analogiche dominavano le comunicazioni. In quel periodo, alcuni appassionati scoprirono che era possibile controllare il sistema telefonico utilizzando specifici toni sonori. Uno dei casi più famosi riguarda l’uso di un fischietto capace di emettere una frequenza precisa (2600 Hz), che permetteva di accedere a funzioni riservate della rete. Questi pionieri, spesso mossi più dalla curiosità che da intenti criminali, contribuirono a svelare i limiti tecnologici delle infrastrutture dell’epoca. Come funziona il phreaking Il phreaking si basa sull’analisi dei segnali e dei protocolli utilizzati nei sistemi di telecomunicazione. In passato, i phreaker sfruttavano segnali audio per simulare comandi interni della rete telefonica. Oggi, con il passaggio a tecnologie digitali, le tecniche sono cambiate e si avvicinano sempre di più all’hacking informatico. Le attività moderne possono includere: intercettazione di chiamate accesso non autorizzato a centralini telefonici (PBX) manipolazione dei sistemi VoIP frodi telefoniche, come chiamate gratuite o traffico internazionale illecito Phreaking e hacking: le differenze Anche se spesso vengono confusi, phreaking e hacking non sono la stessa cosa. Il phreaking è specificamente legato alle reti telefoniche, mentre l’hacking riguarda sistemi informatici in generale. Tuttavia, con la convergenza tra telecomunicazioni e Internet, i due ambiti si sono avvicinati notevolmente. Impatto e conseguenze Il phreaking ha avuto un ruolo importante nello sviluppo della sicurezza informatica. Le vulnerabilità scoperte dai phreaker hanno spinto le aziende a migliorare i propri sistemi, rendendoli più sicuri e robusti. D’altra parte, quando utilizzato per scopi fraudolenti, il phreaking può causare danni economici significativi alle compagnie telefoniche e agli utenti. Il phreaking oggi Oggi il phreaking tradizionale è molto meno diffuso, principalmente a causa dell’evoluzione tecnologica e dei sistemi di sicurezza più avanzati. Tuttavia, alcune forme moderne sopravvivono nel contesto delle reti digitali e delle comunicazioni online. Il phreaking rappresenta un capitolo affascinante della storia della tecnologia: un esempio di come curiosità, ingegno e vulnerabilità possano intrecciarsi, dando origine a fenomeni che influenzano profondamente il modo in cui proteggiamo le nostre comunicazioni.
Autore: by Antonello Camilotto 3 aprile 2026
L’informatica moderna è spesso raccontata come una storia di grandi nomi maschili, startup rivoluzionarie e geni solitari. Tuttavia, sotto la superficie di questa narrazione incompleta, si cela un contributo fondamentale: quello delle donne che, fin dalle origini, hanno progettato, immaginato e trasformato il modo in cui interagiamo con la tecnologia. Già nel XIX secolo, Ada Lovelace intuì che le macchine potevano andare oltre il semplice calcolo numerico, anticipando il concetto di programmazione. Questa visione pionieristica ha posto le basi per un’idea di informatica come linguaggio creativo, non solo tecnico. Nel corso del Novecento, durante la seconda guerra mondiale e nei primi anni dell’era digitale, molte donne furono programmatrici, matematiche e ingegnere, contribuendo allo sviluppo dei primi computer e linguaggi di programmazione. Una delle innovazioni più significative portate avanti dalle donne è stata la progettazione di linguaggi più accessibili. L’introduzione di strumenti che avvicinano l’essere umano alla macchina ha reso possibile la diffusione capillare dell’informatica. Senza questi progressi, probabilmente oggi la programmazione sarebbe ancora un’attività di nicchia, riservata a pochi specialisti. Un altro ambito in cui l’impatto femminile è evidente è quello dell’interazione uomo-macchina. L’attenzione all’usabilità, all’esperienza dell’utente e alla progettazione inclusiva ha contribuito a trasformare software complessi in strumenti intuitivi. Questa sensibilità ha influenzato profondamente il design delle applicazioni moderne, dai sistemi operativi alle piattaforme digitali che utilizziamo ogni giorno. Le donne hanno inoltre giocato un ruolo chiave nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e della sicurezza informatica. In questi settori, il contributo non è stato solo tecnico, ma anche etico: molte ricercatrici hanno sollevato questioni cruciali legate ai bias degli algoritmi, alla privacy e all’impatto sociale delle tecnologie emergenti. Questo approccio ha contribuito a rendere l’innovazione più responsabile e consapevole. Nonostante questi risultati, le donne restano ancora sottorappresentate nel settore tecnologico. Tuttavia, proprio questa sfida sta generando nuove iniziative, comunità e modelli di leadership che stanno ridefinendo il futuro dell’informatica. La diversità di prospettive non è solo una questione di equità, ma una vera e propria leva di innovazione. Guardando al presente e al futuro, è evidente che l’informatica non può evolversi senza includere e valorizzare il contributo femminile. Le innovazioni portate dalle donne non sono semplicemente parte della storia della tecnologia: ne sono una forza motrice essenziale. Riconoscerle significa non solo rendere giustizia al passato, ma anche costruire un ecosistema digitale più ricco, equo e creativo. ๏ปฟ
Autore: by Antonello Camilotto 3 aprile 2026
Negli ultimi anni, i data center sono diventati infrastrutture fondamentali per il funzionamento della società digitale. Dallo streaming ai servizi cloud, fino all’intelligenza artificiale, gran parte delle attività quotidiane dipende da questi enormi complessi tecnologici. Tuttavia, il loro legame con l’ambiente è sempre più al centro dell’attenzione, soprattutto in relazione ai cambiamenti climatici. Uno degli aspetti più evidenti riguarda la temperatura. I data center producono una quantità significativa di calore a causa del funzionamento continuo dei server. Per evitare surriscaldamenti, è necessario un raffreddamento costante, spesso ottenuto tramite sistemi di climatizzazione ad alto consumo energetico. Con l’aumento delle temperature globali, mantenere condizioni operative ottimali diventa più difficile e costoso. Ondate di calore sempre più frequenti possono mettere sotto stress questi sistemi, aumentando il rischio di guasti o interruzioni dei servizi. Un altro fattore critico è la disponibilità di acqua. Molti data center utilizzano sistemi di raffreddamento che richiedono grandi quantità d’acqua. In regioni colpite da siccità, questa esigenza può entrare in conflitto con l’uso civile e agricolo delle risorse idriche. Di conseguenza, i cambiamenti climatici, alterando i cicli delle precipitazioni, rendono meno prevedibile e più problematica la gestione di queste risorse. Anche gli eventi climatici estremi rappresentano una minaccia crescente. Alluvioni, tempeste e incendi possono danneggiare direttamente le strutture o interrompere le forniture di energia e connettività. I data center situati in aree costiere, ad esempio, sono particolarmente vulnerabili all’innalzamento del livello del mare e alle mareggiate. Paradossalmente, i data center non sono solo vittime dei cambiamenti climatici, ma contribuiscono anche al problema. Il loro fabbisogno energetico è enorme e, se alimentato da fonti fossili, comporta emissioni significative di gas serra. Tuttavia, molte aziende stanno cercando di invertire questa tendenza investendo in energie rinnovabili, migliorando l’efficienza energetica e sviluppando sistemi di raffreddamento più sostenibili, come il raffreddamento a immersione o l’utilizzo di aria esterna in climi freddi. Guardando al futuro, la resilienza dei data center diventerà un elemento chiave nella progettazione e nella loro localizzazione. Sarà sempre più importante scegliere aree meno esposte ai rischi climatici, adottare tecnologie innovative e integrare strategie di sostenibilità. In questo modo, sarà possibile garantire la continuità dei servizi digitali riducendo al contempo l’impatto ambientale. I cambiamenti climatici influenzano in modo concreto i data center, sia dal punto di vista operativo che strategico. La sfida sarà trovare un equilibrio tra la crescente domanda di servizi digitali e la necessità di proteggere l’ambiente, rendendo queste infrastrutture più sostenibili e resilienti. ๏ปฟ
Autore: by Antonello Camilotto 1 aprile 2026
Negli ultimi anni, un termine provocatorio ma sempre più diffuso ha iniziato a descrivere con sorprendente precisione l’evoluzione di molte piattaforme digitali: “enshitification”. Nato nel dibattito tecnologico anglosassone, il concetto indica il progressivo deterioramento della qualità dei servizi online, spesso a scapito degli utenti, in favore di strategie di monetizzazione sempre più aggressive. Il fenomeno segue uno schema ormai riconoscibile. In una prima fase, le piattaforme si concentrano sull’attrarre utenti offrendo servizi efficienti, gratuiti o altamente competitivi. Successivamente, una volta consolidata una base ampia e fidelizzata, iniziano a privilegiare gli interessi delle aziende partner e degli inserzionisti. Infine, nella fase più avanzata, l’esperienza utente viene ulteriormente sacrificata per massimizzare i profitti, con un aumento di pubblicità invasive, algoritmi meno trasparenti e una riduzione della qualità complessiva. Questo processo non riguarda un singolo settore, ma si estende trasversalmente: social network, motori di ricerca, piattaforme di streaming e marketplace online. Gli utenti si ritrovano così intrappolati in ecosistemi da cui è difficile uscire, sia per l’assenza di valide alternative sia per la dipendenza costruita nel tempo. Le conseguenze sono molteplici. Da un lato, si assiste a un peggioramento della fiducia nei confronti delle grandi aziende tecnologiche. Dall’altro, emergono nuove dinamiche di consumo digitale, con una crescente attenzione verso servizi decentralizzati, open source o a pagamento che promettono maggiore trasparenza e rispetto dell’utente. Tuttavia, invertire la rotta non è semplice. Il modello economico dominante nel digitale si basa sulla raccolta dati e sulla pubblicità, elementi che incentivano proprio quelle pratiche criticate dall’enshitification. Alcuni esperti suggeriscono che regolamentazioni più stringenti e una maggiore consapevolezza degli utenti possano rappresentare un primo passo verso un ecosistema più equilibrato. In definitiva, l’enshitification non è soltanto un termine provocatorio, ma una lente critica attraverso cui osservare il presente e il futuro del web. Comprenderne i meccanismi significa anche interrogarsi sul ruolo degli utenti, delle aziende e delle istituzioni nella costruzione di uno spazio digitale più sostenibile. ๏ปฟ
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