L’ironia dello smart working: quando l’ufficio sei tu, ma il peggior collega sei sempre tu
Lo smart working nasce con una promessa meravigliosa: lavorare da casa, evitare il traffico, liberarsi dei colleghi molesti e ritrovare finalmente la pace. Una specie di paradiso professionale, con tanto di pigiama regolamentare e pausa caffè senza dover affrontare conversazioni imbarazzanti davanti alla macchinetta.
Peccato che la realtà abbia deciso di collaborare poco.
Dopo appena cinque minuti dall'inizio della giornata lavorativa, hai già aperto il frigorifero tre volte, controllato se il gatto ha bisogno di compagnia, dato un'occhiata al balcone e cercato su Google «come coltivare avocado in vaso». Tutto rigorosamente durante l'orario di lavoro, ma con una straordinaria sensazione di produttività.
Il problema è che a casa non ci sono colleghi a distrarti. Non c'è il capoufficio che passa alle spalle, né il vicino di scrivania che racconta per la diciassettesima volta le vacanze a Rimini. Non c'è nemmeno la macchinetta del caffè a giustificare quelle pause strategiche.
Eppure riesci a perdere un'ora senza nemmeno accorgertene. Basta una notifica, una lavatrice da avviare, una briciola da raccogliere o un'improvvisa necessità di riordinare un cassetto che non aprivi dal 2019.
Poi arriva la videoconferenza. Inquadratura strategica, sfondo virtuale, camicia impeccabile sopra e, sotto, probabilmente, una tenuta da campeggio. Il collega parla di obiettivi aziendali mentre tu cerchi disperatamente di ricordare se hai disattivato il microfono prima di insultare la connessione.
Nel frattempo, il datore di lavoro si aspetta gli stessi risultati dell'ufficio, possibilmente senza considerare che il dipendente, tra una riunione e l'altra, potrebbe aver preparato il pranzo, steso i panni e avviato una piccola attività di giardinaggio.
La verità è che lo smart working non elimina le distrazioni: le trasferisce semplicemente a domicilio. E soprattutto elimina un alibi fondamentale: non puoi più dare la colpa ai colleghi.
Perché, alla fine, il problema non è lavorare da casa. È scoprire che, quando nessuno ti controlla, il peggior collega che puoi avere sei proprio tu.
E almeno in questo caso non puoi nemmeno chiedere il trasferimento.
© 𝗯𝘆 𝗔𝗻𝘁𝗼𝗻𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗖𝗮𝗺𝗶𝗹𝗼𝘁𝘁𝗼
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