Dark Web: il mercato nero e i miti da sfatare

I dati rubati alle aziende passano inevitabilmente attraverso il mercato nero del Dark Web, finendo in mano di cyber criminali e truffatori. Ecco il resoconto di un viaggio tra i “punti vendita” illegali della rete underground.


Gli investimenti in cyber security vengono spesso snobbati dalle aziende, il più delle volte per questioni legate a un presunto risparmio. Invece, proteggere il patrimonio informativo ed evitare fughe di notizie a causa di attacchi di social engineering dovrebbero essere tra i principali obbiettivi. Anche perché, in pochi lo sanno, i dati rubati passano inevitabilmente attraverso il mercato nero del Dark Web.


Chi ruba i dati, con ogni probabilità non è chi poi ne fa utilizzo diretto, bensì vengono semplicemente rivenduti nei canali underground della rete.


Cos’è il Dark Web e come si è creato


Il Dark Web porta con sé un’immagine negativa anche se non era così che doveva essere inizialmente perché è stato creato con l’intenzione di garantire l’accesso ad Internet in modo anonimo, ma purtroppo in molti utilizzato queste funzionalità per attività illegali.


Tutto ciò è deludente poiché alcuni esperti classificano questo spazio “oscuro” come il novanta per cento dell’intera rete Internet. Detto in altre parole, tutto quello che non è indicizzato, per lo più indicizzazione a pagamento, rimane sommerso.


Ciò significa che quasi l’intero Web è nascosto ad occhio nudo perché non indicizzato dai big dei motori di ricerca, e a differenza della normale Web (la cosiddetta “Surface Web”), non è possibile accedervi tramite un normale browser come Chrome o Firefox.


Per accedere in forma anonima è necessario un browser apposito, uno speciale portale che collega o reindirizza gli utenti al Dark Web proteggendo l’identità dell’utente, o altri sistemi per reti VPN o sistemi p2p di accesso speciale come vedremo più avanti. Queste ultime sono le Darknet.


È grazie a questo anonimato che il Dark Web è diventato un rifugio per attività illegali, dove le persone possono acquistare malware, droghe, armi o addirittura assoldare un sicario. Visitando il sito privacyaffairs.com si illustra quali sono i prodotti più popolari in vendita nella Dark Web e quanto costano e viene indicato che possiamo trovare carte di credito, documenti contraffatti e informazioni compromesse.


Come funziona il mercato nero del Dark Web


Uno degli elementi più costosi inclusi nel set di dati è il malware premium, che costa circa 5.500 dollari USA per mille installazioni. Dall’altra parte ci sono dettagli per l’accesso agli account PayPal (molte volte non funzionanti grazie all’autenticazione a due fattori), gli accessi Netflix o i dettagli di carte di credito rubate, tutti disponibili per meno di venti euro.


A dire il vero, possiamo estrapolare tre macro categorie del “materiale disponibile” nei siti non indicizzati del Dark Web:


  1. la prima è relativa alla classica truffa in cui le persone pagano per l’acquisto di un determinato bene che mai arriverà nelle proprie mani;
  2. la seconda riguarda il pagamento per l’acquisto di materiale che, alle fotografie esposte sembra perfetto ma una volta giunto a destinazione rivelano, ad esempio nel caso di documenti falsi, che sono stati realizzati con manifattura grottesca ed evidentemente inutilizzabili;
  3. la terza categoria, infine, riguarda la truffa in cui si paga una cifra esagerata per degli articoli che è possibile accaparrarsi anche grazie a tanta fortuna, ma poi arriva a destinazione del materiale di fatto inutilizzabile.


Ovviamente, stiamo parlando sempre di materiale truffaldino, illegale, talvolta rubato, senza garanzia inviato senza la possibilità di recesso ne di restituzione.


Tuttavia, è sorprendente che le guide alle frodi e all’hacking siano alcuni degli articoli più venduti, tutorial con l’obiettivo di insegnare alle persone come tentare di compromettere PayPal o diversi siti Web.


Quando sentiamo la parola Deep Web, ci viene in mente un grande mercato di droghe e armi da fuoco, ma non è solo questo, c’è molto altro. Terbium Labs, una società di protezione dai rischi digitali, ha voluto sfatare questa visione e per l’anno 2021 ha pubblicato un rapporto che suddivide le presunte attività in sei categorie per fornire una visione delle tendenze degli articoli più venduti. Hanno analizzato tre mercati: “The Canadian HeadQuarters”, “Empire Market” e “White House Market”.


Le guide pratiche sulle truffe che includono tutorial su come eseguire attività dannose sono state le più vendute per il cinquanta per cento. Un esempio: “Come aprire un conto fraudolento presso uno specifico istituto finanziario”. La maggior parte ha un prezzo medio di otto euro. I dati personali occupano il sedici per cento e comprendono nomi, numeri di telefono, indirizzi, indirizzi e-mail e codici fiscali, con un prezzo medio di nove euro.


Inoltre, troviamo anche diversi account e credenziali non finanziari, per una percentuale dell’otto per cento, che includono account per servizi come Netflix, Amazon o altri. Altri da società finanziarie, come PayPal, Stripe, Kraken e altri media bancari e di cripto valuta, che raggiungono un’altra fetta di mercato dell’otto per cento.


Infine, strumenti e modelli di frode possono essere trovati per un prezzo medio di cinquanta euro e includono applicazioni false che possono essere utilizzate come trojan per hackerare determinati sistemi, o modelli di siti Web che possono essere utilizzati per imitare pagine legittime esistenti per eseguire attacchi di phishing.


Tra i prodotti più richiesti ci sono le carte di pagamento che possono dar luogo ad addebiti non autorizzati e che solitamente hanno un range di prezzo all’acquisto dai diciotto ai duecento euro, che possono infliggere danni finanziari sostanziali a qualsiasi persona o entità.


Quali sono i principali mercati neri del Dark Web


Uno dei più longevi dei mercati è conosciuto come “Tor Market”, è attivo da marzo 2018 ed è sopravvissuto a diversi rivali più grandi come “Empire”, “Hydra Market” e “Dream Market”. La longevità di Tor Market è sorprendente, dato che risulta essere uno dei più longevi della storia del Dark Web.


Ciò non significa come detto prima che si è in grado di trovare tutto facilmente. La darknet, per esempio, è una porzione crittografata di Internet non indicizzata dai motori di ricerca. Per l’accesso richiede un browser specifico per l’anonimizzazione, in genere un software tipo I2P, Freenet o anche lo stesso Tor.


Molte darknet vendono droghe illegali in modo anonimo, con consegna tramite posta tradizionale o corriere, e assomigliano a siti di e-commerce legali come Amazon.


Un’analisi di oltre cento mercati darknet tra il 2010 e il 2017 ha rilevato che i siti erano attivi per una media di poco più di otto mesi. Degli oltre centodieci mercati della droga attivi dal 2010 al 2019, solo dieci sono rimasti pienamente operativi fino al 2019.


Mentre le vendite totali su tutti i mercati dentro la darknet sono aumentate nel 2020, e di nuovo nel primo trimestre del 2021, i dati per il quarto trimestre del 2021 suggeriscono che le vendite sono diminuite fino al cinquanta per cento.


Ciò rende la performance di Tor Market nello stesso periodo ancora più notevole. I suoi elenchi sono cresciuti da meno di dieci prodotti nei mesi precedenti la chiusura di “Dream Market” all’inizio del 2019 a oltre cento prodotti entro luglio dello stesso anno.


Dopo un periodo stabile in cui c’erano, in media, duecento cinquanta inserzioni nel 2020 e trecento ottanta nel 2021, un altro periodo di crescita si è verificato all’inizio del 2022. Questo ha visto oltre un migliaio di prodotti quotati su Tor Market entro la metà del 2022.


Questa espansione è stata guidata da un costante aumento delle vendite internazionali, che sono cresciute fino a superare le vendite nazionali della Nuova Zelanda all’inizio del 2022. La Nuova Zelanda rimane comunque il più fiorito mercato del Dark Web.


I “punti vendita” illegali del Dark Web


A prima vista, per esempio la Nuova Zelanda può sembrare un luogo improbabile per un crescente mercato internazionale della droga nelle darknet. Il suo isolamento geografico dai grandi mercati della droga europei e statunitensi, la piccola popolazione e l’assenza storica di qualsiasi fornitura sostanziale di cocaina ed eroina dovrebbero scagionarla, eppure questi fattori potrebbero essere esattamente ciò che ha guidato li questa innovazione di mercato emergente.


Le darknet forniscono un accesso anonimo e diretto ai venditori di droga internazionali che vendono MDMA anche conosciuta come Ecstasy, cocaina e oppioidi, tipi di droga non facilmente accessibili nei mercati della droga fisica in Nuova Zelanda. È improbabile che questi venditori internazionali abbiano interesse a rifornire un mercato così piccolo e distante.


Fornendo offerte da dozzine di venditori di droga internazionali e un forum centralizzato per gli acquirenti, Tor Market risolve il vero problema economico dei “mercati sottili” nella scena della droga neozelandese, dove semplicemente non ci sono abbastanza acquirenti per sostenere i venditori per alcuni tipi di droga.


Di solito, acquirenti e venditori avrebbero difficoltà a connettersi e quindi a giustificare il traffico internazionale su larga scala. Le darknet risolvono questo problema offrendo quantità al dettaglio di tipi di droghe tradizionalmente difficili da reperire come la MDMA direttamente a domicilio.


I neozelandesi hanno una storia di soluzioni innovative alla cosiddetta “tirannia della distanza”. Hanno anche un livello relativamente alto di coinvolgimento digitale e massicce abitudini di acquisto online rispetto agli standard internazionali. Forse le darknet offrono un’esperienza di shopping online familiare per questo tipo di mercato.


Da parte loro, gli amministratori di Tor Market affermano (sulla base del manuale di aiuto del proprio sito) di offrire una gamma di innovazioni e funzionalità di design che garantiscono la sicurezza di Tor Market.


Questo tipo di vanto non è raro tra gli operatori delle darknet come strategia di marketing per attirare nuovi fornitori su un sito. E non è chiaro se Tor Market offra davvero funzionalità di sicurezza o infrastrutture di codifica superiori rispetto ad altri siti.

Più credibile è la presunta strategia aziendale di Tor Market di cercare intenzionalmente di mantenere un profilo basso rispetto ai siti internazionali più grandi. In effetti, molti dei venditori su Tor Market nei primi giorni avevano sede in Nuova Zelanda e vendevano solo ad acquirenti locali.


L’aumento degli elenchi internazionali su Tor Market può riflettere problemi più ampi nell’ecosistema delle darknet, inclusa la chiusura di alcuni mercati delle darknet precedentemente dominanti e l’inaffidabilità di molti siti a causa di attacchi Denial of Service (DoS).


Alla fine, il successo di Tor Market potrebbe essere la sua rovina, resta da vedere se può sostenere la sua crescita internazionale e operare con un profilo internazionale più elevato, dato il relativo rischio per loro che si facciano strada le forze dell’ordine internazionali.


Alcuni miti sul Dark Web


C’è un’aura di misticismo intorno al Dark Web, come un Internet separato dove si possono trovare molti segreti malvagi e nascosti. Ma se si ha intenzione di approfondire, la prima cosa che si dovrebbe sapere è che non è un grosso problema navigarci, e si trova poco più di quanto c’è dentro la Surface Web.


La caratteristica principale di questo sottoinsieme di Internet è la privacy teorica che offre, sebbene ciò non impedisca lo smantellamento anche delle pagine illegali che vi si trovano. Per i paesi europei medi, questa rete offre pochi vantaggi oltre alla curiosità e avere un’esperienza di navigazione simile a quella di Internet degli Anni 90.


Tuttavia, la privacy è essenziale nei paesi in cui esiste una grande censura istituzionale e la libertà di espressione è amputata, tanto che anche alcuni media come la BBC sono interessati a metterci le loro informazioni per renderle più accessibili. In questi casi, queste reti possono essere utilizzate per trasmettere liberamente le varie opinioni.


È verissimo che la libertà può avere una doppia valenza e questo servizio viene utilizzato anche per scopi meno nobili, ma ciò non significa che non sia altrettanto importante.


Ma l’idea principale che si deve tenere in considerazione è che si vedranno poche cose che già non si trovano sulla Surface Web o dentro la Deep Web, contando su quest’ultimo con pagine e forum nascosti dai motori di ricerca dove simili contenuti possono essere pubblicati, ma non sono più ospitati sulla Surface Web.


Conclusioni


Tutto è internet, alcune parti sono più accessibili e sponsorizzate che altre, alcune parti invece sono all’interno di sistemi p2p o all’interno di grandi VPN.


Questa mancanza di accessibilità e di visibilità fanno la differenza e rendono alcuni settori della rete più ospitali per la malvivenza.

Non bisogna farsi in alcun modo intimidire, basta tenere conto che la maggior parte dei ransomware e attacchi virus si fa all’interno della Surface Web.


Sempre protetti da un ottimo sistema antivirus, si deve evitare di navigare con privilegi di amministrazione del proprio computer o meglio ancora, usare una macchina virtuale per le navigazioni di determinati settori della rete, senza acquisire nulla di illegale potrebbe bastare per una esperienza senza sorprese in queste zone di Internet.


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Autore: by Antonello Camilotto 3 aprile 2026
Il torrenting è una tecnologia che ha rivoluzionato il modo in cui condividiamo e scarichiamo file su Internet, consentendo a milioni di utenti di accedere a contenuti in maniera rapida ed efficiente. La sua storia è un intreccio di innovazione tecnologica, cultura della condivisione e controversie legali. Le origini del peer-to-peer La base del torrenting risale agli anni ’90 con l’avvento del file sharing peer-to-peer (P2P). Programmi come Napster (1999) hanno introdotto agli utenti la possibilità di condividere musica direttamente tra computer senza passare per server centrali. Nonostante il successo di Napster, le battaglie legali con le case discografiche hanno portato alla sua chiusura, aprendo la strada a soluzioni più decentralizzate. L’invenzione del protocollo BitTorrent Nel 2001, Bram Cohen , un programmatore americano, ha creato il protocollo BitTorrent, che ha introdotto un modo più efficiente di trasferire grandi quantità di dati. A differenza dei sistemi precedenti, BitTorrent divideva i file in piccoli pezzi e li distribuiva tra tutti gli utenti che li stavano scaricando, riducendo il carico su singoli server e accelerando il processo di download. Questa tecnologia ha rapidamente trovato applicazioni per software open source, video e altri file di grandi dimensioni. L’efficienza del sistema ha reso il torrenting particolarmente popolare tra chi cercava contenuti difficili da reperire attraverso canali tradizionali. Diffusione e cultura del torrent Negli anni 2000, siti web come The Pirate Bay e Mininova hanno reso il torrenting accessibile a un pubblico più ampio. La facilità con cui si potevano trovare film, serie TV, giochi e software ha alimentato una vera e propria cultura della condivisione digitale, spesso vista come una forma di resistenza contro il monopolio delle grandi case produttrici. Allo stesso tempo, questa diffusione ha attirato l’attenzione delle autorità e delle industrie creative. Molti governi e aziende hanno avviato campagne legali per chiudere siti di torrenting o limitare l’accesso ai contenuti protetti da copyright. L’evoluzione tecnologica e legale Con il tempo, il torrenting ha continuato a evolversi. Client come uTorrent e qBittorrent hanno migliorato l’esperienza utente, integrando funzioni come il download sequenziale, la limitazione della banda e la gestione dei file in coda. Parallelamente, molti siti hanno adottato misure di sicurezza, come l’uso di tracker privati e VPN, per proteggere gli utenti. Legalmente, alcune piattaforme hanno cercato di promuovere il torrenting per contenuti legali, come distribuzioni open source o materiale distribuito con licenze Creative Commons, dimostrando che la tecnologia in sé non è illegale, ma dipende dall’uso che se ne fa. Il torrenting oggi Oggi il torrenting rimane uno strumento potente per la condivisione di file, sia legali che pirata. Nonostante le battaglie legali e le chiusure di siti storici, la comunità del torrenting continua a prosperare, evolvendosi con nuove tecnologie come i client decentralizzati e i sistemi di streaming basati su P2P. Il torrenting ha quindi lasciato un segno indelebile nella storia di Internet: un esempio di come l’innovazione tecnologica possa democratizzare l’accesso all’informazione, sfidando al contempo le norme tradizionali sulla proprietà intellettuale.
Autore: by Antonello Camilotto 3 aprile 2026
La “phygital experience” è un concetto sempre più centrale nel modo in cui aziende e consumatori interagiscono. Il termine nasce dalla fusione delle parole “physical” (fisico) e “digital” (digitale) e descrive un’esperienza che integra perfettamente questi due mondi, eliminando i confini tra online e offline. In pratica, una phygital experience combina elementi tangibili – come un negozio, un evento o un prodotto reale – con tecnologie digitali che arricchiscono l’esperienza, rendendola più coinvolgente, personalizzata e interattiva. Uno degli esempi più semplici è quello dei negozi fisici che utilizzano strumenti digitali. Pensiamo a uno store dove puoi provare un prodotto, ma anche accedere a informazioni aggiuntive tramite QR code, schermi interattivi o app. Oppure alla possibilità di acquistare online e ritirare in negozio, creando un ponte diretto tra e-commerce e punto vendita. La phygital experience non riguarda solo il retail. È molto diffusa anche negli eventi, nel turismo e nei servizi. Ad esempio, durante una mostra, i visitatori possono usare la realtà aumentata per visualizzare contenuti extra sulle opere. Nei musei, nelle fiere o nei concerti, le tecnologie digitali trasformano la partecipazione in qualcosa di più immersivo. Un aspetto chiave della phygital experience è la personalizzazione. Grazie ai dati raccolti online, le aziende possono offrire esperienze su misura anche nel mondo fisico. Un cliente può ricevere suggerimenti personalizzati in negozio, offerte mirate o percorsi guidati in base ai propri interessi. Dal punto di vista delle aziende, il phygital rappresenta un’opportunità strategica. Permette di migliorare l’esperienza del cliente, aumentare il coinvolgimento e raccogliere dati utili per comprendere meglio i comportamenti. Inoltre, crea continuità tra i diversi canali, evitando che l’esperienza dell’utente sia frammentata. Per i consumatori, invece, significa vivere esperienze più fluide e intuitive. Non c’è più distinzione netta tra online e offline: si può iniziare un’interazione su uno smartphone, continuarla in un negozio e concluderla di nuovo online, senza interruzioni. In conclusione, la phygital experience rappresenta l’evoluzione naturale dell’esperienza utente nell’era digitale. Non si tratta solo di aggiungere tecnologia al mondo fisico, ma di creare un ecosistema integrato in cui ogni punto di contatto contribuisce a un’esperienza coerente, coinvolgente e centrata sulla persona. ๏ปฟ
Autore: by Antonello Camilotto 3 aprile 2026
Il phreaking è una pratica legata all’esplorazione e alla manipolazione dei sistemi telefonici, nata ben prima dell’era di Internet moderno. Il termine deriva dalla fusione delle parole “phone” e “freak” e identifica coloro che, per curiosità o per scopi illeciti, studiano il funzionamento delle reti telefoniche cercando di sfruttarne le vulnerabilità. Le origini del phreaking Il fenomeno del phreaking risale agli anni ’60 e ’70, quando le reti telefoniche analogiche dominavano le comunicazioni. In quel periodo, alcuni appassionati scoprirono che era possibile controllare il sistema telefonico utilizzando specifici toni sonori. Uno dei casi più famosi riguarda l’uso di un fischietto capace di emettere una frequenza precisa (2600 Hz), che permetteva di accedere a funzioni riservate della rete. Questi pionieri, spesso mossi più dalla curiosità che da intenti criminali, contribuirono a svelare i limiti tecnologici delle infrastrutture dell’epoca. Come funziona il phreaking Il phreaking si basa sull’analisi dei segnali e dei protocolli utilizzati nei sistemi di telecomunicazione. In passato, i phreaker sfruttavano segnali audio per simulare comandi interni della rete telefonica. Oggi, con il passaggio a tecnologie digitali, le tecniche sono cambiate e si avvicinano sempre di più all’hacking informatico. Le attività moderne possono includere: intercettazione di chiamate accesso non autorizzato a centralini telefonici (PBX) manipolazione dei sistemi VoIP frodi telefoniche, come chiamate gratuite o traffico internazionale illecito Phreaking e hacking: le differenze Anche se spesso vengono confusi, phreaking e hacking non sono la stessa cosa. Il phreaking è specificamente legato alle reti telefoniche, mentre l’hacking riguarda sistemi informatici in generale. Tuttavia, con la convergenza tra telecomunicazioni e Internet, i due ambiti si sono avvicinati notevolmente. Impatto e conseguenze Il phreaking ha avuto un ruolo importante nello sviluppo della sicurezza informatica. Le vulnerabilità scoperte dai phreaker hanno spinto le aziende a migliorare i propri sistemi, rendendoli più sicuri e robusti. D’altra parte, quando utilizzato per scopi fraudolenti, il phreaking può causare danni economici significativi alle compagnie telefoniche e agli utenti. Il phreaking oggi Oggi il phreaking tradizionale è molto meno diffuso, principalmente a causa dell’evoluzione tecnologica e dei sistemi di sicurezza più avanzati. Tuttavia, alcune forme moderne sopravvivono nel contesto delle reti digitali e delle comunicazioni online. Il phreaking rappresenta un capitolo affascinante della storia della tecnologia: un esempio di come curiosità, ingegno e vulnerabilità possano intrecciarsi, dando origine a fenomeni che influenzano profondamente il modo in cui proteggiamo le nostre comunicazioni.
Autore: by Antonello Camilotto 3 aprile 2026
L’informatica moderna è spesso raccontata come una storia di grandi nomi maschili, startup rivoluzionarie e geni solitari. Tuttavia, sotto la superficie di questa narrazione incompleta, si cela un contributo fondamentale: quello delle donne che, fin dalle origini, hanno progettato, immaginato e trasformato il modo in cui interagiamo con la tecnologia. Già nel XIX secolo, Ada Lovelace intuì che le macchine potevano andare oltre il semplice calcolo numerico, anticipando il concetto di programmazione. Questa visione pionieristica ha posto le basi per un’idea di informatica come linguaggio creativo, non solo tecnico. Nel corso del Novecento, durante la seconda guerra mondiale e nei primi anni dell’era digitale, molte donne furono programmatrici, matematiche e ingegnere, contribuendo allo sviluppo dei primi computer e linguaggi di programmazione. Una delle innovazioni più significative portate avanti dalle donne è stata la progettazione di linguaggi più accessibili. L’introduzione di strumenti che avvicinano l’essere umano alla macchina ha reso possibile la diffusione capillare dell’informatica. Senza questi progressi, probabilmente oggi la programmazione sarebbe ancora un’attività di nicchia, riservata a pochi specialisti. Un altro ambito in cui l’impatto femminile è evidente è quello dell’interazione uomo-macchina. L’attenzione all’usabilità, all’esperienza dell’utente e alla progettazione inclusiva ha contribuito a trasformare software complessi in strumenti intuitivi. Questa sensibilità ha influenzato profondamente il design delle applicazioni moderne, dai sistemi operativi alle piattaforme digitali che utilizziamo ogni giorno. Le donne hanno inoltre giocato un ruolo chiave nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e della sicurezza informatica. In questi settori, il contributo non è stato solo tecnico, ma anche etico: molte ricercatrici hanno sollevato questioni cruciali legate ai bias degli algoritmi, alla privacy e all’impatto sociale delle tecnologie emergenti. Questo approccio ha contribuito a rendere l’innovazione più responsabile e consapevole. Nonostante questi risultati, le donne restano ancora sottorappresentate nel settore tecnologico. Tuttavia, proprio questa sfida sta generando nuove iniziative, comunità e modelli di leadership che stanno ridefinendo il futuro dell’informatica. La diversità di prospettive non è solo una questione di equità, ma una vera e propria leva di innovazione. Guardando al presente e al futuro, è evidente che l’informatica non può evolversi senza includere e valorizzare il contributo femminile. Le innovazioni portate dalle donne non sono semplicemente parte della storia della tecnologia: ne sono una forza motrice essenziale. Riconoscerle significa non solo rendere giustizia al passato, ma anche costruire un ecosistema digitale più ricco, equo e creativo. ๏ปฟ
Autore: by Antonello Camilotto 3 aprile 2026
Negli ultimi anni, i data center sono diventati infrastrutture fondamentali per il funzionamento della società digitale. Dallo streaming ai servizi cloud, fino all’intelligenza artificiale, gran parte delle attività quotidiane dipende da questi enormi complessi tecnologici. Tuttavia, il loro legame con l’ambiente è sempre più al centro dell’attenzione, soprattutto in relazione ai cambiamenti climatici. Uno degli aspetti più evidenti riguarda la temperatura. I data center producono una quantità significativa di calore a causa del funzionamento continuo dei server. Per evitare surriscaldamenti, è necessario un raffreddamento costante, spesso ottenuto tramite sistemi di climatizzazione ad alto consumo energetico. Con l’aumento delle temperature globali, mantenere condizioni operative ottimali diventa più difficile e costoso. Ondate di calore sempre più frequenti possono mettere sotto stress questi sistemi, aumentando il rischio di guasti o interruzioni dei servizi. Un altro fattore critico è la disponibilità di acqua. Molti data center utilizzano sistemi di raffreddamento che richiedono grandi quantità d’acqua. In regioni colpite da siccità, questa esigenza può entrare in conflitto con l’uso civile e agricolo delle risorse idriche. Di conseguenza, i cambiamenti climatici, alterando i cicli delle precipitazioni, rendono meno prevedibile e più problematica la gestione di queste risorse. Anche gli eventi climatici estremi rappresentano una minaccia crescente. Alluvioni, tempeste e incendi possono danneggiare direttamente le strutture o interrompere le forniture di energia e connettività. I data center situati in aree costiere, ad esempio, sono particolarmente vulnerabili all’innalzamento del livello del mare e alle mareggiate. Paradossalmente, i data center non sono solo vittime dei cambiamenti climatici, ma contribuiscono anche al problema. Il loro fabbisogno energetico è enorme e, se alimentato da fonti fossili, comporta emissioni significative di gas serra. Tuttavia, molte aziende stanno cercando di invertire questa tendenza investendo in energie rinnovabili, migliorando l’efficienza energetica e sviluppando sistemi di raffreddamento più sostenibili, come il raffreddamento a immersione o l’utilizzo di aria esterna in climi freddi. Guardando al futuro, la resilienza dei data center diventerà un elemento chiave nella progettazione e nella loro localizzazione. Sarà sempre più importante scegliere aree meno esposte ai rischi climatici, adottare tecnologie innovative e integrare strategie di sostenibilità. In questo modo, sarà possibile garantire la continuità dei servizi digitali riducendo al contempo l’impatto ambientale. I cambiamenti climatici influenzano in modo concreto i data center, sia dal punto di vista operativo che strategico. La sfida sarà trovare un equilibrio tra la crescente domanda di servizi digitali e la necessità di proteggere l’ambiente, rendendo queste infrastrutture più sostenibili e resilienti. ๏ปฟ
Autore: by Antonello Camilotto 1 aprile 2026
Negli ultimi anni, un termine provocatorio ma sempre più diffuso ha iniziato a descrivere con sorprendente precisione l’evoluzione di molte piattaforme digitali: “enshitification”. Nato nel dibattito tecnologico anglosassone, il concetto indica il progressivo deterioramento della qualità dei servizi online, spesso a scapito degli utenti, in favore di strategie di monetizzazione sempre più aggressive. Il fenomeno segue uno schema ormai riconoscibile. In una prima fase, le piattaforme si concentrano sull’attrarre utenti offrendo servizi efficienti, gratuiti o altamente competitivi. Successivamente, una volta consolidata una base ampia e fidelizzata, iniziano a privilegiare gli interessi delle aziende partner e degli inserzionisti. Infine, nella fase più avanzata, l’esperienza utente viene ulteriormente sacrificata per massimizzare i profitti, con un aumento di pubblicità invasive, algoritmi meno trasparenti e una riduzione della qualità complessiva. Questo processo non riguarda un singolo settore, ma si estende trasversalmente: social network, motori di ricerca, piattaforme di streaming e marketplace online. Gli utenti si ritrovano così intrappolati in ecosistemi da cui è difficile uscire, sia per l’assenza di valide alternative sia per la dipendenza costruita nel tempo. Le conseguenze sono molteplici. Da un lato, si assiste a un peggioramento della fiducia nei confronti delle grandi aziende tecnologiche. Dall’altro, emergono nuove dinamiche di consumo digitale, con una crescente attenzione verso servizi decentralizzati, open source o a pagamento che promettono maggiore trasparenza e rispetto dell’utente. Tuttavia, invertire la rotta non è semplice. Il modello economico dominante nel digitale si basa sulla raccolta dati e sulla pubblicità, elementi che incentivano proprio quelle pratiche criticate dall’enshitification. Alcuni esperti suggeriscono che regolamentazioni più stringenti e una maggiore consapevolezza degli utenti possano rappresentare un primo passo verso un ecosistema più equilibrato. In definitiva, l’enshitification non è soltanto un termine provocatorio, ma una lente critica attraverso cui osservare il presente e il futuro del web. Comprenderne i meccanismi significa anche interrogarsi sul ruolo degli utenti, delle aziende e delle istituzioni nella costruzione di uno spazio digitale più sostenibile. ๏ปฟ
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