Il paradosso della pena di morte: chi uccide deve essere ucciso per far capire che uccidere è sbagliato
La giustizia ha vette di finezza filosofica che noi umili mortali non possiamo cogliere. Prendiamo il capolavoro concettuale della pena di morte: un omicidio di Stato commesso per insegnare al reo, in modo definitivo, che uccidere è sbagliato.
È un metodo pedagogico formidabile. Funziona più o meno come tirare un ceffone a un bambino spiegandogli che le mani non si alzano, oppure dare fuoco a una casa per dimostrare l'importanza della prevenzione antincendio. Un paradossale inghippo logico così perfetto che persino Aristotele, se fosse vivo, si dimetterebbe dalla facoltà di filosofia per manifesta inferiorità.
Il messaggio educativo è cristallino: "Uccidere è un crimine orribile, disumano e inaccettabile. Perciò lo faremo anche noi, ma con la benedizione della legge, così impari". Praticamente la stessa coerenza di un medico che cura l'obesità strozzando i pazienti a colpi di lasagne.
La bellezza di questo paradosso sta tutta nel contrappasso. Vuoi dimostrare il valore sacro della vita umana? Semplice: sopprimila. Geniale. Un cortocircuito morale così potente che la coerenza logica si è data alla macchia. Del resto, quale modo migliore per promuovere la pace universale se non aggiungendo altri cadaveri al computo totale? Chiudi il cerchio, spegni il cervello e goditi lo spettacolo della coerenza giustizialista.
© 𝗯𝘆 𝗔𝗻𝘁𝗼𝗻𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗖𝗮𝗺𝗶𝗹𝗼𝘁𝘁𝗼
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