News

L’IA che aiuta i dermatologi: dalla Spagna una nuova frontiera della diagnosi

L’intelligenza artificiale sta trovando applicazioni sempre più concrete nel settore sanitario e la dermatologia rappresenta uno degli ambiti in cui l’analisi delle immagini può offrire un contributo particolarmente significativo. In Spagna, una società nata a Bilbao nel 2020 ha sviluppato una tecnologia pensata per affiancare i professionisti nell’identificazione delle patologie cutanee e nella valutazione della loro gravità.


Il progetto nasce anche dall’esperienza personale della cofondatrice Andy Aguilar, che ha sperimentato direttamente le difficoltà di un percorso diagnostico caratterizzato da visite successive, diagnosi non corrette e tempi di attesa. Da questa esperienza è maturata l’idea di utilizzare l’intelligenza artificiale per rendere più omogenee alcune fasi del processo diagnostico.


La società, Legit.Health, ha scelto fin dall'inizio di sviluppare un dispositivo medico destinato agli operatori sanitari, anziché una semplice applicazione per il pubblico. Il software è stato progettato per integrarsi nelle cartelle cliniche elettroniche delle strutture sanitarie e non richiede apparecchiature specialistiche: per utilizzarlo è sufficiente acquisire un’immagine della lesione con uno smartphone o con i dispositivi già disponibili.


Non una diagnosi automatica, ma un supporto al medico


Uno degli aspetti più importanti riguarda il modo in cui il sistema restituisce i risultati. L’algoritmo non propone una risposta unica e definitiva, ma elabora diverse ipotesi diagnostiche, ordinate in base alla probabilità, e fornisce indicazioni riconducibili alla classificazione internazionale delle malattie ICD-11.


Il sistema evidenzia inoltre sull’immagine gli elementi che hanno contribuito all’analisi. Questo approccio punta a rendere il funzionamento dell’intelligenza artificiale più comprensibile e verificabile, evitando che il professionista debba affidarsi a una sorta di “scatola nera”.


La tecnologia può anche quantificare diversi segni clinici, tra cui arrossamento, desquamazione, pustole, noduli e pomfi. Questi dati vengono utilizzati per calcolare automaticamente alcuni degli indici già adottati in dermatologia, come PASI per la psoriasi, SCORAD per la dermatite atopica e IHS4 per l’idrosadenite suppurativa. La trasformazione della valutazione clinica in parametri numerici permette di confrontare più facilmente l’evoluzione della malattia nel tempo e le valutazioni effettuate da professionisti differenti.


Un aiuto soprattutto nei casi più complessi


Secondo i dati riportati dall’azienda, l’utilizzo del sistema può aumentare la precisione diagnostica dei medici tra 15 e 21 punti percentuali, con variazioni legate al contesto. In uno studio condotto nell’assistenza primaria, il livello di accuratezza sarebbe passato dal 63,7% all’81,9%. In un ospedale pubblico, inoltre, circa la metà dei casi avrebbe potuto essere gestita senza un successivo invio allo specialista, mentre gli invii sono diminuiti del 17%.


Un risultato particolarmente interessante riguarda le persone con pelle scura. Secondo gli studi citati da Legit.Health, proprio in questo gruppo l’incremento della precisione diagnostica dei professionisti avrebbe raggiunto 23,3 punti percentuali. Miglioramenti significativi sono stati osservati anche nell’identificazione delle malattie rare, con un incremento indicato in 27 punti percentuali.


Il vantaggio dell’IA, quindi, non sarebbe tanto quello di sostituire l’esperienza del dermatologo, quanto di offrire un supporto aggiuntivo quando il caso presenta maggiore complessità o quando il professionista dispone di meno esperienza specifica.


Il medico rimane al centro


L’introduzione dell’intelligenza artificiale nella medicina porta inevitabilmente con sé il problema della responsabilità. Un sistema che produce un risultato non spiegabile sarebbe difficilmente accettabile in un contesto nel quale una decisione può avere conseguenze dirette sulla salute di una persona.


Per questo l’approccio adottato da Legit.Health punta sulla trasparenza: probabilità invece di verdetti assoluti, misurazioni verificabili e indicazioni visive che consentano al medico di comprendere il ragionamento dell’algoritmo. La decisione clinica rimane comunque nelle mani del professionista.


La stessa tecnologia potrebbe inoltre modificare il lavoro futuro degli specialisti. Le attività più ripetitive, come lo screening iniziale e il monitoraggio dell’evoluzione di alcune patologie, potrebbero essere progressivamente automatizzate o trasferite ai livelli di assistenza primaria. Il dermatologo potrebbe così concentrarsi maggiormente sui pazienti che richiedono valutazioni approfondite e interventi specialistici.


Rimane però un rischio: quello del cosiddetto bias di automazione, cioè la tendenza a fidarsi eccessivamente di una tecnologia proprio quando questa dimostra di essere generalmente efficace. Per limitarlo, secondo l’azienda, sono fondamentali sistemi interpretabili, formazione degli operatori e un quadro normativo rigoroso.


Dalla Spagna verso nuovi mercati


Legit.Health dispone della marcatura CE come dispositivo medico, che ne consente l'impiego nell’Unione europea. La società ha inoltre ottenuto la registrazione in Brasile, mentre negli Stati Uniti è impegnata nel percorso di autorizzazione da parte della FDA. Nel frattempo, la tecnologia viene utilizzata anche in ambito farmaceutico e biotecnologico per studi clinici dermatologici.


L’esperienza spagnola mostra così una delle possibili direzioni dell’intelligenza artificiale applicata alla sanità: non una macchina che prende il posto del medico, ma uno strumento capace di trasformare immagini e dati clinici in informazioni utili per prendere decisioni più rapide, confrontabili e documentate.


Il vero valore dell’IA in medicina potrebbe quindi non risiedere nella sostituzione dell’esperienza umana, ma nella capacità di amplificarla, soprattutto quando la complessità del caso rende più difficile arrivare rapidamente alla risposta corretta.


© 𝗯𝘆 𝗔𝗻𝘁𝗼𝗻𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗖𝗮𝗺𝗶𝗹𝗼𝘁𝘁𝗼

Tutti i diritti riservati | All rights reserved


Informazioni Legali

I testi, le informazioni e gli altri dati pubblicati in questo sito nonché i link ad altri siti presenti sul web hanno esclusivamente scopo informativo e non assumono alcun carattere di ufficialità.

Non si assume alcuna responsabilità per eventuali errori od omissioni di qualsiasi tipo e per qualunque tipo di danno diretto, indiretto o accidentale derivante dalla lettura o dall'impiego delle informazioni pubblicate, o di qualsiasi forma di contenuto presente nel sito o per l'accesso o l'uso del materiale contenuto in altri siti.


Autore: Educazione Digitale 20 agosto 2026
La verifica dell’età per accedere ai contenuti riservati agli adulti nasce da un obiettivo condivisibile: impedire che i minori possano raggiungere facilmente materiale non adatto alla loro età. Il problema emerge quando, per raggiungere questo risultato, agli utenti adulti viene chiesto di fornire informazioni personali particolarmente delicate. Il paradosso è evidente. Un sistema pensato per aumentare la sicurezza online rischia infatti di creare un nuovo problema di riservatezza: per dimostrare di essere maggiorenni, gli utenti potrebbero dover passare attraverso procedure che coinvolgono documenti, identità digitali, intermediari o tecnologie di riconoscimento. La questione diventa quindi non soltanto "come verificare l'età?", ma soprattutto "chi può sapere che una determinata persona sta accedendo a contenuti per adulti?". La direzione scelta dall'Unione europea punta proprio a ridurre questo rischio. La Commissione ha sviluppato una soluzione che consente di dimostrare il superamento di una determinata soglia d'età senza comunicare al sito l'identità dell'utente, né la sua età esatta. Il sistema è progettato per confermare soltanto il requisito necessario, ad esempio essere maggiorenni, lasciando fuori dal processo altre informazioni personali. L'obiettivo è creare una sorta di "prova anonima dell'età", separando la verifica dell'identità dalla navigazione. In questo modo il sito dovrebbe ricevere esclusivamente la conferma necessaria per consentire l'accesso, senza poter associare direttamente quella verifica alla persona. La questione è particolarmente importante perché i dati relativi alla navigazione possono rivelare informazioni estremamente personali. Un sistema centralizzato o poco trasparente potrebbe trasformare la verifica dell'età in uno strumento di tracciamento, mentre una soluzione realmente rispettosa della privacy dovrebbe impedire di ricostruire quali contenuti vengono consultati. Il tema non riguarda soltanto la pornografia. La stessa tecnologia può essere utilizzata per limitare l'accesso a gioco d'azzardo, acquisto di alcolici e altri servizi soggetti a limiti di età. La Commissione europea indica inoltre il 31 dicembre 2026 come termine entro il quale gli Stati membri dovrebbero rendere disponibili strumenti solidi e rispettosi della privacy. La sfida, dunque, consiste nel trovare un equilibrio tra due esigenze entrambe legittime: proteggere i minori e preservare l'anonimato degli adulti. Una verifica efficace non dovrebbe richiedere di conoscere tutto dell'utente per accertare soltanto una cosa: se ha raggiunto l'età richiesta.  È proprio questo il punto centrale del paradosso: per rendere Internet più sicuro, non si dovrebbe finire per renderlo meno privato.
Autore: Educazione Digitale 20 agosto 2026
Quando il navigatore suggerisce una strada chiusa, conduce verso una ZTL o indica un vicolo troppo stretto, è facile attribuire la colpa al GPS. In realtà, il funzionamento dei sistemi di navigazione è più complesso: il GPS determina principalmente la posizione del dispositivo, mentre la scelta del percorso viene effettuata dall’app sulla base di mappe digitali, informazioni sul traffico, restrizioni e algoritmi di calcolo. Il primo passaggio consiste quindi nel localizzare con la maggiore precisione possibile smartphone o automobile. Le coordinate vengono successivamente associate alla rete stradale presente nella mappa. Ogni tratto può contenere informazioni relative a sensi di marcia, limiti, pedaggi, caratteristiche della strada e restrizioni. L’algoritmo confronta poi le diverse possibilità e determina quello che considera il percorso più conveniente. La distanza, però, non è l’unico parametro. Un itinerario più corto può essere meno vantaggioso di uno leggermente più lungo se comprende semafori, traffico, strade lente o particolari limitazioni. Sistemi come Google Maps e Waze combinano infatti numerosi dati per stimare tempi e condizioni del viaggio. Uno dei principali motivi degli errori è il divario tra la realtà e la sua rappresentazione digitale. La rete stradale cambia continuamente: possono comparire nuove rotonde, modificarsi i sensi unici, aprirsi o chiudersi accessi e iniziare lavori stradali. Anche quando le mappe vengono aggiornate attraverso dati provenienti da autorità, partner, sistemi automatici e utenti, alcune modifiche possono essere recepite con ritardo. Ancora più difficili da gestire sono le restrizioni temporanee. Un divieto potrebbe infatti essere valido soltanto in determinati giorni, fasce orarie o per specifiche categorie di veicoli. Il sistema deve quindi conoscere non soltanto l'esistenza della limitazione, ma anche le condizioni alle quali si applica. Un'altra fonte di problemi è la precisione della localizzazione. In condizioni favorevoli il GPS degli smartphone può raggiungere una precisione di pochi metri, ma edifici alti, ponti, alberi, strutture coperte e riflessioni del segnale possono peggiorarla. Le applicazioni possono inoltre combinare GPS, reti cellulari, Wi-Fi, Bluetooth e altri dati per determinare la posizione. Un piccolo errore può essere sufficiente per collocare virtualmente il veicolo sulla carreggiata sbagliata o oltre un'intersezione, provocando un nuovo calcolo dell'itinerario. Esiste poi un problema meno evidente: il percorso può essere corretto secondo i dati disponibili, ma poco adatto nella realtà. Una strada stretta, una salita impegnativa o un accesso privato possono apparire perfettamente percorribili nella rappresentazione digitale. L'algoritmo, però, non osserva direttamente ciò che accade sul posto e potrebbe non avere informazioni aggiornate sulle condizioni effettive della strada. Anche la destinazione può creare difficoltà. Un indirizzo identifica un punto sulla mappa, ma non necessariamente l'ingresso corretto. Un hotel, un parcheggio o un grande edificio possono avere l'accesso carrabile su un lato diverso da quello individuato dal segnaposto. Per questo l'ultimo tratto del viaggio merita particolare attenzione. Per ridurre il rischio di errori è utile controllare le impostazioni prima della partenza. La modalità di trasporto deve essere quella corretta e conviene osservare l'intero itinerario, prestando particolare attenzione al primo e all'ultimo tratto. Google Maps consente, tra le altre opzioni, di evitare pedaggi, autostrade e traghetti; Waze offre impostazioni specifiche anche per evitare ZTL, mentre Apple Mappe permette di escludere pedaggi e autostrade. Quando la posizione indicata appare instabile o molto imprecisa, può essere utile attendere qualche secondo in uno spazio aperto. Prima di raggiungere una destinazione complessa, soprattutto nei centri storici o in zone montane, è inoltre consigliabile controllare la mappa, le immagini stradali o le indicazioni fornite direttamente dalla struttura. Infine, una regola rimane fondamentale: il navigatore è uno strumento di assistenza e non un pilota automatico. La segnaletica stradale, i semafori, le transenne e le indicazioni delle autorità hanno sempre la precedenza sulle istruzioni visualizzate sullo schermo. 
Autore: Focus 20 agosto 2026
Certo. Ti propongo un articolo in linea con il taglio editoriale che stai utilizzando per i tuoi approfondimenti, mantenendo distinta la citazione autentica di Hawking dalle successive interpretazioni. Nel 2014 Stephen Hawking lanciò un avvertimento sull’intelligenza artificiale che, a distanza di anni, continua a suscitare interrogativi. Per il celebre fisico britannico, la creazione di una forma avanzata di intelligenza artificiale avrebbe potuto rappresentare il più grande evento nella storia dell’umanità. Ma, allo stesso tempo, avrebbe potuto trasformarsi nell’ultimo, se gli esseri umani non fossero riusciti a gestirne i rischi. L'affermazione comparve in un articolo pubblicato sul quotidiano britannico The Independent e firmato da Hawking insieme a Stuart Russell, Max Tegmark e Frank Wilczek. Il testo non descriveva l'intelligenza artificiale come una minaccia inevitabile, ma invitava a considerare con attenzione le conseguenze di una tecnologia destinata a diventare progressivamente più potente. Il punto centrale dell'avvertimento riguardava soprattutto il possibile superamento delle capacità umane. Un sistema sufficientemente avanzato avrebbe potuto non limitarsi a eseguire compiti programmati dall'uomo, ma arrivare a migliorare autonomamente le proprie capacità. In uno scenario simile, la velocità con cui una macchina potrebbe elaborare informazioni e sviluppare nuove soluzioni sarebbe potenzialmente irraggiungibile per il cervello umano. È proprio questa possibilità a rendere particolarmente attuale la riflessione di Hawking. Nel 2014 l'intelligenza artificiale generativa non aveva ancora raggiunto la diffusione odierna e strumenti capaci di produrre testi, immagini, codice e altri contenuti erano lontani dall'essere utilizzati quotidianamente da milioni di persone. Tuttavia, la domanda fondamentale era già stata posta: cosa accadrebbe se una tecnologia diventasse più intelligente dei suoi stessi creatori? Hawking non sosteneva che una simile evoluzione avrebbe necessariamente portato alla distruzione dell'umanità. Il problema, secondo il suo ragionamento, sarebbe stato soprattutto quello del controllo. Una macchina estremamente potente potrebbe perseguire un obiettivo assegnato dagli esseri umani in modi imprevedibili, soprattutto se gli obiettivi della macchina non coincidessero perfettamente con quelli umani. Questo introduce una questione ancora oggi centrale nella ricerca sull'intelligenza artificiale: l'allineamento. Non basta costruire sistemi capaci di risolvere problemi complessi; occorre anche fare in modo che ciò che fanno rimanga compatibile con valori, interessi e sicurezza delle persone. Il messaggio di Hawking assume quindi un significato più ampio rispetto alla semplice paura delle “macchine che prendono il controllo”. Il vero interrogativo riguarda la capacità dell'umanità di governare una tecnologia che potrebbe evolvere molto più rapidamente delle istituzioni, delle normative e delle conoscenze necessarie per controllarla. In questi anni l'intelligenza artificiale ha compiuto progressi enormi. I sistemi contemporanei possono analizzare quantità gigantesche di dati, assistere nella programmazione, generare contenuti, riconoscere immagini e supportare attività scientifiche e professionali. Al tempo stesso sono emersi problemi concreti legati a errori, manipolazione delle informazioni, deepfake, sicurezza informatica, privacy e uso militare dell'IA. Sono questioni diverse da quelle dello scenario estremo immaginato da Hawking, ma condividono lo stesso principio: più una tecnologia diventa potente, maggiore deve essere la capacità di comprenderla e governarla. L'avvertimento del 2014, dunque, non va letto come una profezia sulla fine dell'umanità. È piuttosto una domanda ancora aperta: siamo in grado di costruire sistemi sempre più intelligenti senza perdere la capacità di controllarne gli effetti?  Il futuro dell'intelligenza artificiale potrebbe effettivamente diventare uno dei più grandi successi tecnologici della storia. Ma perché rimanga tale, la sfida non sarà soltanto rendere le macchine più intelligenti. Sarà fare in modo che questa intelligenza rimanga al servizio dell'uomo, e che la capacità di innovare proceda di pari passo con quella di comprendere, prevedere e governare le conseguenze delle nostre stesse invenzioni.
Autore: News 15 agosto 2026
X ha deciso di mostrare più chiaramente cosa accade ai contenuti pubblicati sulla piattaforma. L’azienda ha infatti aggiornato il repository pubblico su GitHub nel quale vengono condivise alcune componenti del sistema che determina quali post vengono mostrati agli utenti nella sezione “Per te”. L’iniziativa rappresenta un ulteriore passo verso la trasparenza dell’algoritmo, un tema diventato particolarmente importante anche sul piano normativo. Nel 2025 la Commissione europea aveva avviato un’indagine nell’ambito del Digital Services Act per verificare se il funzionamento dei sistemi di raccomandazione di X potesse favorire artificialmente la visibilità di determinati contenuti. Con il nuovo aggiornamento, X ha pubblicato ulteriori elementi relativi al meccanismo che seleziona, ordina e filtra i post destinati alla timeline personalizzata. Tra i materiali disponibili figurano la configurazione del modello, i filtri applicati ai contenuti e il principale sistema di classificazione. L’obiettivo è consentire agli sviluppatori e agli osservatori esterni di comprendere meglio quali processi influenzano la distribuzione dei contenuti. X ha inoltre introdotto “Under the Hood”, uno strumento ancora in fase di test e disponibile soltanto a un numero limitato di utenti. Il sistema mostra statistiche aggregate sull’applicazione di determinate etichette ai post e agli account. Per accedere alle statistiche è necessario aver pubblicato almeno dieci post nell’ultimo mese. I dati vengono forniti in formato JSON e possono quindi risultare difficili da interpretare per chi non possiede competenze tecniche. Possono tuttavia essere analizzati anche attraverso strumenti di intelligenza artificiale. Le etichette riguardano principalmente categorie come spam, contenuti per adulti, violenza, impersonificazione e collegamenti verso siti potenzialmente dannosi. Non risultano invece presenti specifiche etichette dedicate ai contenuti politici. Un altro elemento interessante riguarda la possibilità per gli sviluppatori esterni di proporre modifiche al codice attraverso le cosiddette pull request. Le proposte saranno successivamente valutate dagli ingegneri di X. La pubblicazione del codice non significa quindi che l’intero funzionamento dell’algoritmo sia diventato completamente pubblico, ma offre nuovi strumenti per analizzare una parte dei meccanismi che determinano la visibilità dei contenuti. 
Autore: News 15 agosto 2026
La Francia dovrà rivedere il progetto che avrebbe vietato l'accesso ai social network ai minori di 15 anni. Il Consiglio costituzionale ha infatti bocciato il provvedimento approvato definitivamente dal Parlamento il 21 luglio, impedendone l'entrata in vigore prevista per il prossimo settembre. La legge rappresentava una delle principali iniziative sostenute dal presidente Emmanuel Macron per rafforzare la protezione dei bambini e degli adolescenti nell'ambiente digitale. Il testo prevedeva il divieto di apertura di nuovi account per gli under 15 e imponeva alle piattaforme l'adozione di sistemi di verifica dell'età. Per gli account già esistenti era prevista la chiusura entro quattro mesi. Il progetto francese si inseriva in un dibattito internazionale sempre più acceso sull'accesso dei minori ai social. L'Australia aveva già introdotto un limite più severo, vietando l'accesso alle principali piattaforme agli under 16, mentre diversi altri Paesi stanno valutando misure analoghe. Il problema, secondo il Consiglio costituzionale, non riguarda però l'obiettivo di proteggere i minori, ma le modalità con cui la legge avrebbe perseguito tale obiettivo. La norma è stata ritenuta eccessivamente restrittiva nei confronti della libertà di espressione e comunicazione e priva di garanzie sufficienti per tutelare la privacy. Particolare attenzione è stata riservata alla verifica dell'età. La legge avrebbe richiesto di accertare l'età degli utenti, ma senza definire in modo sufficientemente chiaro condizioni e limiti di questo procedimento. Secondo i giudici, un sistema di questo tipo avrebbe potuto creare rischi per la riservatezza anche degli adulti. La bocciatura non sembra però destinata a chiudere la questione. Macron ha incaricato il primo ministro Sébastien Lecornu di elaborare una nuova versione della normativa, compatibile con i principi costituzionali e con il diritto europeo, con l'obiettivo di arrivare a una nuova legge entro la primavera del 2027. Il caso francese mette così in evidenza una questione destinata a diventare sempre più centrale: come proteggere i minori dai rischi dell'ambiente digitale senza trasformare la tutela in una limitazione sproporzionata dei diritti fondamentali. Il confronto non riguarda più soltanto l'età minima per accedere ai social, ma anche il modo in cui piattaforme, governi e autorità possono conciliare sicurezza, privacy e libertà nell'ecosistema digitale. 
Autore: News 14 agosto 2026
WhatsApp si prepara a introdurre una nuova protezione contro le truffe basata sull’intelligenza artificiale. La funzione, chiamata Scam Alert, è ancora in fase di sviluppo e test nella versione beta dell’app, ma punta a rendere più semplice l’individuazione dei messaggi potenzialmente fraudolenti provenienti da contatti sconosciuti. La caratteristica più interessante riguarda il modo in cui viene utilizzata l’IA. Il modello viene installato direttamente sul dispositivo dell’utente e analizza localmente i contenuti, senza dover trasferire le conversazioni ai server di Meta. Secondo le informazioni diffuse dall’azienda, l’elaborazione è progettata per avere un impatto contenuto sulle prestazioni dello smartphone e sull’autonomia della batteria. Quando Scam Alert individua elementi riconducibili a un possibile tentativo di frode, WhatsApp mostra un avviso all’interno della chat. La segnalazione è visibile soltanto al destinatario e gli permette di scegliere se bloccare il contatto, segnalarlo oppure proseguire la conversazione. In caso di falso positivo, l’utente può indicare la chat come attendibile, facendo scomparire l’avviso e impedendo ulteriori segnalazioni per quella conversazione. La funzione prevede inoltre la possibilità, su scelta dell’utente, di condividere gli ultimi cinque messaggi ricevuti per contribuire al miglioramento del sistema. Meta sottolinea anche l’attenzione alla privacy e il mantenimento della crittografia end-to-end. Scam Alert rappresenta quindi un ulteriore tentativo di contrastare le frodi sfruttando l’IA direttamente sul dispositivo, combinando capacità di analisi automatizzata e maggiore tutela dei contenuti delle conversazioni. La disponibilità per tutti gli utenti non è ancora stata annunciata. 
Autore: News 13 agosto 2026
La cybersicurezza non dipende soltanto dalla potenza tecnologica di un Paese. A fare la differenza possono essere anche la qualità delle leggi, l'organizzazione delle strutture pubbliche, la capacità di prevenire gli incidenti e la rapidità con cui le autorità riescono a reagire a un attacco. È quanto emerge dall'ultima fotografia elaborata dall'e-Governance Academy (eGA) estone attraverso il National Cyber Security Index (NCSI), che prende in esame 155 Paesi e territori. Il risultato più sorprendente riguarda l'Albania, che raggiunge il primo posto con un punteggio di 98,33 punti su 100. Al secondo posto si colloca la Repubblica Ceca. La graduatoria non misura semplicemente la quantità di tecnologia disponibile o il livello di digitalizzazione di una nazione, ma valuta soprattutto la capacità concreta dello Stato di organizzare e gestire la propria sicurezza informatica. Il NCSI utilizza 49 indicatori, distribuiti in 12 differenti capacità e raggruppati in tre aree: cybersicurezza strategica, prevenzione e risposta. Vengono quindi considerati elementi come la legislazione nazionale, l'esistenza di organismi specializzati, le strutture dedicate alla sicurezza informatica, i piani per affrontare le emergenze e la cooperazione internazionale. La posizione dell'Albania è particolarmente significativa perché arriva dopo anni nei quali il Paese ha dovuto rafforzare rapidamente le proprie difese digitali. Un grave attacco informatico del 2022 ha rappresentato un punto di svolta, spingendo Tirana verso una riorganizzazione delle strutture e del quadro normativo dedicati alla cybersecurity. L'autorità nazionale albanese per la sicurezza informatica indica oggi il Paese al vertice del NCSI 2026. La classifica mostra inoltre quanto sia riduttivo associare automaticamente la sicurezza informatica alla dimensione economica o tecnologica di uno Stato. La Germania occupa infatti il 13° posto, gli Stati Uniti il 31° e il Regno Unito il 42°. Alle loro spalle figurano anche Paesi come Moldavia, Giordania e Macedonia del Nord. In coda alla graduatoria si trovano invece Micronesia, Palau e Timor Est. È importante, tuttavia, non confondere classifiche differenti. Il NCSI dell'e-Governance Academy non coincide con il Global Cybersecurity Index dell'International Telecommunication Union. Quest'ultimo utilizza una metodologia diversa e, secondo i dati riportati da eGA, vede la Finlandia ai vertici di una graduatoria distinta. Il caso albanese dimostra quindi un principio sempre più importante: la resilienza digitale di un Paese non si costruisce soltanto acquistando tecnologie avanzate. Servono norme adeguate, istituzioni specializzate, personale qualificato, procedure di emergenza e collaborazione tra settore pubblico e privato. In uno scenario internazionale caratterizzato da attacchi sempre più frequenti contro infrastrutture energetiche, telecomunicazioni, sanità, trasporti e sistemi finanziari, queste capacità possono diventare decisive per la sicurezza nazionale. 
Autore: Educazione Digitale 12 agosto 2026
Il rallentamento del Wi-Fi non dipende sempre dalla velocità della linea Internet. Interferenze, distanza dal router, troppi dispositivi collegati e apparecchiature obsolete possono influire sulle prestazioni della rete domestica. Quando il Wi-Fi rallenta, la prima reazione è spesso quella di attribuire il problema al proprio operatore Internet. In realtà, una connessione apparentemente lenta può avere origine all'interno della stessa abitazione. Il segnale wireless deve infatti attraversare ambienti, ostacoli e dispositivi elettronici, mentre il router deve gestire contemporaneamente le richieste di numerosi apparecchi. Una delle prime operazioni da provare è il riavvio del modem o router. Come un piccolo computer, anche questo dispositivo può accumulare errori o trovarsi in una situazione di funzionamento non ottimale. Spegnerlo, scollegarlo dall'alimentazione per circa un minuto e riaccenderlo può risolvere alcuni problemi temporanei. Un'altra possibile causa è la congestione della rete locale. Smart TV, smartphone, computer, console e altri dispositivi possono utilizzare contemporaneamente la connessione per streaming, download, aggiornamenti e videochiamate. Quando il traffico aumenta, le prestazioni percepite possono diminuire. Nei router che lo supportano, la funzione QoS (Quality of Service) consente di assegnare una maggiore priorità alle attività più importanti. Anche la posizione del router ha un ruolo determinante. Muri spessi, cemento armato, mobili e altri ostacoli possono attenuare il segnale radio. Per questo è preferibile collocare il dispositivo in una posizione relativamente centrale e rialzata, evitando di nasconderlo dentro mobili o in prossimità di ostacoli. Occorre inoltre considerare le diverse bande Wi-Fi. La frequenza a 2,4 GHz offre generalmente una maggiore copertura e riesce a superare meglio gli ostacoli, ma è più esposta alle interferenze e offre prestazioni inferiori rispetto ai 5 GHz. Quest'ultima banda permette normalmente velocità più elevate e può essere particolarmente indicata per streaming e gaming, ma la sua portata è più limitata. La scelta della banda, quindi, dovrebbe dipendere dalla distanza dal router e dal tipo di utilizzo. In ambienti con molte abitazioni vicine, anche la presenza di numerose reti wireless può creare interferenze. La modifica del canale utilizzato dal router può contribuire a ridurre le sovrapposizioni e rendere la connessione più stabile. Non bisogna infine trascurare la parte fisica e i dispositivi collegati. Cavi Ethernet danneggiati o collegati male possono provocare problemi, così come computer, smartphone o tablet dotati di hardware datato o driver di rete non aggiornati. In alcuni casi, inoltre, un dispositivo può sembrare lento a causa di applicazioni in esecuzione o di altri problemi locali, anche quando la rete funziona correttamente.  Il punto fondamentale è quindi distinguere un problema della linea Internet da un problema della rete domestica. Controllare router, posizione, interferenze, banda utilizzata, numero di dispositivi e condizioni dell'hardware permette spesso di individuare il vero collo di bottiglia senza interventi complessi.
Mostra Altri