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Ox Alpha, l’IA misteriosa che riaccende la sfida tra Cina e Occidente

Un nuovo sistema di intelligenza artificiale, chiamato Ox Alpha, sta attirando l’attenzione degli esperti per le sue prestazioni e, soprattutto, per il mistero che circonda la sua origine. Il modello è comparso il 20 agosto sulla piattaforma OpenRouter come sistema proprietario anonimo, senza indicazioni chiare sul suo sviluppatore.



Le sue capacità hanno rapidamente alimentato il dibattito sulla competizione globale nell’IA. I test disponibili, in particolare quelli dedicati alla programmazione, mostrerebbero prestazioni paragonabili o superiori a quelle di alcuni modelli di punta sviluppati da aziende occidentali come OpenAI e Anthropic. Ox Alpha dispone inoltre di una finestra di contesto superiore al milione di token e può gestire contenuti differenti, comprese immagini, testi e video.


Particolarmente interessante è l'ipotesi, ancora non confermata, che dietro Ox Alpha possa esserci Zhipu AI, azienda cinese che potrebbe averlo sviluppato nell'ambito della futura famiglia GLM-5.x. Al momento, tuttavia, non esistono conferme ufficiali che colleghino il modello alla società.


Il caso riporta così al centro una questione più ampia: quanto è realmente avanzata la Cina nella corsa all’intelligenza artificiale? Negli ultimi anni diverse aziende cinesi hanno presentato modelli molto competitivi, talvolta senza attribuirsene immediatamente la paternità. Una strategia che potrebbe consentire di sperimentare tecnologie avanzate con maggiore discrezione, anche in un contesto segnato dalle restrizioni internazionali sulle esportazioni di componenti e tecnologie.


Ox Alpha rappresenta quindi non soltanto un nuovo modello di IA, ma anche un possibile segnale del rapido cambiamento degli equilibri tecnologici globali. Se la sua origine cinese venisse confermata, il caso rafforzerebbe l’idea che il divario con i principali sviluppatori occidentali possa essere molto più ridotto di quanto finora ipotizzato.


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Autore: Focus 26 agosto 2026
Quando si racconta la storia dell’informatica, alcuni nomi emergono quasi naturalmente: Alan Turing, John von Neumann, Claude Shannon, Grace Hopper, Vannevar Bush. Ma tra coloro che hanno trasformato concretamente quelle idee in macchine utilizzabili su larga scala c’è un nome meno conosciuto al grande pubblico eppure fondamentale: Gordon Bell. Nato il 19 agosto 1934 a Kirksville, nel Missouri, Bell apparteneva a quella generazione di ingegneri che assistette alla trasformazione del computer da enorme macchina sperimentale, costosa e difficile da utilizzare, a strumento sempre più compatto, accessibile e interattivo. Conseguì il bachelor nel 1956 e il master nel 1957 in ingegneria elettrica al Massachusetts Institute of Technology, entrando in contatto con l'ambiente che in quegli anni rappresentava uno dei centri più avanzati della ricerca informatica. Il suo nome è soprattutto legato alla Digital Equipment Corporation, la DEC, azienda che avrebbe avuto un ruolo decisivo nella nascita dell'era dei minicomputer. Bell entrò in DEC nel 1960, quando l'azienda era ancora giovane e molto diversa dai grandi colossi dell'informatica dell'epoca. La sua attrattiva era proprio quella di poter lavorare direttamente alla progettazione delle macchine. Bell ricordò in seguito un ambiente nel quale anche uno o due ingegneri potevano progettare un intero computer: una condizione che gli permetteva di intervenire direttamente sull'architettura dei sistemi. Il PDP-1 e l'idea di un computer diverso Il primo incarico di Bell alla DEC riguardò il PDP-1, il computer che aveva inaugurato la produzione della società. Bell lavorò al progetto dell'unità moltiplicatrice/divisore e del sistema di interrupt. Il PDP-1 rappresentava una rottura importante rispetto alla concezione dominante del computer. Presentato nel 1959, fu il primo computer commerciale della DEC e uno dei primi sistemi progettati mettendo al centro l'interazione con l'utente, piuttosto che il semplice sfruttamento efficiente del tempo di calcolo. Ne furono prodotti soltanto circa cinquanta esemplari, ma la sua influenza fu enorme. Bell vedeva nella filosofia del PDP-1 qualcosa di molto più importante di una semplice macchina da laboratorio. La considerava una sorta di "Volkswagen Beetle" dell'informatica: un computer relativamente economico, abbastanza potente e potenzialmente destinato a un mercato molto più ampio rispetto ai giganteschi mainframe. Era un'intuizione destinata a diventare una delle grandi trasformazioni dell'informatica. La nascita dell'era dei minicomputer Negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta, possedere un computer era una possibilità riservata principalmente a grandi aziende, università, istituzioni scientifiche e governi. Le macchine erano enormi, costose e spesso richiedevano ambienti dedicati. La DEC contribuì a cambiare radicalmente questo modello. Il termine "minicomputer" indicava una nuova generazione di sistemi più piccoli, meno costosi e progettati per essere utilizzati direttamente da laboratori, aziende, università e impianti industriali. Il Computer History Museum identifica il PDP-8 del 1964 come il minicomputer per eccellenza e generalmente come il primo vero esponente di questa categoria. Il suo prezzo di partenza era di circa 16.000 dollari, una cifra molto inferiore rispetto ai 100.000-1.000.000 di dollari tipici di molti computer dell'epoca. Bell contribuì in maniera decisiva a questa trasformazione. Nel corso della sua esperienza alla DEC partecipò alla progettazione e all'architettura di numerosi sistemi della famiglia PDP. Tra questi figurano PDP-4, PDP-5, PDP-6 e PDP-11, oltre ad altri progetti che avrebbero avuto un ruolo significativo nell'evoluzione dei sistemi interattivi e del time-sharing. Il PDP-5, in particolare, rappresentò un passaggio importante verso il PDP-8. Bell lavorò con Edson de Castro al progetto e il successivo PDP-8 sarebbe diventato uno dei computer più influenti della prima era dei minicomputer. Un computer in ogni laboratorio La rivoluzione dei minicomputer non consisteva semplicemente nel ridurre le dimensioni fisiche delle macchine. Il cambiamento più importante era culturale. Il computer cominciava a uscire dai centri di calcolo centralizzati e ad avvicinarsi agli utenti. Poteva essere utilizzato per controllare macchinari, analizzare segnali, gestire processi industriali, effettuare ricerche scientifiche e sperimentare nuove forme di interazione uomo-macchina. Il PDP-8, per esempio, venne impiegato in una grande varietà di applicazioni: dal controllo di sistemi alla ricerca nei laboratori di fisica, fino a sistemi di time-sharing e applicazioni apparentemente lontane dal tradizionale mondo dei computer. È proprio qui che si comprende l'importanza storica di Gordon Bell. Il suo contributo non fu soltanto quello di progettare circuiti o architetture. Bell contribuì a costruire una diversa idea di cosa potesse essere un computer: non necessariamente una gigantesca macchina centrale, ma un sistema relativamente piccolo, accessibile e destinato a entrare in luoghi e attività sempre più numerosi. In questo senso, il minicomputer fu uno degli antenati diretti della successiva rivoluzione dei personal computer. Il time-sharing: condividere la potenza di calcolo Un altro settore nel quale Bell ebbe un ruolo importante fu quello dei sistemi time-sharing. La logica era rivoluzionaria: invece di avere un singolo utente che occupava la macchina, il sistema poteva distribuire le risorse di elaborazione tra più persone, dando a ciascuna l'impressione di avere a disposizione il computer in modo quasi esclusivo. Il PDP-6, progettato nell'ambito della ricerca di Bell alla DEC, fu uno dei sistemi che contribuirono allo sviluppo di questa filosofia. La documentazione del Computer History Museum ricorda infatti il suo ruolo nell'architettura dei computer mini e time-sharing. Il concetto avrebbe avuto conseguenze enormi. L'idea di una macchina capace di servire contemporaneamente più utenti anticipava molti principi che oggi consideriamo normali: sistemi multiutente, condivisione delle risorse, elaborazione distribuita e, molto più avanti, servizi cloud. Carnegie Mellon e il ritorno alla DEC Nel 1966 Bell lasciò temporaneamente la DEC per entrare nel mondo accademico. Divenne professore di computer science ed electrical engineering alla Carnegie Mellon University, allora Carnegie Institute of Technology, dove rimase fino al 1972. L'esperienza universitaria ebbe un'importanza particolare anche dal punto di vista teorico. Nel 1971 Bell e Allen Newell pubblicarono "Computer Structures: Readings and Examples", un'opera dedicata alle architetture dei computer e alla classificazione dei sistemi. Il lavoro rifletteva una caratteristica fondamentale del suo approccio: Bell non si limitava a progettare macchine, ma cercava di comprendere le regole secondo le quali le diverse generazioni di computer emergevano e si evolvevano. Nel 1972 tornò alla DEC, dove avrebbe assunto responsabilità sempre maggiori fino a diventare vicepresidente della ricerca e sviluppo. Fu in questa seconda fase che arrivò uno dei suoi contributi più importanti. La VAX: un'architettura destinata a segnare un'epoca Negli anni Settanta il mondo dei computer stava diventando sempre più complesso. La DEC aveva costruito il proprio successo intorno alla famiglia PDP, ma era necessario progettare una nuova generazione di sistemi capace di affrontare una crescita delle prestazioni e delle esigenze applicative. Nacque così la VAX. Bell guidò lo sviluppo dell'architettura VAX, una famiglia di computer che sarebbe diventata uno dei più grandi successi nella storia della DEC. Il progetto introdusse una nuova architettura a 32 bit e diede vita a un ecosistema hardware e software estremamente importante nella storia dell'informatica. La VAX non fu semplicemente un nuovo computer. Fu una piattaforma. La sua longevità, la diffusione nelle università, nei centri di ricerca e nelle aziende e la disponibilità di strumenti software evoluti contribuirono a rendere la famiglia VAX uno dei sistemi simbolo dell'informatica degli anni Settanta e Ottanta. Il lavoro di Bell alla VAX rappresenta probabilmente il punto più alto della sua carriera come architetto di computer. La Legge di Bell Ma Gordon Bell non fu soltanto un progettista. Fu anche un osservatore particolarmente acuto dell'evoluzione tecnologica. Tra le sue idee più note c'è quella conosciuta come "Bell's Law of Computer Classes", la Legge delle classi di computer. La sua intuizione era che, con il progredire della tecnologia, emergessero periodicamente nuove categorie di computer caratterizzate da differenti livelli di prestazioni, dimensioni, costi e applicazioni. La storia sembrava confermarlo: dai mainframe ai minicomputer, dai personal computer alle workstation, fino ai dispositivi mobili e ai sistemi distribuiti. Bell osservò che nuove classi di macchine tendevano a comparire con una certa periodicità, spesso in coincidenza con nuove possibilità rese disponibili dalla tecnologia. Il Computer History Museum considera questa legge uno dei suoi contributi concettuali più importanti. Vista dalla prospettiva odierna, l'idea assume un significato ancora più interessante. Lo smartphone, il tablet, il cloud computing, i dispositivi indossabili e persino alcune forme contemporanee di intelligenza artificiale possono essere interpretati come parte di quella continua proliferazione di nuove classi di sistemi informatici. Dall'hardware alla ricerca sul futuro Nel 1983 Bell lasciò la DEC. Ma non abbandonò l'informatica. Negli anni Ottanta partecipò alla costruzione della politica tecnologica statunitense nel settore del supercomputing. Entrò nella National Science Foundation e contribuì alla nascita della direzione dedicata alle Computing and Information Sciences and Engineering. Fu inoltre coinvolto nei lavori sulla National Research and Education Network, una delle iniziative che avrebbero contribuito allo sviluppo dell'infrastruttura di rete accademica statunitense. Era un'altra trasformazione epocale. Dopo aver contribuito a rendere il computer più piccolo e accessibile, Bell iniziava a occuparsi di sistemi sempre più potenti e soprattutto della loro connessione attraverso le reti. Nel 1988 fu istituito il Gordon Bell Prize, in collaborazione con l'Association for Computing Machinery, per premiare risultati di eccellenza nel calcolo parallelo. Il premio sarebbe diventato uno dei riconoscimenti più prestigiosi nel campo dell'High Performance Computing. È un passaggio significativo: l'uomo che aveva contribuito a rendere il computer più piccolo diventava anche una figura centrale nella ricerca dedicata a renderlo enormemente più potente. Preservare la memoria dell'informatica C'è però un altro aspetto della sua attività che racconta molto della sua personalità. Bell si rese conto che la tecnologia informatica stava cambiando così velocemente da rischiare di cancellare la propria stessa storia. Negli anni Settanta, insieme alla moglie Gwen Bell e con il sostegno di Ken Olsen, contribuì alla nascita del Digital Computer Museum, inaugurato nel 1979. L'obiettivo era conservare macchine, componenti, documenti e testimonianze che altrimenti sarebbero potuti andare perduti. Quella iniziativa sarebbe diventata, attraverso successive trasformazioni, il Computer History Museum. È una delle eredità meno conosciute ma più importanti di Bell. Mentre molti protagonisti dell'industria informatica guardavano esclusivamente al futuro, lui comprese che anche il passato doveva essere preservato. I computer che stavano diventando rapidamente obsoleti erano, in realtà, reperti fondamentali per comprendere l'evoluzione della tecnologia. Microsoft e una nuova frontiera: digitalizzare la vita Nel 1995 Bell entrò in Microsoft Research. A quel punto avrebbe potuto considerare conclusa una carriera già straordinaria. Aveva progettato minicomputer, guidato lo sviluppo della VAX, lavorato nella ricerca accademica e contribuito alle politiche nazionali per il supercomputing e le reti. Invece iniziò un'altra avventura. Questa volta il problema non era più progettare un computer. Era capire cosa sarebbe successo quando la capacità di archiviazione fosse diventata così grande da permetterci di conservare digitalmente una parte enorme della nostra vita. Nel 1999 Bell avviò il progetto MyLifeBits insieme ai colleghi di Microsoft Research, in particolare Jim Gemmell. L'idea era radicale: trasformare la vita digitale di una persona in un archivio consultabile. Bell iniziò a raccogliere articoli, libri, fotografie, lettere, documenti, musica, filmati, presentazioni, e-mail, registrazioni telefoniche, cronologia della navigazione e altre informazioni relative alla propria vita. Il progetto utilizzava anche dispositivi come SenseCam per registrare automaticamente momenti della quotidianità. Il concetto venne definito lifelogging. MyLifeBits e l'idea della memoria totale MyLifeBits anticipava una domanda che oggi è diventata straordinariamente attuale: cosa accadrebbe se potessimo ricordare digitalmente tutto? Nel 2009 Bell e Gemmell pubblicarono "Total Recall", nel quale raccontarono le loro esperienze e le possibili conseguenze di una memoria digitale permanente. L'idea oggi appare meno fantascientifica di quanto sembrasse allora. Smartphone, cloud, fotografie automatiche, videocamere, smartwatch, assistenti vocali, sistemi di ricerca basati sull'intelligenza artificiale e archivi digitali personali stanno progressivamente trasformando la nostra relazione con la memoria. Bell aveva intuito molto presto che il problema non sarebbe più stato soltanto "come conservare" le informazioni, ma "come ritrovarle". Una quantità enorme di dati è utile soltanto se può essere organizzata, indicizzata e interrogata. In questo senso, MyLifeBits può essere visto come un precursore di una parte dell'attuale ecosistema digitale: la vita trasformata in dati e i dati trasformati in una memoria consultabile. Un visionario con una domanda inquietante La visione di Bell non era però priva di interrogativi. Conservare tutto significa anche affrontare problemi di privacy, sicurezza, proprietà dei dati e controllo delle informazioni personali. Una memoria digitale permanente può essere straordinariamente utile, ma può diventare anche una forma di sorveglianza se le informazioni finiscono nelle mani sbagliate. Lo stesso Bell aveva individuato nella sicurezza uno dei grandi problemi del futuro digitale. In una riflessione del 2002 osservava come l'autenticazione, il riconoscimento delle persone e la possibilità di tracciarne le attività sarebbero diventati questioni centrali. Ancora una volta, la sua capacità di guardare avanti appare sorprendente. Il riconoscimento internazionale Per i suoi contributi all'informatica Bell ricevette numerosi riconoscimenti. Nel 1991 gli fu assegnata la National Medal of Technology, una delle più alte onorificenze tecnologiche degli Stati Uniti, per i suoi risultati nella progettazione dei computer e per il ruolo avuto nella diffusione di sistemi potenti e accessibili all'ingegneria, alla scienza e all'industria. Nel 2003 il Computer History Museum lo nominò Fellow per il suo ruolo nella rivoluzione dei minicomputer e per i suoi contributi come architetto di computer e imprenditore. La sua influenza si estese inoltre a numerose aziende tecnologiche: Bell fu consulente, investitore e advisor per oltre cento startup nel settore high-tech. Gordon Bell e l'informatica che conosciamo oggi Per comprendere veramente l'eredità di Gordon Bell bisogna mettere insieme tutti i pezzi della sua carriera. Il giovane ingegnere che progettava circuiti per il PDP-1 contribuì alla nascita di una nuova generazione di computer. Il progettista dei PDP lavorò alla diffusione dei minicomputer. L'architetto della VAX contribuì a creare una delle piattaforme più importanti dell'informatica aziendale e scientifica. Lo studioso della tecnologia formulò una teoria sull'evoluzione delle classi di computer. Il dirigente e ricercatore partecipò allo sviluppo delle infrastrutture americane per il supercomputing e le reti. Il pioniere del lifelogging immaginò una memoria digitale capace di conservare una vita intera. E il fondatore di un museo comprese che la storia dell'informatica meritava di essere preservata prima che le sue macchine diventassero semplicemente rottami elettronici. Sono tutte manifestazioni della stessa idea: il computer non è soltanto una macchina. È una tecnologia capace di cambiare il modo in cui produciamo, lavoriamo, comunichiamo, ricordiamo e organizziamo la conoscenza. L'eredità di un pioniere Gordon Bell è morto il 17 maggio 2024, all'età di 89 anni. La sua scomparsa ha chiuso la vita di uno dei grandi protagonisti della prima rivoluzione informatica, ma le idee alle quali lavorò continuano a essere presenti. Ogni volta che utilizziamo un computer relativamente piccolo ma potentissimo, c'è qualcosa dell'intuizione che animava la rivoluzione dei minicomputer. Ogni volta che più utenti condividono risorse attraverso una rete, ritroviamo una parte dell'eredità dei sistemi time-sharing. Ogni volta che un'infrastruttura di calcolo distribuisce enormi quantità di potenza tra migliaia di processori, riaffiora la sua attenzione per il parallel computing. E ogni volta che cerchiamo una vecchia fotografia, un messaggio, un documento o un ricordo attraverso un archivio digitale, ci avviciniamo alla visione di MyLifeBits. Gordon Bell apparteneva alla generazione che ha costruito il computer moderno quando ancora non era affatto evidente quale forma avrebbe assunto. Il suo talento consisteva nel progettare macchine, ma anche nel riconoscere le direzioni verso cui la tecnologia stava andando. Forse è proprio questa la sua eredità più importante. Bell non si limitò a costruire i computer del suo tempo. Cercò continuamente di immaginare quali computer sarebbero arrivati dopo, quale posto avrebbero occupato nella società e, soprattutto, come avrebbero modificato il rapporto tra gli esseri umani e l'informazione. Dai primi minicomputer alla memoria digitale di una vita, il percorso di Gordon Bell attraversa quasi tutta la storia dell'informatica moderna. E racconta una trasformazione straordinaria: quella di una tecnologia che, in pochi decenni, è passata dall'essere una macchina gigantesca custodita nei laboratori a diventare una presenza invisibile e permanente nella vita quotidiana. 
Autore: by antonellocamilotto.com 20 dicembre 2022
Dopo anni trascorsi a promuovere SPID, spingendo i cittadini a creare la loro identità digitale (non sempre senza difficoltà) nel nome di una necessaria semplificazione del rapporto con la Pubblica Amministrazione, stiamo per abbandonare il sistema? Eppure, è questa la prospettiva che emerge da un recente intervento di Alessio Butti. Prima di etichettare l’uscita come una boutade qualunque, ricordiamo che si tratta del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione Tecnologica. In occasione di un evento ha dichiarato che il governo ha volontà di spegnere gradualmente SPID, per arrivare ad avere la Carta d’Identità Elettronica come unica identità digitale. Ad oggi, i due strumenti coesistono. Anzi, la Carta d’Identità Elettronica può essere impiegata come mezzo di autenticazione per ottenere le credenziali del Sistema Pubblico di Identità Digitale oppure in qualità di metodo alternativo (al pari della Carta Nazionale dei Servizi) per l’accesso a piattaforme come l’app IO o il Fascicolo Sanitario Elettronico, solo per fare due esempi. Un successivo chiarimento, affidato alle pagine del Corriere, delinea in modo più esplicito quali siano obiettivi e tempistiche dell’iniziativa. Di seguito un paio di estratti: "Perché vogliamo fare questo? Per semplificare la vita in digitale dei nostri cittadini, per aumentare la sicurezza (perché più credenziali e strumenti di accesso significano più rischi), per rendere più accessibili i servizi digitali e, infine, per risparmiare (perché SPID ha un costo per lo Stato). La Carta d’Identità Elettronica è un’identità digitale equivalente e sotto diversi profili migliore rispetto allo SPID. Abbiamo un’idea definita: non vogliamo eliminare l’identità digitale, ma averne solamente una, nazionale e gestita dallo Stato (proprio come quella che gli italiani portano nel loro portafogli dal 1931). Stiamo lavorando, sulla base di questa idea, sondando le necessità di tutti gli stakeholder coinvolti. I primi esiti dei nostri colloqui sono incoraggianti e li puntualizzeremo nei prossimi mesi con estrema trasparenza". Gli step per un eventuale addio prevedono anzitutto un coordinamento con le realtà che oggi forniscono e gestiscono l’identità digitale. Si fa poi riferimento a una possibile migrazione tra i due sistemi, con modalità però ancora tutte da pianificare. Stando alle più recenti statistiche ufficiali riportate sul sito dell’Agenzia per l’Italia Digitale, ad oggi, oltre 33 milioni di italiani sono già in possesso di credenziali SPID. Le impiegano per l’accesso a più di 12.000 servizi della Pubblica Amministrazione e a circa 150 erogati da realtà private.
Autore: Educazione Digitale 25 agosto 2026
Quando il telefono interrompe le relazioni e conquista la nostra attenzione: lo smartphone sempre al centro Lo smartphone è diventato una presenza quasi inseparabile dalla nostra quotidianità. Lo utilizziamo per comunicare, lavorare, informarci, orientarci, acquistare prodotti, fotografare e intrattenerci. È uno strumento estremamente utile, ma la sua presenza costante può trasformarsi in un'abitudine difficile da controllare. È proprio in questo spazio che nasce il phubbing, un fenomeno che descrive il comportamento di chi, invece di prestare attenzione alle persone presenti, si concentra sul proprio telefono. Il termine deriva dalla combinazione delle parole inglesi “phone” e “snubbing”, cioè telefono e snobbare, ignorare. Non si tratta necessariamente di un uso prolungato dello smartphone. A volte è sufficiente interrompere ripetutamente una conversazione per controllare una notifica, rispondere a un messaggio o verificare un aggiornamento sui social network. Piccole interruzioni che, sommate, possono cambiare profondamente la qualità di un rapporto. Presenti fisicamente, assenti mentalmente Una delle caratteristiche più interessanti del phubbing è la contraddizione che rappresenta. Due persone possono trovarsi nello stesso luogo, sedute allo stesso tavolo o sullo stesso divano, ma avere l'attenzione rivolta verso mondi completamente diversi. Lo smartphone crea una sorta di “seconda presenza” che compete con la persona reale. Una notifica può interrompere una conversazione; un messaggio può diventare improvvisamente più importante di ciò che qualcuno sta raccontando; una semplice occhiata allo schermo può trasformarsi in diversi minuti trascorsi tra social, video e applicazioni. Il risultato è una forma di assenza parziale: siamo fisicamente presenti, ma la nostra attenzione è altrove. Perché è così difficile resistere? Lo smartphone è progettato per attirare e mantenere l'attenzione. Notifiche, messaggi, aggiornamenti, contenuti personalizzati e sistemi di ricompensa tipici delle piattaforme digitali contribuiscono a creare un flusso continuo di stimoli. Ogni suono, vibrazione o indicatore luminoso può generare il desiderio di controllare immediatamente il dispositivo. Anche quando non arriva alcuna notifica, molte persone prendono comunque il telefono per abitudine, quasi senza rendersene conto. Questo comportamento può diventare automatico. Il gesto di sbloccare lo schermo, controllare le applicazioni e richiuderlo può ripetersi decine di volte nell'arco della giornata senza che vi sia una reale necessità. Il phubbing nasce anche da questo meccanismo: non sempre scegliamo consapevolmente di ignorare qualcuno. A volte è lo smartphone a essere diventato il principale punto di riferimento della nostra attenzione. Quando il telefono entra nelle relazioni Il fenomeno assume particolare rilevanza nelle relazioni personali. Una conversazione richiede ascolto, attenzione e partecipazione. Se una delle due persone interrompe continuamente questo processo per controllare il telefono, l'altra può percepire il comportamento come una forma di disinteresse. La sensazione può essere ancora più forte quando il phubbing si ripete nel tempo. Un episodio occasionale può essere facilmente compreso, soprattutto se esiste una reale necessità. Un comportamento costante, invece, può generare frustrazione e distanza. Nelle coppie, tra amici o all'interno della famiglia, il problema può quindi diventare significativo. Il telefono non è più soltanto un oggetto utilizzato durante la conversazione, ma un vero e proprio concorrente dell'interlocutore. Il paradosso della connessione permanente Il phubbing mette in evidenza uno dei paradossi della società digitale: gli strumenti che ci permettono di essere sempre connessi possono, in alcune circostanze, renderci meno presenti nelle relazioni reali. Possiamo comunicare istantaneamente con persone che si trovano dall'altra parte del mondo, ma contemporaneamente ignorare chi è seduto accanto a noi. La tecnologia non è necessariamente la causa del problema. Il punto è il modo in cui viene utilizzata. Uno smartphone può facilitare la comunicazione, ma può anche frammentare l'attenzione quando ogni interruzione viene considerata urgente. Essere sempre raggiungibili non significa necessariamente essere sempre disponibili all'ascolto. Il phubbing e la qualità dell'ascolto Prestare attenzione a una persona significa molto più che ascoltare le sue parole. Il linguaggio del corpo, lo sguardo, le espressioni del volto e le reazioni immediate contribuiscono alla comunicazione. Quando l'interlocutore guarda continuamente il proprio smartphone, questi elementi vengono inevitabilmente compromessi. La persona che parla può avere la sensazione di non essere realmente ascoltata. Anche chi utilizza il telefono può perdere parti importanti della conversazione. L'alternanza continua tra schermo e interlocutore obbliga il cervello a spostare ripetutamente l'attenzione, rendendo più difficile seguire con continuità ciò che viene detto. Non è necessario demonizzare la tecnologia Parlare di phubbing non significa sostenere che lo smartphone sia un nemico delle relazioni. Il problema non è possedere un telefono o utilizzarlo frequentemente, ma lasciare che il dispositivo stabilisca continuamente dove deve essere indirizzata la nostra attenzione. Ci sono situazioni nelle quali rispondere a una chiamata o controllare un messaggio è perfettamente normale. Esistono anche motivi di lavoro, esigenze familiari o situazioni urgenti che rendono necessario mantenere il telefono a portata di mano. La differenza sta nella consapevolezza. Se ogni notifica viene considerata più importante della persona con cui stiamo parlando, forse è il momento di fermarsi e riflettere sulle nostre abitudini digitali. Come ridurre il phubbing Ridurre il fenomeno non richiede necessariamente grandi cambiamenti. Alcune semplici regole possono aiutare a recuperare una maggiore presenza nelle relazioni quotidiane. Durante i pasti, per esempio, si può scegliere di lasciare gli smartphone lontani dal tavolo. Durante una conversazione importante è possibile disattivare temporaneamente le notifiche o mettere il telefono in modalità silenziosa. Anche stabilire alcuni momenti della giornata completamente privi di smartphone può essere utile. Non si tratta di una rinuncia alla tecnologia, ma di una scelta consapevole su quando utilizzarla e quando, invece, metterla da parte. Un altro aspetto importante è imparare a riconoscere il comportamento negli altri senza trasformarlo immediatamente in un'accusa. Dire semplicemente “mi piacerebbe che mi ascoltassi senza guardare il telefono” può essere più efficace di una contestazione aggressiva. Recuperare il valore della presenza Il phubbing ci costringe a porci una domanda apparentemente semplice: a cosa stiamo prestando davvero attenzione? In un mondo caratterizzato da notifiche continue, messaggi istantanei e contenuti sempre disponibili, la capacità di concentrarsi su una sola persona è diventata una risorsa preziosa. Mettere da parte lo smartphone durante una conversazione non significa essere meno tecnologici. Significa, al contrario, utilizzare la tecnologia in modo più consapevole, decidendo quando deve avere spazio e quando deve lasciarlo alle relazioni. Il vero equilibrio digitale non consiste nell'abbandonare gli strumenti tecnologici, ma nel fare in modo che siano ancora le persone a decidere dove indirizzare la propria attenzione. Perché il rischio del phubbing non è semplicemente passare troppo tempo davanti a uno schermo. È arrivare al punto in cui lo schermo diventa più importante di chi abbiamo davanti.
Autore: News 25 agosto 2026
WhatsApp introduce un pacchetto di aggiornamenti dedicati alla sicurezza degli account. La novità più significativa riguarda le passkey: su Android e iOS è ora possibile associarne più di una allo stesso account, rendendo più semplice l'accesso sicuro da dispositivi diversi attraverso impronta digitale, Face ID o codice di sblocco, senza ricorrere agli SMS. Cambia anche la verifica in due passaggi. Il precedente PIN numerico di sei cifre viene sostituito da una vera password, che può contenere lettere, numeri e caratteri speciali. Una protezione più robusta, pensata per rendere più difficile la presa di controllo dell'account anche nel caso in cui un malintenzionato riesca a ottenere un codice monouso. Infine, su Android arriva una maggiore quantità di informazioni per le chiamate provenienti da numeri sconosciuti. Prima di rispondere, WhatsApp può indicare se il numero appartiene a un altro Paese e se condivide gruppi con l'utente. L'obiettivo è fornire elementi utili per valutare una chiamata prima di accettarla, soprattutto considerando l'impiego crescente delle telefonate nelle truffe digitali. Le nuove funzioni confermano quindi la direzione intrapresa da WhatsApp: ridurre la dipendenza dai codici temporanei, rafforzare l'autenticazione e offrire agli utenti più strumenti per riconoscere possibili tentativi di frode. 
Autore: News 25 agosto 2026
WhatsApp si prepara ad ampliare le proprie funzioni con un sistema di pagamenti integrato direttamente nell’applicazione. La novità è stata individuata nel codice della versione beta 26.33.10.70 per iOS, distribuita tramite TestFlight, e secondo le informazioni disponibili tra i Paesi interessati figurerebbe anche l’Italia.  La nuova area “Pagamenti” dovrebbe raccogliere diverse funzioni. Gli utenti potrebbero selezionare un contatto, indicare l’importo e trasferire denaro, oltre a registrare carte di credito o debito e le relative informazioni di fatturazione. Sarebbe inoltre possibile gestire i dati memorizzati, scaricandoli o eliminandoli quando necessario. Una sezione distinta dovrebbe invece contenere le informazioni utili alle spedizioni, come indirizzo e-mail, numero di telefono e indirizzo fisico. L’obiettivo sembra quindi essere quello di trasformare WhatsApp non soltanto in uno strumento di comunicazione, ma in una piattaforma capace di integrare anche alcune operazioni finanziarie e commerciali. Il progetto è comunque ancora in una fase preliminare e la funzione non risulta disponibile nemmeno per i beta tester. Non è quindi possibile stabilire quando arriverà nella versione stabile dell’app. WhatsApp dispone già di sistemi di pagamento in alcuni Paesi, ma con modalità differenti a seconda delle infrastrutture locali: in India viene utilizzato UPI, in Brasile PIX e a Singapore PayNow attraverso una collaborazione con Stripe. L'eventuale estensione all'Italia rappresenterebbe dunque un ulteriore passo verso un sistema di pagamenti più internazionale e integrato nell'app.
Autore: Educazione Digitale 25 agosto 2026
Dalla buona educazione della posta tradizionale alla netiquette di e-mail, chat e social La tecnologia ha cambiato radicalmente il modo di comunicare, ma non ha cancellato una necessità antica: quella di sapere come rivolgersi agli altri con educazione. Se un tempo esistevano regole precise per scrivere una lettera, oggi gli stessi principi si applicano a e-mail, messaggi istantanei, social network e comunicazioni di lavoro. È in questo passaggio che la figura di Miss Manners diventa particolarmente interessante. Il suo nome è diventato negli Stati Uniti quasi sinonimo di galateo e buone maniere, e può essere idealmente proiettato nel mondo digitale per comprendere come la tecnologia abbia trasformato anche le regole della comunicazione. Chi era Miss Manners Miss Manners è lo pseudonimo con cui la giornalista e scrittrice statunitense Judith Martin ha costruito una delle più celebri rubriche dedicate all'etichetta e alle buone maniere. Nata nel 1938, Martin iniziò a occuparsi professionalmente di giornalismo e cultura prima di diventare famosa per la sua rubrica “Miss Manners”, apparsa per la prima volta nel 1978 e successivamente pubblicata da numerosi giornali negli Stati Uniti. Il personaggio di Miss Manners non era però soltanto una dispensatrice di regole rigide. Attraverso un tono spesso ironico e raffinato, Judith Martin affrontava situazioni quotidiane nelle quali le persone non sapevano quale fosse il comportamento più appropriato: come rispondere a un invito, come comportarsi a tavola, come affrontare una situazione imbarazzante o come comunicare una notizia delicata. Il successo della rubrica trasformò Miss Manners in una vera autorità popolare sull'etichetta. I suoi consigli vennero raccolti in numerosi libri e il personaggio divenne parte della cultura americana. Con l'arrivo dell'era digitale, il concetto di galateo ha inevitabilmente trovato nuovi territori nei quali applicarsi. Se Miss Manners avesse avuto una casella e-mail Immaginare Miss Manners alle prese con un computer è quasi un esercizio di fantasia, ma permette di comprendere quanto siano cambiate le nostre abitudini. La lettera tradizionale richiedeva tempo, attenzione e una certa ritualità. Chi scriveva doveva scegliere la carta, formulare il testo, firmare e imbustare. La comunicazione digitale ha eliminato quasi tutti questi passaggi. Oggi bastano pochi secondi per scrivere e inviare un messaggio dall'altra parte del mondo. Questa straordinaria comodità, però, ha prodotto anche un effetto collaterale: spesso comunichiamo troppo velocemente. Miss Manners probabilmente avrebbe qualcosa da dire sulle e-mail senza oggetto, sui messaggi scritti esclusivamente in maiuscolo, sulle risposte composte da una sola parola e sulle persone che inviano un “Ciao” senza spiegare perché stanno contattando il destinatario. Il problema non è la tecnologia. È il modo in cui la utilizziamo. Il galateo della posta elettronica L'e-mail rappresenta forse il punto d'incontro più evidente tra la vecchia corrispondenza e la comunicazione digitale. Un messaggio professionale dovrebbe avere un oggetto comprensibile, un saluto adeguato e un testo organizzato in modo chiaro. Anche la conclusione e la firma contribuiscono a definire il tono della comunicazione. La velocità dell'e-mail non dovrebbe inoltre trasformarsi nell'aspettativa di una risposta immediata. Il fatto che un messaggio possa essere consegnato in pochi secondi non significa che il destinatario sia obbligato a rispondere nello stesso momento. La buona educazione digitale consiste anche nel rispettare il tempo degli altri. CC, Ccn e privacy Anche strumenti apparentemente tecnici possono diventare questioni di galateo. Inserire troppe persone in copia conoscenza può trasformare una comunicazione semplice in una cascata di messaggi inutili. Il campo Ccn, invece, dovrebbe essere utilizzato quando è necessario proteggere gli indirizzi dei destinatari, soprattutto nelle comunicazioni inviate a numerosi contatti. In questo caso, la netiquette incontra direttamente la tutela della privacy. La tecnologia offre gli strumenti per comunicare meglio, ma richiede anche la consapevolezza di come utilizzarli. Allegati e inoltri: quando il messaggio diventa un peso Un allegato molto pesante, un documento inviato senza spiegazioni o una lunga conversazione inoltrata senza contesto possono rendere una comunicazione digitale inutilmente complicata. Ancora più problematici sono gli inoltri automatici di notizie, catene e contenuti di dubbia provenienza. Prima di premere il pulsante “Inoltra”, una moderna Miss Manners probabilmente suggerirebbe di fermarsi un istante e chiedersi se il destinatario abbia davvero bisogno di ricevere quel contenuto. La buona educazione digitale coincide spesso con una semplice forma di attenzione. Il galateo entra nelle chat Con smartphone e messaggistica istantanea il problema si è ulteriormente ampliato. Scrivere a qualcuno alle tre del mattino, inviare dieci messaggi consecutivi invece di uno, pretendere una risposta immediata o trasformare ogni comunicazione in un messaggio vocale di diversi minuti possono essere comportamenti perfettamente accettabili in determinati rapporti, ma decisamente inopportuni in altri. Il contesto diventa quindi fondamentale.  Una chat tra amici non segue le stesse regole di un gruppo di lavoro. Un messaggio privato non ha lo stesso peso di un commento pubblico. E una comunicazione professionale non può essere trattata sempre come una conversazione informale. La netiquette come versione digitale del galateo Il termine netiquette nasce dall'unione tra “network” ed “etiquette” e identifica l'insieme delle regole di comportamento che favoriscono una comunicazione corretta e rispettosa negli ambienti digitali. Non è un codice immutabile. È cambiato insieme alla tecnologia e continua a evolversi con le piattaforme. Dalle prime comunità online alle e-mail, dai forum ai social network, fino alle moderne applicazioni di messaggistica e agli strumenti basati sull'intelligenza artificiale, ogni nuova forma di comunicazione crea nuove situazioni alle quali applicare i principi della buona educazione. Cosa direbbe oggi Miss Manners? Se Judith Martin e il suo personaggio Miss Manners sono diventati simboli del galateo tradizionale, il loro insegnamento può essere sorprendentemente attuale anche nell'epoca digitale. La domanda non è più soltanto come si scrive una buona lettera, ma come si comunica correttamente attraverso uno schermo. Significa scegliere il tono adeguato, non confondere immediatezza con obbligo di risposta, rispettare la privacy, evitare di sovraccaricare gli altri di messaggi e verificare le informazioni prima di diffonderle. In fondo, la tecnologia ha modificato il mezzo, non la persona che si trova dall'altra parte. La vera lezione di Miss Manners applicata al digitale potrebbe quindi essere riassunta in un principio molto semplice: prima di inviare qualcosa, ricordarsi che dall'altra parte dello schermo c'è sempre qualcuno che dovrà leggerlo, ascoltarlo o interpretarlo. Il galateo digitale non è nostalgia per le vecchie lettere. È la naturale evoluzione della buona educazione nell'epoca della comunicazione istantanea.
Autore: News 22 agosto 2026
Le imprese dell’Asia centrale e del Caucaso stanno accelerando sull’intelligenza artificiale, arrivando a un livello di adozione industriale più che doppio rispetto alla media mondiale. Secondo il KPMG Tech Report 2026, il 53% delle aziende della regione utilizza già l’IA su scala industriale con risultati misurabili, contro il 24% a livello globale. Il fenomeno riguarda diversi settori e si traduce in applicazioni concrete. In Kazakistan, per esempio, Kazakhtelecom ha introdotto sistemi di IA in aree come assistenza clienti, risorse umane, finanza e amministrazione. Altre realtà impiegano invece la computer vision per controllare macchinari e supportare le attività estrattive. A favorire questa rapida diffusione è soprattutto un atteggiamento più orientato alla sperimentazione: il 44% delle aziende regionali dichiara di seguire un approccio proattivo, contro il 21% delle imprese a livello globale. Tuttavia, dietro la velocità di adozione emerge un punto debole. Solo il 34% delle società dispone di una strategia formale sull’IA, rispetto al 76% globale, mentre appena il 25% ha strutture dedicate alla governance, contro il 69% mondiale. Il risultato è quindi un paradosso: la regione corre nell’applicazione dell’intelligenza artificiale, ma deve ancora rafforzare le regole, le strategie e i modelli organizzativi necessari per gestirne la crescita in modo strutturato. 
Autore: Focus 21 agosto 2026
L’intelligenza artificiale continua a evolversi rapidamente, ma la fiducia delle persone non sembra crescere allo stesso ritmo. I dati più recenti mostrano infatti un atteggiamento sempre più prudente nei confronti di una tecnologia che sta entrando in modo capillare nella vita quotidiana, dal lavoro all’istruzione, dall’intrattenimento alla comunicazione. Negli Stati Uniti il fenomeno appare particolarmente evidente. Secondo un’indagine del Pew Research Center, il 52% degli adulti afferma oggi di essere più preoccupato che entusiasta per la diffusione dell’IA, contro il 37% registrato nel 2021. Soltanto il 9% manifesta un atteggiamento prevalentemente positivo. La diffidenza è ancora più accentuata tra gli under 30: per la prima volta, il 55% di questa fascia d’età dichiara di essere più preoccupato che entusiasta. La sfiducia, però, non riguarda soltanto gli strumenti di IA. Si estende anche alle persone e alle aziende che stanno guidando questa trasformazione. Un sondaggio CNBC Generation Lab, condotto su 1.088 partecipanti, ha rilevato che la maggioranza degli intervistati non considera affidabile nessuno dei nove principali dirigenti del settore valutati. Satya Nadella, CEO di Microsoft, ha ottenuto il risultato relativamente migliore, ma anche nei suoi confronti il 65% degli intervistati ha espresso diffidenza. Alex Karp, alla guida di Palantir, registra invece il dato peggiore, con l’81% che dichiara di non fidarsi di lui. Dario Amodei di Anthropic e Sundar Pichai di Alphabet si collocano intorno al 75% di sfiducia. Anche in Europa il rapporto con l’intelligenza artificiale è tutt’altro che privo di tensioni. Uno studio EY del 2025 indica che il 42% dei lavoratori europei teme che l’IA possa mettere a rischio la propria occupazione. Un’indagine Verian realizzata per la Commissione europea mostra inoltre che il 66% della popolazione ritiene possibile che l’intelligenza artificiale finisca per eliminare più posti di lavoro di quanti ne crei. Il quadro europeo, tuttavia, è più sfumato. Circa la metà degli intervistati riconosce all’IA un possibile ruolo nella soluzione di grandi problemi globali, mentre il 55% prevede un impatto positivo sulla vita quotidiana nei prossimi vent’anni. Sul lavoro, il 62% considera favorevolmente l'impiego dell’IA. Allo stesso tempo, l’84% chiede che intelligenza artificiale e robot siano sottoposti a controlli rigorosi, soprattutto per proteggere la privacy e garantire maggiore trasparenza. Un elemento significativo è anche la scarsa conoscenza dei rischi: oltre il 60% degli europei dichiara di non sentirsi sufficientemente informato sulle possibili conseguenze dell’IA nella ricerca scientifica. La cautela, quindi, potrebbe essere alimentata non soltanto dalla paura, ma anche dalla difficoltà di comprendere una tecnologia sempre più complessa. Negli Stati Uniti, intanto, la resistenza si manifesta anche concretamente nei confronti dei nuovi data center destinati all’intelligenza artificiale. In molte comunità l’opposizione nasce dalla percezione che queste infrastrutture producano costi e trasformazioni locali senza offrire vantaggi immediatamente visibili ai cittadini. Il problema, in definitiva, sembra essere diventato soprattutto quello della fiducia. L’IA è passata dall’essere uno strumento relativamente circoscritto, come un motore di ricerca evoluto o un chatbot, a una tecnologia presente in televisione, musica, posta elettronica, scuola e piattaforme digitali. Questa diffusione, però, non è sempre associata a esperienze positive: dagli studenti che utilizzano l’IA per aggirare le regole agli artisti preoccupati per l’utilizzo delle proprie opere nei sistemi di addestramento.  La sfida per il settore non sarà quindi soltanto rendere l’intelligenza artificiale più potente. Sarà anche dimostrare che può essere utilizzata in modo trasparente, responsabile e realmente vantaggioso per le persone. Senza questa fiducia, la velocità dell’innovazione rischia di procedere molto più rapidamente della sua accettazione sociale.
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