Il mistero del timbro perduto: cronache della digitalizzazione all'italiana
L’Italia ha fatto enormi passi avanti verso il futuro digitale: abbiamo lo SPID, il domicilio digitale, la PEC e documenti con QR code dinamici che cambiano a ogni battito di ciglia. Ma c’è un drago implacabile che la tecnologia non è ancora riuscita a sconfiggere: l’impiegato pubblico e la sua insaziabile fame di cellulosa.
Ti presenti allo sportello con il tuo bel PDF munito di codice crittografato che attesta la tua esistenza in vita, i tuoi redditi e persino le tue colpe passate. Il funzionario, con la grazia di un notaio mediorientale, posa lo sguardo su uno schermo da 32 pollici ad altissima definizione. Potrebbe verificare tutto in un nanosecondo. Invece, sospira.
"Sì, vabbè, il QR code... ma dov’è la copia cartacea?".
E qui si consuma il dramma mistico. La tecnologia ti offre l'immortalità nel cloud, ma il burocrate vuole il cadavere cartaceo. Il motivo è di una logica inattaccabile: "Se non stampi, io dove lo metto il timbro?".
Il timbro tondo, viola, in gomma consumata, è il vero totem della Repubblica. Senza di esso, un documento non esiste. Non importa se è criptato con la chiave di volta del Pentagono: se l'inchiostro non sporca la scrivania e non impregna almeno due fogli di carta intestata, per lo Stato tu sei un ologramma abusivo.
Così, stampiamo file digitali per portarli in uffici dove verranno scansionati di nuovo da un impiegato che li rimetterà in un computer. E noi restiamo qui, sospesi tra il 3000 avanti Cristo e il duemilaemai.
© 𝗯𝘆 𝗔𝗻𝘁𝗼𝗻𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗖𝗮𝗺𝗶𝗹𝗼𝘁𝘁𝗼
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