by Antonello Camilotto

Tor: la doppia vita della rete anonima, da progetto segreto a scudo per la libertà

Quando si parla di Tor (The Onion Router), il pensiero corre subito a un simbolo di privacy, anonimato e libertà di espressione online. Eppure, la sua origine affonda le radici in un contesto molto diverso: un progetto sviluppato all’interno di agenzie militari statunitensi, con l’obiettivo iniziale di proteggere le comunicazioni governative sensibili. La parabola di Tor — dal laboratorio militare alla difesa globale dei diritti digitali — è una storia complessa, fatta di innovazioni tecnologiche, tensioni geopolitiche e battaglie per la libertà.


Origini militari: la nascita dell’Onion Routing


L’idea alla base di Tor prende forma a metà degli anni ’90 presso il Naval Research Laboratory (NRL), un centro di ricerca della Marina degli Stati Uniti. Il problema da risolvere era chiaro: garantire comunicazioni anonime e sicure in un contesto di crescente sorveglianza informatica.

I ricercatori Paul Syverson, Michael G. Reed e David Goldschlag svilupparono un sistema chiamato Onion Routing, in cui i dati venivano incapsulati in più strati di crittografia (come una cipolla), passando attraverso nodi intermedi distribuiti nel mondo. Ogni nodo conosceva solo l’indirizzo del nodo precedente e di quello successivo, ma non l’intero percorso, rendendo quasi impossibile tracciare l’origine del traffico.


L’apertura al pubblico: una mossa strategica


Negli anni 2000, il progetto Onion Routing evolve in Tor, sostenuto dalla DARPA e poi finanziato da vari enti governativi. A questo punto emerge un paradosso: se solo il governo USA avesse usato Tor, sarebbe stato semplice identificarne il traffico come “sensibile”. La soluzione? Aprire il sistema a chiunque, rendendo più difficile distinguere tra utenti governativi e civili.

Nel 2002 viene rilasciata la prima versione pubblica di Tor e, nel 2006, nasce la Tor Project Inc., un’organizzazione no-profit indipendente, che inizia a ricevere anche fondi da organizzazioni per i diritti digitali e fondazioni private.


Dal controllo all’emancipazione: Tor come strumento di libertà


Con l’avvento dei social media e la crescente sorveglianza statale e aziendale, Tor inizia a essere adottato da attivisti, giornalisti, dissidenti politici e semplici cittadini preoccupati per la propria privacy.


Episodi chiave ne cementano la reputazione:

  • Primavera Araba (2010-2012): attivisti in Egitto, Tunisia e Siria lo usano per comunicare senza rischiare l’identificazione.
  • Rivelazioni di Edward Snowden (2013): confermano l’ampiezza della sorveglianza di massa, spingendo molti verso Tor.
  • Accesso in paesi censurati: in Cina, Iran e altri stati autoritari, Tor diventa uno degli strumenti più efficaci per aggirare il “Great Firewall” e simili sistemi di censura.


Ombre e controversie: il lato oscuro della privacy


La protezione offerta da Tor non viene usata solo per cause nobili. La dark web, accessibile attraverso Tor, ospita anche mercati illeciti, forum criminali e attività di hacking. Questa ambiguità ha alimentato critiche, spingendo governi e forze dell’ordine a tentare di limitarne o monitorarne l’uso.

Tuttavia, i sostenitori di Tor ribadiscono che la tecnologia è neutrale: è l’uso che ne fanno le persone a determinare il fine, e limitare lo strumento per le azioni di pochi significherebbe privare milioni di persone di un diritto fondamentale.


Evoluzione tecnologica e sfide future


Oggi Tor è una rete globale composta da migliaia di nodi gestiti da volontari. La tecnologia continua a evolversi per contrastare nuove forme di sorveglianza e censura, come:

  • Bridges: nodi “non pubblici” che aiutano gli utenti in paesi fortemente censurati.
  • Pluggable Transports: protocolli che mascherano il traffico Tor per sembrare “normale” traffico web.
  • Progetti mobile: app e browser per smartphone che rendono Tor accessibile anche in mobilità.
  • Le sfide rimangono imponenti: dall’aumento delle risorse necessarie per mantenere la rete veloce e stabile, fino al rischio di infiltrazioni governative nei nodi di uscita.


La storia di Tor dimostra come una tecnologia nata in ambito militare possa trasformarsi in uno degli strumenti più importanti per la difesa della libertà digitale nel XXI secolo. Se da un lato le sue radici governative possono sorprendere, dall’altro la sua evoluzione testimonia che la tecnologia, una volta resa pubblica, può sfuggire al controllo dei suoi creatori e diventare patrimonio dell’umanità.



In un’epoca in cui la sorveglianza è sempre più pervasiva, Tor non è solo un software: è un simbolo della possibilità di opporsi, proteggere la propria identità e rivendicare il diritto di comunicare senza paura.


© 𝗯𝘆 𝗔𝗻𝘁𝗼𝗻𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗖𝗮𝗺𝗶𝗹𝗼𝘁𝘁𝗼

Tutti i diritti riservati | All rights reserved



Informazioni Legali

I testi, le informazioni e gli altri dati pubblicati in questo sito nonché i link ad altri siti presenti sul web hanno esclusivamente scopo informativo e non assumono alcun carattere di ufficialità.

Non si assume alcuna responsabilità per eventuali errori od omissioni di qualsiasi tipo e per qualunque tipo di danno diretto, indiretto o accidentale derivante dalla lettura o dall'impiego delle informazioni pubblicate, o di qualsiasi forma di contenuto presente nel sito o per l'accesso o l'uso del materiale contenuto in altri siti.


Autore: Educazione Digitale 26 maggio 2026
Negli ultimi anni, il rapporto tra gli italiani e la privacy online è cambiato profondamente. Da tema percepito come tecnico e distante, la protezione dei dati personali è diventata una questione quotidiana, intrecciata con l’uso dei social network, dell’e-commerce, delle app bancarie e perfino dei servizi sanitari digitali. Tra crescente consapevolezza e abitudini spesso contraddittorie, emerge il ritratto di un Paese che vuole più tutela, ma che fatica ancora a rinunciare alla comodità del mondo digitale. Secondo diverse ricerche europee sul comportamento digitale, gli italiani mostrano una diffidenza superiore alla media verso la raccolta dei dati personali. La paura di truffe informatiche, furti d’identità e utilizzi impropri delle informazioni private è aumentata soprattutto dopo la diffusione massiccia dello smart working e dei pagamenti online. Episodi di cyberattacchi contro aziende, enti pubblici e piattaforme digitali hanno contribuito a rafforzare l’idea che la sicurezza informatica non riguardi più soltanto gli esperti. Eppure, alla preoccupazione non corrisponde sempre una reale attenzione ai comportamenti quotidiani. Password deboli, autorizzazioni concesse senza leggere le condizioni d’uso e condivisione eccessiva di informazioni sui social restano pratiche diffuse. È il grande paradosso della privacy contemporanea: gli utenti dichiarano di voler proteggere i propri dati, ma continuano a cederli in cambio di servizi gratuiti, personalizzazione e immediatezza. Il ruolo dei social network è centrale in questa trasformazione culturale. Piattaforme come Meta, TikTok e Google hanno modificato il concetto stesso di riservatezza, spingendo milioni di persone a condividere aspetti della propria vita privata un tempo considerati intimi. Foto, posizione geografica, preferenze personali e persino dati biometrici entrano ogni giorno in un enorme ecosistema economico fondato sull’analisi delle informazioni degli utenti. In Italia, il dibattito sulla privacy è stato influenzato anche dall’azione del Garante per la protezione dei dati personali, che negli ultimi anni ha intensificato controlli e sanzioni nei confronti di aziende e piattaforme digitali. Il regolamento europeo GDPR ha rappresentato un punto di svolta importante, imponendo maggiore trasparenza nella gestione dei dati e introducendo nuovi diritti per i cittadini. Tuttavia, molti utenti continuano a percepire le informative sulla privacy come lunghe, complesse e difficili da comprendere. Le nuove generazioni mostrano un atteggiamento ancora più sfumato. I giovani sono generalmente più abituati alla condivisione online, ma anche più consapevoli dei rischi legati alla reputazione digitale. Cresce, ad esempio, l’uso di account privati, messaggi temporanei e strumenti di autenticazione avanzata. Parallelamente, aumenta l’interesse verso applicazioni di messaggistica considerate più sicure, come Signal e Telegram. Anche il mondo del lavoro contribuisce a ridefinire il rapporto con la privacy. La diffusione dell’intelligenza artificiale, dei software di monitoraggio e dell’analisi dei dati apre interrogativi delicati sul confine tra sicurezza, produttività e sorveglianza. Molti lavoratori temono un controllo sempre più invasivo delle proprie attività digitali, mentre le aziende cercano di bilanciare efficienza e rispetto della normativa. Nel frattempo, il mercato della cybersecurity cresce rapidamente. Antivirus, VPN e sistemi di autenticazione a due fattori stanno entrando nell’uso comune, segnale di una maggiore attenzione alla protezione individuale. Tuttavia, gli esperti sottolineano che la tecnologia da sola non basta: serve soprattutto educazione digitale. Il futuro della privacy online in Italia dipenderà proprio da questo equilibrio. Da una parte, cittadini sempre più connessi e desiderosi di servizi digitali semplici e veloci; dall’altra, la necessità di difendere diritti fondamentali in un ecosistema in cui i dati personali rappresentano una delle risorse economiche più preziose. La sfida non sarà soltanto tecnologica o normativa, ma culturale: imparare a considerare la privacy non come un ostacolo all’innovazione, ma come una condizione essenziale per una società digitale più consapevole e libera. 
Autore: Web e Social 25 maggio 2026
Tra le principali novità presentate da Google c’è il rinnovamento di Google Search, il motore di ricerca utilizzato — secondo l’azienda — da oltre 3 miliardi di persone in tutto il mondo. La nuova funzione Intelligent Search, alimentata dall’intelligenza artificiale, consentirà agli utenti di formulare richieste in modo più naturale e dettagliato, senza dover ricorrere alle classiche parole chiave. Google definisce questa evoluzione «il più importante aggiornamento della ricerca degli ultimi 25 anni». In un esempio condiviso sul blog ufficiale dell’azienda, un utente scrive direttamente nella barra di ricerca di voler iniziare un hobby legato alla ceramica, chiedendo suggerimenti per corsi disponibili il martedì sera o nel weekend nelle vicinanze. Il sistema restituisce così risultati più pertinenti e personalizzati, offrendo anche la possibilità di continuare la conversazione con ulteriori domande tramite la modalità IA di Google. In questo modo, spiega l’azienda, il contesto della ricerca viene mantenuto durante tutta l’esplorazione. 
Autore: Educazione Digitale 25 maggio 2026
Gli attacchi di tipo “brute force” contro le carte di pagamento restano una minaccia nel panorama della sicurezza digitale, ma oggi il contesto tecnologico e le misure di protezione hanno reso questo tipo di attacco molto meno efficace rispetto al passato. Il principio alla base rimane lo stesso: tentare automaticamente un numero enorme di combinazioni di numeri di carta e codici di sicurezza fino a trovare quella corretta. In teoria, se un sistema non avesse limiti o controlli, un computer potrebbe testare milioni o miliardi di combinazioni in tempi molto brevi. Tuttavia, il funzionamento reale dei circuiti di pagamento moderni rende questo scenario molto più difficile da realizzare. Perché gli attacchi brute force oggi sono meno efficaci Le carte di pagamento non sono sistemi “aperti” a tentativi illimitati. I principali circuiti e le banche hanno introdotto diversi livelli di protezione: limitazione del numero di tentativi di inserimento dati; blocco automatico delle transazioni sospette; sistemi antifrode basati su intelligenza artificiale e analisi comportamentale; autenticazione forte del cliente (SCA), richiesta in molte operazioni online; notifiche in tempo reale per ogni transazione. Inoltre, molte transazioni online non utilizzano più direttamente i dati statici della carta, ma sistemi come tokenizzazione e carte virtuali temporanee, che riducono drasticamente il valore dei dati rubati. Il ruolo del dark web e dei dati rubati Nonostante le difese, i dati delle carte possono ancora comparire nel dark web a seguito di violazioni di siti e servizi poco sicuri. In questi casi, però, il problema principale non è tanto il brute force, quanto: furti di database già compromessi; phishing e ingegneria sociale; malware su dispositivi infetti. Gli attacchi moderni tendono quindi a colpire più spesso l’utente o i servizi intermedi, piuttosto che “indovinare” i numeri della carta. Cosa può fare l’utente per proteggersi La sicurezza non dipende solo dai sistemi bancari, ma anche da alcune buone pratiche: controllare frequentemente i movimenti del conto; attivare notifiche per ogni transazione; utilizzare carte virtuali o temporanee per gli acquisti online; mantenere saldo limitato sulle carte usate per il commercio elettronico; evitare di salvare i dati della carta su siti non affidabili. Gli attacchi brute force non sono scomparsi, ma sono oggi fortemente limitati dalle misure di sicurezza dei circuiti di pagamento. Il rischio principale si è spostato verso furti di dati, phishing e vulnerabilità dei servizi online, rendendo la prevenzione e il monitoraggio continuo più importanti della semplice protezione del numero della carta.
Autore: Educazione Digitale 25 maggio 2026
L’utilizzo del Bluetooth nei sistemi di infotainment delle automobili è ormai una funzione quotidiana per milioni di automobilisti. Consente di effettuare chiamate in vivavoce, ascoltare musica e collegare lo smartphone al veicolo in modo rapido e senza cavi. Tuttavia, proprio questa comodità potrebbe nascondere alcune insidie per la sicurezza informatica. Secondo diversi esperti di cybersecurity, le connessioni wireless integrate nei veicoli moderni possono rappresentare un possibile punto d’ingresso per attacchi informatici, soprattutto quando vengono sfruttate vulnerabilità non ancora corrette dai produttori. Tra queste, viene talvolta citato un insieme di falle ribattezzato “PerfektBlue”, che riguarderebbe debolezze nei protocolli o nelle implementazioni Bluetooth utilizzate in alcuni sistemi automobilistici. In scenari teorici, un attaccante sufficientemente vicino al veicolo potrebbe tentare di sfruttare tali vulnerabilità per ottenere accesso non autorizzato a determinate funzioni del sistema infotainment, con possibili conseguenze che vanno dal furto di dati personali fino, nei casi più estremi, all’interferenza con alcune funzionalità del veicolo. Gli esperti sottolineano però che non tutti i veicoli sono necessariamente esposti e che molto dipende dal modello dell’auto, dalla versione del software installato e dalla rapidità con cui i produttori rilasciano aggiornamenti di sicurezza. Inoltre, nella maggior parte dei casi, le vulnerabilità vengono individuate in ambienti controllati e corrette prima che possano essere sfruttate su larga scala. Per ridurre i rischi, gli specialisti consigliano alcune buone pratiche: mantenere sempre aggiornato il sistema multimediale dell’auto, disattivare il Bluetooth quando non è necessario e prestare attenzione all’associazione con dispositivi sconosciuti. Il tema della sicurezza delle auto connesse resta comunque centrale in un’epoca in cui i veicoli sono sempre più integrati con smartphone e servizi digitali. La sfida per i produttori sarà garantire innovazione e connettività senza compromettere la protezione dei dati e la sicurezza degli utenti. 
Autore: Web e Social 23 maggio 2026
Disponibile per il momento soltanto negli Stati Uniti, la nuova applicazione punta a introdurre strumenti basati sull’intelligenza artificiale per la gestione e la moderazione delle conversazioni online. Sull’App Store americano di Apple è comparsa una nuova app sviluppata da Meta. Si chiama Forum e nasce con l’obiettivo di offrire un accesso dedicato ai gruppi di Facebook, permettendo agli utenti di seguire le attività dei gruppi amministrati o a cui sono iscritti senza dover utilizzare l’app principale del social network. La piattaforma introduce anche nuove funzionalità basate sull’IA. Tra queste c’è “Chiedi”, uno strumento progettato per raccogliere e sintetizzare risposte provenienti contemporaneamente da più gruppi, facilitando così la ricerca di informazioni specifiche. L’altra novità è un assistente virtuale destinato agli amministratori, pensato per semplificare le attività quotidiane di moderazione e gestione delle community. Non è la prima volta che Meta sperimenta una soluzione di questo tipo: in passato l’azienda aveva già lanciato un’app dedicata ai gruppi, successivamente ritirata nel 2017. Al sito TechCrunch, Meta ha spiegato che Forum è ancora in fase sperimentale, motivo per cui al momento è disponibile solo negli Stati Uniti e soltanto per iPhone. Un portavoce dell’azienda ha aggiunto che rientra nella normale strategia della società testare pubblicamente nuovi prodotti per valutarne utilità e gradimento da parte degli utenti.
Autore: Flash News 22 maggio 2026
Microsoft ha deciso di abbandonare la verifica tramite SMS perché i messaggi di testo non sono più considerati un sistema affidabile per proteggere l’identità digitale degli utenti. L’azienda di Redmond ha annunciato l’eliminazione progressiva dell’autenticazione via SMS per gli account Microsoft personali. In un avviso ufficiale, riportato anche da Windows Latest, Microsoft ha spiegato che “l’autenticazione tramite SMS è oggi una delle principali fonti di frode” e che il futuro della sicurezza sarà “senza password, più sicuro e più intuitivo”. Gli SMS, infatti, non sono mai stati progettati per rispondere alle esigenze della moderna sicurezza informatica. I messaggi vengono trasmessi attraverso reti cellulari vulnerabili e possono essere intercettati con relativa facilità. A questo si aggiungono gli attacchi di SIM swap, una tecnica con cui i criminali convincono l’operatore telefonico a trasferire il numero della vittima su una SIM controllata da loro. In questo modo riescono a ricevere i codici di autenticazione e ad accedere agli account protetti. Per contrastare questi rischi, Microsoft punta sulle passkey, chiavi di accesso crittografate considerate molto più sicure rispetto a password tradizionali e codici SMS. Le passkey sfruttano i sistemi biometrici integrati nei dispositivi, come il riconoscimento facciale di Windows Hello, il lettore di impronte digitali o un PIN locale. Quando l’utente effettua l’accesso, viene generata una coppia di chiavi crittografiche: la chiave privata rimane sempre salvata all’interno del dispositivo e non viene mai trasmessa online, rendendo estremamente difficile qualsiasi tentativo di phishing o intercettazione remota. A seconda della configurazione scelta, le passkey possono restare legate a un singolo dispositivo oppure essere sincronizzate tra più dispositivi tramite servizi come Portachiavi iCloud di Apple o Google Password Manager. Questo consente di recuperare l’account in modo sicuro anche in caso di smarrimento dello smartphone. 
Mostra Altri